Si chiamava Mohsen Shekari il manifestante condannato meno di 3 settimane fa da un tribunale rivoluzionario che si occupa della "moharebeh" (inimicizia contro Dio) e che oggi è stato impiccato per aver contribuito a bloccare una delle vie principali di Teheran e per aver ferito un membro di una forza paramilitare (la Basij) con un machete, durante una delle manifestazioni ancora in corso in Iran che hanno fatto seguito alla morte della 22enne Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo islamico.

Mohsen Shekari è il primo manifestante di una decina che, in base a quanto annunciato dalla magistratura iraniana, sono già stati condannati a morte in Iran per reati collegati alle proteste in corso nel Paese ormai dalla metà di settembre. La loro identità non è stata resa nota.

I media statali hanno mostrato un video in cui Shekari, con un livido evidente sulla guancia destra, avrebbe confessato i suoi "crimini". Mohsen Shekari aveva presentato ricorso contro il verdetto di condanna, ma la sentenza è stata confermata dalla Corte suprema il 20 novembre.

Per una ong norvegese che si batte per il rispetto dei diritti umani in Iran, "la comunità internazionale deve reagire immediatamente e con forza a questa esecuzione. Se l'esecuzione di Mohsen Shekari non avrà gravi conseguenze per il governo, dovremo altrimenti assistere all'esecuzione di massa dei manifestanti".

Al punto in cui è arrivata la situazione in Iran, la scelta degli ayatollah per mantenere il controllo del Paese è ricorrere alle esecuzioni dei manifestanti nella speranza che queste possano fermare le proteste che interessano tutto il Paese e non solo la capitale Teheran.

È ovviamente una scelta dettata dalla disperazione, perché la possibilità che invece tale decisione possa far aumentare l'indignazione e la rabbia dei manifestanti, motivandoli ancor di più in quella che loro definiscono già da tempo una rivoluzione, è molto elevata. Oltretutto, i funerali di tutte le persone rimaste uccise dalle forze di sicurezza si sono sempre trasformati in manifestazioni antigovernative, dando ulteriore slancio alle proteste di piazza.

E se il livello dello scontro sale, non è neppure da escludere che si arrivi ad una vera e propria guerra civile, finché quei pazzi col turbante non decideranno di affrontare la realtà e comprendere che stanno rappresentando solo se stessi e quei disgraziati che hanno tratto beneficio dalla loro dittatura... e decidano pertanto di abbandonare il Paese. A tale scopo, c'è chi sostiene che siano in trattativa con il Venezuela.
 


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