Marilyn e il clistere (nona parte)

Marilyn e il clistere (nona parte)


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Marilyn era davvero così sola? Tutto è relativo. Coltivava molto le relazioni a distanza, cioè mediante lunghe conversazioni telefoniche, mentre le frequentazioni erano alquanto ridotte. Tuttavia, a conti fatti, molte di quelle che sceglieva la danneggiavano. Frank Sinatra, uso a trattarla anche piuttosto male, benché si fosse poi detto distrutto dalla sua scomparsa,  giocava pesante e anche  scorretto: per lui, capace di togliere il saluto e il lavoro a chi sorrideva alle sue ex mogli,  Marilyn non era certo la ex intoccabile di un amico e compaesano come Di Maggio; piuttosto, una ragazza da offrire in pasto ai sodali, quando lei, annoiata, magari lo chiedeva o lui aveva voglia di portarsela appresso.

Poteva rivelarsi esaltante muoversi in elicottero o stare a Santa Monica, a bere in spiaggia, quando il padrone di casa, il citato Peter Lawford, magari ci portava a sorpresa uno dei cognati Kennedy.

E allora, davvero Marilyn avrebbe frequentato i due fratelli al potere e ambito a divenire first lady?

Sulla frequentazione di John, checché se ne dica, non vi sono certezze tra i comuni mortali; i documenti richiesti dai biografi in base al "Freedom of information act", una volta concessi, risultavano pesantemente censurati. Si ha qualche affidabile testimonianza di veloci contatti tra i due, a margine di qualche party; ma è da escludersi, sulla base del buon senso, che il presidente muovesse un corteo di scorta per recarsi in Helena Drive a Los Angeles, cioè dall'altra parte degli States, per una sveltina che molte erano pronte a concedergli e avrebbe presentato troppi rischi. L'occhiuto, e ostile, Edgar J. Hoover, non lo avrebbe nemmeno permesso formalmente; sorvoliamo su ciò che avrebbe invece lasciato fare ufficiosamente, per condurre i suoi abili giochi.

Tendiamo invece a dar credito alla colf di New York, Lena Pepitone, quando ci parla di relazioni più significative con Bob Kennedy, ma come e quando, sarebbe tutto da verificare. Il ministro della Giustizia, allora padre già di sei o sette figli ( la moglie Ethel è stata sempre incinta fino all'assassinio del marito, fatte salve le pause fisiologiche, ed è arrivata a undici parti) viene segnalato in visita da Marilyn qualche volta, in concomitanza con la sua presenza nei dintorni.

Siamo a un bivio. O riteniamo che la Monroe fosse completamente impazzita a causa delle sue spericolatezze, e di eccessive sedute psicanalitiche, quindi sragionasse senza nessuno a frenarla e allora...

...allora, a trentacinque, trentasei anni, si è ancora abbastanza giovani da conservare qualche illusione o speranza, se vogliamo. Una personalità a sfoglie, oggi positiva, l'indomani annebbiata, avrebbe potuto vagheggiare una conquista di quel livello, forse per rivalsa, come, in futuro, alla stessa età, una Diana Spencer vorrà dimostrare di valere più di quanto non fosse stimata.

A questo punto Marilyn avrebbe puntato a John, non a Bobby. Il fratello minore aveva impostato la sua immagine, falsa e ipocrita finché si vuole secondo i detrattori, sul modello del pater familias e del liberale di sinistra, occupato a oltranza nella difesa delle minoranze, problema su cui spese parole davvero alate, che echeggiano sui social per la gioia dei nostalgici di vecchi miti. La Monroe, una progressista moderata che non amava nemmeno far sapere delle sue frequentazioni di afroamericani, difficilmente avrebbe avuto il fegato di esporsi: non era il suo campo.

John e Jackie, invece, venivano dati in caduta libera non appena fosse cessato il mandato presidenziale; lei già viaggiava da sola. Una volta andò ospite in crociera col futuro secondo coniuge, Aristotile Onassis; in Italia per una vacanza con la figlia Caroline, mostrò un debole per l'avvocato Agnelli, tanto che John le scrisse per tirare la cavezza: "più Caroline, meno Agnelli". Negli anni il clan Kennedy avrebbe visto molti divorzi. Ma John, avrebbe davvero sposato Marilyn? E lei, come lo avrebbe guardato da"civile" e non da " Mr president"?

E' stato scritto che ella era consapevole dei meccanismi di potere, che fosse astuta e calcolatrice. Sia pure. Fu sentita dire, a proposito del suo paese " non mi fido di noi", a significare che era al corrente dell'arroganza politica degli States.

Durante la lavorazione dell'ultimo film incompiuto, la produzione quasi la supplicò di presentarsi sul set,dove erano in visita lo Shah di Persia, Reza Pahlavi e la moglie Farah Diba, interessati a osservare un ciak.

Lei non ne volle sapere, accampando, tra l'altro, che tale sovrano fosse" contro Israele". Alla fine furono altri attori, tra cui la coprotagonista Cyd Charisse, a soddisfare la curiosità della augusta coppia.

Se davvero Marilyn stava studiando da moglie di un politico, questo episodio non solo dimostrava che era a livello zero in diplomazia, ma che di questioni internazionali sapeva un acca. Jacqueline almeno taceva.

Lo Shah Reza Pahlevi doveva le crescenti antipatie del suo popolo, che lo porteranno alla rovina, proprio all'accusa di essere troppo filo americano e amico dei "sionisti".

Inoltre, Reza era in rapporti eccellenti con il presidente Kennedy: Marilyn probabilmente non si spingeva oltre la conoscenza della regina Elisabetta e, da brava statunitense, considerava il resto del mondo un' appendice americana. L'unica eccezione, ma siamo nel campo dell'infimo gossip, pare sia stata per il presidente indonesiano Sukarno, che le avrebbe fatto delle avances per interposta persona, costringendola a cercare l'Indonesia sulla carta geografica. D'altronde, la geografia è tuttora, per molti, una materia ostica.

Oppure Marilyn, pur provata e sofferente, conservava, di massima, la lucidità, e allora tutti i discorsi letti e sentiti in questi decenni risultano improbabili, per esempio: telefonate convulse alla Casa Bianca chiedendo dell'illustre inquilino, una minaccia di conferenza stampa per rivelare al mondo la sua intimità con i due Kennedy, e addirittura Bob che arriva da lei mollando la famiglia nel week end, in aereo ed elicottero, più un tragitto in auto, il sabato 4 agosto, per scongiurarla di lasciar perdere le sue velleità; lei ingoia pastiglie a profusione per ricattarlo emotivamente, lui  la accompagna perfino per un tratto in ospedale e se ne va quando la donna è morente...Un poliziotto giura di avergli fatto anche una multa per eccesso di velocità, solo al volante, mentre correva dalla sua amante, nei paraggi del quartiere, con i soliti vicini che non fiatano. Forse Bob si camuffava? Doveva essere molto faticoso, stile "Mrs Doubtfire"

I giornali, cosiddetti di destra, hanno ovviamente sposato le tesi ostili ai Kennedy o che li coinvolgevano in trame mafiose dove entrano tutti i fuorilegge più famosi di allora, da Jimmy Hoffa a Sam Giancana; ma questo, ormai, merita lo spazio della breve biografia che le abbiamo dedicato. Di più non si potrà mai sapere, vivi noi e forse i nostri figli e nipoti...

L'incredibile è sempre possibile ma, a mente fredda dopo tanti anni, ci si potrebbe mantenere al realistico, che è già abbastanza oscuro.

Come abbiamo anticipato nella biografia, i due personaggi chiave nella ricostruzione delle ultime ore della star sono senza dubbio il suddetto Peter Lawford e la governante Eunice Murray. Nulla porta a ritenere che in casa, quel sabato, fosse presente l'addetta stampa Pat Newcomb. C'era forse il giorno prima, ma doveva essersene andata per i soliti attriti con la Monroe. Non è mai stato chiarito il ruolo di questa ragazza: vicina al clan Kennedy, secondo alcuni la spiava per loro conto. Ma i motivi per controllarla potevano essere disparati.

Stando a certe versioni, Pat era semplicemente gelosa, in quanto amante di Bob Kennedy. In base a resoconti meno fantasiosi, la sua giovanile vitalità - era sui venticinque anni - unita alle lunghe e sane dormite che si faceva quando era lì ospite, irritavano oltremodo Marilyn. I più maligni accusano proprio la Newcomb di essere l'autrice, o ispiratrice, delle telefonate anonime che ogni tanto tormentavano Marilyn, che peraltro disponeva di due linee, una a conoscenza solo di pochi amici.

Un ruolo di peso è attribuito anche al suo psichiatra, dottor Greenson.

Iniziamo da Lawford.

L'attore, pur ondivago, si è attestato sostanzialmente su un racconto di questo tipo:

" le volevo bene, e anche mia moglie la adorava" ( sia lui che la consorte Patricia Kennedy erano considerati forti alcolisti e il matrimonio durò ancora per poco).

"Quella sera l'avevo invitata a una festa a casa mia, ma al telefono lei mi rispose con la voce impastata dicendo " saluta il presidente e anche te stesso, che sei un bravo ragazzo"

"le urlai di non fare pazzie, ma lei riagganciò",  o mollò la cornetta a conversazione aperta, come era sua abitudine

"non mi perdonerò mai di non essere accorso da lei".

Non è il caso di occuparsi oltre di lui e delle sue dichiarazioni, né di quelle delle successive mogli, cui abbiamo accennato, a meno di non accettare la tesi del ménage a trois con i Kennedy, che lui avrebbe protetto a oltranza. Lawford continuò nella sua carriera con ruoli da protagonista, in film però mai eclatanti, conservando una reputazione ambigua, fino alla morte, sessantenne, nel 1984, sposato in quarte nozze con una ragazza, Patricia Seaton. Non pago della propria promiscuità sessuale, anche eccentrica, si attribuiva relazioni non comprovate (perfino con Jacqueline Kennedy). Nonostante una carriera dignitosa, l'appartenenza alla seconda fase del Rat Pack ci lascia di lui sostanzialmente il ricordo di un buffone alcolico, rimasto nella memoria per il film "Colpo Grosso", da cui si è clonato il successivo " Ocean Eleven".

Sgombrato il campo da colui che sicuramente in Helena Drive quella sera non c'era; messa da parte una dichiarazione raccolta senza prove, di uno chef dell'epoca, che sosteneva di aver recapitato da Marilyn una "cena per due" particolarmente raffinata per qualche ospite d'eccezione, nel fine settimana fatale; resta una sola persona, incredibilmente, depositaria della verità e sulla quale, nel terzo millennio, si sono appuntati tutti gli interrogativi che circolano sostanzialmente nei documentari usciti nel frattempo: la governante, Eunice Murray (1902/1994). Di lei si è perfino occupata, in un libro, Elisabetta Villaggio, figlia di Paolo, la quale, per inciso, ci parla di punture trovate all'altezza del cuore dell'attrice, di cui mai nessuno ha  nemmeno accennato ( e se ne sono pur sentite tante).

Eunice, nativa dell'Illinois, viene classificata in web come "arredatrice" e scrittrice. Poco si sa della sua prima qualifica; scrittrice, una tantum, lo è stata in seguito, quando uscì un suo libro "The last months", coautrice Rose Shade, nel 1975, studiato per rispondere alle accuse sul ruolo svolto nella morte della sua celebre datrice di lavoro.

Nelle foto di Eunice, vediamo sempre una vecchia signora dal tipico stile americano di provincia, trascurata e avvizzita, che immaginiamo con vestito a fiori e cappellino. Aveva tre figlie ( una di nome Marilyn) e un genero, almeno quello più conosciuto, Norman Jeffries, che la mattina di sabato era lì; ufficialmente andò via prima del pomeriggio, turbato dal malessere della Monroe, che in seguito riferì ai cronisti.

Come detto, lo scrittore e biografo di Marilyn, Anthony Summers, trovò la Murray, non senza fatica, nel 1983, in una roulotte di Santa Monica (anche se poi morirà in Arizona), condurre un'esistenza non brillante dopo, forse, un passaggio nel Regno Unito: tanto, secondo i complottisti, proverebbe la sua appartenenza ai servizi segreti. Una 007 ridottasi in miseria, usata e gettata, una "manchurian woman", magari, seguendo questa teoria.

Dunque, per ipotesi, tutto si sarebbe scatenato perché Marilyn, accortasi del suo comportamento sospetto, l'avrebbe voluta licenziare. Con la scusa di lavori alle tubature, Eunice chiamò Norman, il genero tuttofare e, insieme a lui e d'accordo con i "capi" dell'intelligence, verso sera la uccise. Motivo dell'omicidio, comunque già messo in conto, era anche l'instabilità della diva: se anche non andava a letto con chi sappiamo, ne avrebbe maliziosamente vantato la conoscenza, arrivando a disturbare gli equilibri politici già precari, visto che poi si trattava di una comunista quasi dichiarata, già moglie del marxista Miller, che aveva finanziato. La cornice medica sarebbe poi stata sistemata dallo psichiatra Greenson, con l'internista dottor Engelberg, accorso subito dopo, e i medici legali in combutta con la procura e l'FBI. Spariti subito i tabulati telefonici ( e questo invece pare accertato), si passò alla seconda fase, il racconto favolistico della cenerentola hollywoodiana, uccisa dalla crudeltà umana e dal peso del successo.

Modalità dell'omicidio: o il famoso clistere (rieccolo) o iniezioni.

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