Vuole combattere l'Isis e l'FBI lo arresta

Vuole combattere l'Isis e l'FBI lo arresta

Se guardando un episodio di CSI, NCIS o altri telefilm americani di analogo tenore, pensate di assistere a programmi di genere poliziesco, vi state sbagliando. E' pura fantascienza. Le forze dell'ordine americane non sono assolutamente quel modello di efficienza e perfezione rappresentate in televisione. Lo stesso vale per l'apparato giudiziario, che non è in grado di garantire quei diritti fondamentali, che i cittadini di un paese che si dichiara libero e democratico avrebbero motivo di vedersi assicurati. La realtà è ben altra.

Ha avuto modo di rendersene conto Toby Lopez, un uomo comune, un dipendente di una concessionaria di auto nella cittadina di Wyoming (sic!), nello stato del Delaware, che aveva sempre condotto una vita del tutto normale, forse anche un po' noiosa.

Certo, le notizie in televisione e sui giornali che parlavano dei sempre più frequenti atti di terrorismo, delle minacce, dei sequestri e delle decapitazioni dell'Isis non lo lasciavano indifferente. Quando usciva di casa, vedeva dappertutto cartelli che invitavano i cittadini a contattare le forze dell'ordine, qualora avessero notato dei movimenti sospetti: "See something; Say Something" (in pratica, se vedi qualcosa, faccelo sapere).

Verso la fine del 2014, dopo che un compagno di scuola del liceo era rimasto ucciso in Afghanistan, il buon Toby Lopez decise che era arrivato il momento di fare qualcosa. Avendo sentito sulla CNN che i terroristi si servivano di Twitter, volle rendersi conto di persona cosa mai potevano dire i jihadisti sul social network.

Nel giro di poco tempo, Lopez si trovò nel bel mezzo di un vortice di contatti e scambi di messaggi con veri, ma molto spesso presunti, jihadisti. In particolare, finì per parlare lunghe ore, via Skype, con un uomo che si spacciava come un comandante dell'esercito dell'Isis, intenzionato a negoziare il rilascio di un gruppo di ostaggi. Cittadino coscienzioso, Toby pensò bene di informare l'FBI, cercando ripetutamente, ma invano, di convincere gli agenti a verificare le informazioni che aveva ricevuto.

Ben presto gli inquirenti pensarono che il pericolo non erano i terroristi, ma lo stesso Lopez, che un giorno vide la sua casa circondata da una schiera di auto della polizia (una di quelle classiche scene viste spesso in televisione), fu costretto ad uscire con le mani alzate e fu portato in una prigione federale dove è rimasto per ben 14 mesi, senza un processo.

Gli viene assegnato un avvocato d'ufficio, un certo Daniel Siegel, che non visita praticamente mai il suo assistito, si convince di trovarsi di fronte ad uno psicopatico ed ignora completamente l'invito dei familiari ad acquisire i dati dei messaggi e delle conversazioni on line di Lopez, al fine di dimostrarne le buone intenzioni. Non contesta neanche le risultanze delle prime due perizie psichiatriche, che lo dichiarano affetto da problemi psichici.

Dopo un anno di detenzione, dietro l'insistenza dei familiari, Siegel viene sostituito da Edward Bostic, il capo degli avvocati d'ufficio federali del Delaware, che ottiene l'acquisizione di copie dell'attività in rete di Lopez e chiede una nuova perizia. Questa volta il perito che può disporre di dati concreti, in grado di giustificare il comportamento dell'accusato, lo dichiara perfettamente sano di mente ed afferma che è rimasto vittima di una truffa ben orchestrata, che avrebbe tratto in inganno chiunque.

Finalmente, oggi Toby Lopez è tornato un cittadino libero, tutte le accuse nei suoi confronti sono cadute (una cosa che accade molto raramente, come ha commentato l'ufficio del procuratore) ed ora sta pensando di rivalersi nei confronti di coloro che sono stati responsabili di questo lungo incubo. Gli auguriamo di avere successo.

Mauro Sartini
nella categoria Esteri
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