Il Presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli, ha lanciato un monito chiaro durante un'audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti della transizione demografica: l'Italia sta affrontando una sfida strutturale destinata a incidere profondamente sul sistema socioeconomico.
Con un numero crescente di persone inattive o con limitata autonomia e un parallelo calo della popolazione in età lavorativa, il Paese rischia un aumento insostenibile della spesa pubblica in sanità, previdenza e assistenza, con ripercussioni negative sulle risorse per le famiglie e sulla già fragile mobilità sociale intergenerazionale.
Al 1° gennaio 2025, la popolazione residente in Italia è stimata a 58,9 milioni, con un decremento di 37mila unità rispetto al 2024. Il trend negativo, avviato nel 2014, conferma le disparità territoriali: il Nord registra un +1,6‰, mentre il Centro (-0,6‰) e il Mezzogiorno (-3,8‰) segnano dati in rosso.
Le nascite continuano a diminuire (-2,6% sul 2023), raggiungendo il minimo storico di 370mila neonati, mentre i decessi scendono a 651mila (-3,1%), avvicinandosi ai livelli pre-pandemici. Il saldo naturale, quindi, rimane critico: -281mila unità. A mitigare il declino contribuiscono gli ingressi dall'estero (435mila immigrati), seppure in lieve calo rispetto al 2023.
Nonostante il calo dei decessi, legato anche al superamento degli effetti acuti della pandemia, la speranza di vita alla nascita nel 2024 raggiunge 81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne, superando i livelli del 2019. «La pandemia ha lasciato un segno profondo: senza di essa, oggi avremmo dati di sopravvivenza ancora migliori», ha precisato Chelli. Il recupero, però, richiede tempo: quattro anni per tornare a una normalità storica, con guadagni di circa cinque mesi di vita rispetto al 2023.
Il calo delle nascite non dipende solo dalla bassa fecondità (1,2 figli per donna), ma anche dalla riduzione del numero di potenziali genitori. La popolazione femminile in età riproduttiva (15-49 anni) è passata da 14,3 milioni nel 1995 a 11,4 milioni nel 2025, mentre quella maschile è scesa da 14,5 a 11,9 milioni. «Nel 1995, con una fecondità simile a oggi, nacquero 526mila bambini: 156mila in più del 2024», ha sottolineato Chelli, evidenziando il peso della struttura demografica.
Le previsioni Istat delineano un futuro preoccupante. Nello scenario mediano, la popolazione scenderebbe a 58,6 milioni nel 2030 (-439mila rispetto al 2023) e a 54,8 milioni nel 2050, per crollare a 46,1 milioni nel 2080 (-12,9 milioni totali). Le ipotesi estreme variano tra un calo “limitato” di 5,9 milioni (scenario alto) e uno drastico di 19,7 milioni (scenario basso) entro il 2080. Queste proiezioni non sono solo numeri: riflettono scenari sociali ed economici radicalmente diversi, con pressioni crescenti sul welfare e rischi di ulteriore disuguaglianza.
Chelli ha concluso con un appello alla consapevolezza: «La transizione demografica richiede interventi strutturali». Servono politiche per sostenere la natalità, integrare i migranti e riformare il sistema previdenziale. Senza azioni tempestive, l'Italia rischia di trovarsi impreparata a gestire un futuro con meno giovani, più anziani e risorse sempre più limitate. La demografia, insomma, non è destino, ma una sfida da affrontare con urgenza.