Raccontiamoci una favola. 
 
C’era una volta “Cura Italia”, un decretino dal nome altisonante che ben faceva sperare la comunità dei tantissimi piccoli e medi imprenditori italiani. 
 
Così nel Marzo 2020 milioni di commercianti, artigiani, professionisti chiudono le saracinesche delle loro attività. Con una lacrima. Dopo tutto è stato versato sudore e sangue. Molti alla propria impresa hanno dedicato l'intera vita. Non è stato facile stare in equilibrio tra i debiti commerciali, le condizioni di mercato, i costi dei dipendenti e soprattutto la pressione fiscale.

Ma ora lo Stato dice di esserci. Finalmente promette e rassicura. 
D’ altra parte la salute viene prima di tutto. E per le strade delle nostre città, tra le mani dei nostri amici e negli abbracci dei nostri cari si aggira il nemico Covid-19. Non c’è da scherzare. Occorre chiudere tutto, stare a casa e cogliere l’occasione per trascorrere del tempo in famiglia. Meglio leggere un buon libro ed evitare di lamentarsi. 
 
Occorre pensare a chi sta peggio. A chi rischia la vita in ospedale. A chi perde ogni giorno i propri cari.
 
I giorni passano, in un Paese costretto agli arresti domiciliari. I contagi e le vittime da Coronavirus aumentano. Giorno dopo giorno. Le speranze iniziano ad offuscarsi tra le nubi del dubbio. Fino a prendere consapevolezza. 
 
D’un tratto gli imprenditori comprendono il significato di “Cura Italia” e quella lacrima iniziale versata con la chiusura “temporanea” della propria attività si trasforma in un pianto disperato.

La “Cura” pensata dal nostro esecutivo potrebbe assumere le dimensioni di “cure” di tempi passati, quando la storia vide spazzare via un intero sistema per pura follia. Nell' Italia del 2020 il sistema che rischia di venire deflagrato è rappresentato da un tessuto economico costituito al 92% da micro e piccole imprese ove trovano lavoro circa 15 milioni di famiglie. E questa “cura” appare proprio come una cura dimagrante.  Come se le nostre piccole e medie realtà aziendali fossero “di troppo”, e non il nostro vero ed inestimabile tesoro.
 
Dopo quasi un mese di reclusione forzata tra le proprie mura domestiche i piccoli e medi imprenditori sono ancora oggi in attesa dei “miracolosi 600 euro” previsti come gettone omnicomprensivo capace di soddisfare l’imprenditore per il valore della chiusura della propria attività da circa un mese, quale rimborso di tutte le spese fisse sostenute, per i mancati introiti ed anche quale forfait per mantenere la propria famiglia intanto che le cose si sistemano. 

Il miracolo però non si è visto e le speranze per ora sono state inghiottite dal sistema informatico dell’INPS. In Germania le cose vanno diversamente, ma del resto loro sono tedeschi e noi italiani. 
 
Ad ogni modo, se per alcuni la speranza rimane l’ultima a morire in un periodo in cui purtroppo con la morte ci si deve fare i conti ogni giorno, per altri non è proprio nata.
 
In effetti i “seicentoeuroni” non sono stati previsti per tutti quegli operatori e soggetti che sono considerati talmente “autonomi” da non necessitare di aiuti, come il gruppo dei #nessunoescluso oppure gli appartenenti a quella “floridissima e ricchissima” economia sommersa che costituisce ancor oggi la gran parte dei lavoratori del nostro meridione. 
 
Non è che magari a qualcuno viene il dubbio che dall’emergenza sanitaria possa scaturire un’emergenza alimentare?

Certamente.  E’ per questo che finalmente, in un bel giorno di primavera di fine Marzo 2020, con la firma del capo della Protezione civile Angelo Borrelli arriva l’ordinanza “dei poveri”, che stanzia 400 milioni ai circa 8000 comuni, per distribuire alimentari a chi ne ha bisogno.
 
Quanto fa per ogni indigente? Poco, decisamente troppo poco! 
E per gli imprenditori? Ancora nulla!
 
E vissero tutti quanti infelici e morenti.

Marco Melega