Marilyn e il clistere (sesta parte)

Marilyn e il clistere (sesta parte)


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Internet è oggi la miniera di informazioni. Molte sono false. Occorre fare un po’ di “deeping”, scavare, soppesare, confrontare.

La prima parola che si associa a lei è “paura”. La sua vita era intrisa di paura, per i traumi del passato che non le davano tregua, fino a provocare vomito, febbre, allergie al momento del ciak, a indurla a fuggire dal set, a sparire per giorni senza dire a nessuno dove andasse.

Le sue paranoie risultarono evidenti nell'ultimo film da lei girato e uscito nelle sale: "The misfits", in italiano "Gli spostati", scritto da suo marito ( per poco ancora) Arthur Miller e dal regista stesso, John Houston, quasi apposta per lei, attorniata da coprotagonisti scelti per valorizzarla: Clark Gable, Montgomery Clift, Eli Wallach e la comprimaria, attrice raffinata, Thelma Ritter. Il risultato a noi appare buono. La contrapposizione tra mondo maschile e femminile viene resa col massimo della brutalità consentita allora, siamo nel 1960.

Girarlo però fu un tormento. Lei si ammalava, causando interruzioni forzate della lavorazione, litigava furiosamente con Miller e lamentava il modo in cui il regista la trattava, chiamandola sempre, sarcasticamente "tesoro". C'era del vero, probabilmente, in questa accusa di maschilismo, ma lei non aveva più l'autorevolezza per rendersi credibile, apparendo solo isterica e capricciosa.

L’ultimo suo film è rimasto incompleto. Ce ne parla Harry Weinstein, che chissà se è parente dell’odierno nemico numero uno Harvey, il padre di tutte le molestie sessuali, come se prima Hollywood fosse un educandato.

Weinstein l’originale, produttore della pellicola “Something got to give”, traducibile più o meno in “Qualcosa deve succedere”, insieme ad altri ci racconta i retroscena di questa ultima incompiuta fatica della Monroe, che in parte già conoscevamo: lei licenziata, poi però ricontattata perché indispensabile alla riuscita del progetto, e la sorpresa del montaggio digitale delle scene avvenuto di recente. Il film è visibile in tutte le parti girate e ci mostra una Marilyn "cresciuta", non solo perché ha trentasei anni, ma soprattutto per l’interpretazione controllata, la voce matura al posto della vocina infantile che le aveva dato il successo, e soprattutto il ruolo: quello della madre.

L’unica volta in cui era stata mamma sullo schermo, nel film agli esordi “Matrimoni a sorpresa” aveva convinto poco; qui, purtroppo, ancor meno. Sei stata cinque anni dispersa su di un’isola deserta, o almeno così credono tutti, e torni vestita come  per un party, chioma più bianca che bionda tanto è ossigenata, facendo pure il  bagno nuda in piscina, nel 1962?

Lei stessa doveva essere in imbarazzo, sospettava una trappola per affossarla, e si comportò peggio del solito. Durante le riprese si diede malata per andare a New York e cantare alla festa di JFK. Un gioco al massacro, che terminò con la sua morte.  

La premessa, ormai nota, è che le majors imponevano clausole contrattuali a piacimento e potevano licenziare con una certa facilità. Marilyn si tirò dietro, per diversi anni, un contratto con la Fox alquanto svantaggioso economicamente, e con vincoli riguardo alla libertà di comportamento.

La prima fase della carriera della Monroe è simile a tante altre: particine, a volte tagliate in fase di montaggio, poi ruoli sempre più lunghi – e capelli sempre più biondi – con protagonisti sempre più famosi.

E’ evidente, soprattutto se si ha avuto la possibilità di visionare qualche pezzo in lingua originale, che di questa bella figliola, all’inizio,  non si sapeva bene che fare. Interpretò la femme fatale, la pazza furiosa, la mammina come abbiamo già detto, la monella, la fidanzatina, modificando di continuo stile, atteggiamento, movenze. A insegnarle un po’ il mestiere fu Natasha Lytess, ex attrice tedesca, divorziata con una figlia e, secondo molti, sua amante (Liz Taylor pare abbia definito Marilyn “quella maledetta lesbica”).

Natasha tolse di mezzo tutti i vezzi da starlette, che a suo parere inficiavano il talento dell’allieva, le consigliò le giuste letture professionali, e un bel giorno venne licenziata. Naturalmente anche su questo episodio si è favoleggiato e costruito versioni differenti. La sola certezza è che Marilyn la trattò davvero male, negandosi a lei bruscamente quasi da un giorno all’altro, e la Lytess tornò in Europa. Probabilmente era iniziata l’operazione di ascesa della nuova bionda di Hollywood e gli studios non volevano strane figure mitteleuropee tra i piedi.

Marilyn fu ulteriormente aggiustata in viso, le venne valorizzato il seno ( il suo naturale era bello, ma non particolarmente prosperoso) e si studiò il personaggio da lanciare. Pochi parlano sinceramente di questo tritacarne e tra le rare star che hanno rivelato qualcosa contiamo l’irriverente Ava Gardner e la maliziosa Shirley MacLaine. Esse ci hanno aperto uno spiraglio su quanto accadeva, con particolare attenzione alle attrici.

Allora la situazione era diversa da oggi, almeno sul fronte dei metodi, più spicci, meno sofisticati e tecnologici, così ci raccontano.  Le majors  ripulivano l’accento a viva forza, e fin qui ci starebbe; a volte  straziavano i capelli ( a Rita Hayworth furono sempre strappate le prime file di bulbi sulla fronte, ritenuta troppo bassa); anche solo la tintura era un rituale spaventoso. La stessa Monroe, oltre a dover ricorrere alla decolorazione che si utilizzava allora, subiva ulteriori trattamenti per le ciocche più refrattarie allo schiarimento. Le acconciature erano elaborate e le ragazze vivevano con la parrucchiera attaccata altrimenti, e ben si nota nelle foto di Marilyn che esce dalla clinica psichiatrica di New York, se non l’ avevi a disposizione, i capelli si sparavano per ogni dove e non c’era coda di cavallo o mollettone a rimediare.

Se la gravidanza non era opportuna, si veniva costrette, o perlomeno, spinte, all’aborto ( Gloria Swanson, diva del muto, quasi ne morì). Sul set si recitava ingabbiate in un sistema di spille affinché lo spettatore non fosse nemmeno sfiorato dall’idea delle mutande sottostanti, anche durante una scena di uragano. Le nozze ovviamente, come abbiamo visto, erano sempre sottoposte ad approvazione da parte dei boss. Lana Turner, quando finalmente poté parlare, disse che, per quanto la riguardava, si sarebbe volentieri limitata alla convivenza, ma era vietato e lei si dovette sposare sette volte.

In compenso, nella trama delle pellicole, si inseriva quasi sempre una vicenda sottotraccia gay. Erano circostanze più o meno incidentali e da scovare nelle pieghe della sceneggiatura (cfr Columbus I). L'esempio più famoso pare sia "Ben Hur". Così avveniva per le storie “interrazziali", a parte quando la coppia mix diventava occasione per la denuncia di una discriminazione, e l'esempio più famoso rimane "Indovina chi viene a cena". Ancora oggi si tende a non distanziare troppo la colorazione dermica dei morosi dello schermo.

Prima di tornare ad occuparci di Marilyn, facciamo una sintetica panoramica sulle gabbie della Mecca del cinema in materia sessuale.

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