Martin Luther King, ho fatto un sogno, ma tale è rimasto

Martin Luther King, ho fatto un sogno, ma tale è rimasto

 Il reverendo nacque nel 1929 in Georgia, da famiglia benestante: anche il padre era ministro di culto battista, mentre la madre faceva la maestra. E' bene rammentare sempre che parliamo di attività svolte rigorosamente in ambito di segregazione, tra afroamericani.

Colto, laureato, seguace di Gandhi, nobel per la pace nel 1964, non disdegnava di incontrare i potenti, da Nixon a Kennedy, al fine di raggiungere il suo scopo.

Fu ripetutamente imprigionato, con i più incredibili pretesti e oggetto di perfido spionaggio da parte del solito Hoover: il direttore dell'FBI formalmente lo rispettava, ma non rinunciò certamente a boicottarlo.

MLK era sposato con Coretta Scott , una ragazza di modeste condizioni, ma di ottima educazione, di indole indipendente e combattiva. Lavorando si manteneva agli studi al conservatorio e rinunciò alla carriera di concertista per lui: se non si fosse sposata, probabilmente avrebbe avuto la tempra di una Condoleeza Rice o di Mrs Obama. Ebbero quattro figli. King non risultava essere un marito fedele (storie con la solita segretaria e via dicendo) e l’FBI pensò di screditarlo con l’accusa di adulterio, ma si scartò  questa via, forse perché banale e controproducente.

Si pensò di addebitargli un po’ di omosessualità, tanto per gradire: King teneva lunghe sedute di preparazione e dibattiti, disteso sul letto delle stanze d’albergo dove alloggiava, in compagnia di collaboratori di sesso maschile (!). Si lasciò perdere, facendo però filtrare qualche insinuazione.

Era un uomo piccolo di statura, timido e fisicamente poco coraggioso: un intellettuale che aveva compreso di dover scendere in campo e affrontare la realtà.

 Malcom X ignorò, più o meno, questa carismatica figura. Per lui, King rappresentava il nero “buono”, che aspira all’integrazione e cerca il dialogo con un bianco che mai lo concederà, se non costrettovi. Secondo “X”  l’ obiettivo era formare  una nazione unica, possibilmente in Africa e sotto l’egida dell’Islam, magari anche vagamente marxista, e fare a meno dei bianchi, una volta per tutte.

 MLK  e le associazioni di cui era a capo, o con cui collaborava, effettivamente avevano un’impostazione ben diversa nell’affrontare la questione razziale.

Tuttavia verso il 1966 risulta che King cambiò atteggiamento. Incontrò Elijah Mohammed (nel frattempo Malcom X era morto) e smise di condannare duramente gli atti violenti nei ghetti neri. Non li approvava, ma mise in guardia il paese contro le possibili conseguenze di una sottovalutazione del problema. Nel frattempo, i sacrifici umani per la causa aumentavano e si creò il movimento delle “Pantere Nere”.

Peraltro King insisteva molto sulla necessità di “liberare” anche i bianchi  dalla loro schiavitù mentale: la sua lotta, diceva, era per tutti. Con le sue parole alate, era un maestro nei discorsi che incantavano l’uditorio, ricorrendo alla perfetta conoscenza della Bibbia, a parabole e metafore. Risultò meno dotato nell’organizzazione e a volte, passando dalla teoria alla pratica, dovette correggere il tiro.

E’ passato alla storia per le sue iniziative: il sostegno a Rosa Parks, la commessa che osò occupare un posto in autobus riservato ai bianchi, con il seguente boicottaggio dei mezzi pubblici;  la lotta contro il segregazionismo nelle scuole;  la “Marcia per la Pace”di Birmingham; far riconoscere il diritto di voto ai neri, legale ma ostacolato con tutti i mezzi. Era addolorato quando si contavano dei morti, poiché se ne sentiva responsabile.

Andò in India e in Africa. Volle devolvere tutto il premio Nobel per la causa.

Si beccò, com’è ovvio, qualche accusa di comunismo. Si era limitato a far notare che le contraddizioni  statunitensi erano sotto gli occhi di tutti: ricchezza  e opulenza da una parte, baraccopoli miserande degne del terzo mondo dall’altra. Siccome anche i sovietici puntavano il dito su questi aspetti, la sua posizione si fece ancora più precaria. Va ricordato che esisteva un ceto afroamericano di piccola e media borghesia, commercianti, professionisti: costoro desideravano l’integrazione, ma la parola “comunismo” li faceva fuggire come lepri. Così, il fronte di solidarietà  si rompeva e i razzisti si fregavano le mani.  

 Dunque, c’era poco in comune con Malcom X, a parte il fatto che morirono entrambi assassinati a 39 anni. A King toccò il 4 aprile 1968 a Memphis, nel sud più retrivo, quasi un atto da kamikaze. Vi si era recato per solidarizzare con i netturbini in sciopero (quasi tutti neri). Durante un discorso, gli spararono. Fu incolpato tale James Earl Ray, bianco, pregiudicato ed esperto tiratore, noto per le sue posizioni segregazioniste.

Ray, catturato in Gran Bretagna dove era riuscito a scappare, prima ammise l’omicidio, poi lo negò. Di nuovo si gridò al complotto, si trovarono testimoni, ma finora non si è ritenuto di dare seguito a revisioni del processo. Anche la famiglia King sarebbe interessata a saperne di più, non convinta dalla versione ufficiale e, per questo, ha subito critiche. Sarebbe forse un tentativo inutile ma, se lo si è fatto per Marylin Monroe, forse valeva la pena anche in questo caso. Per tali motivi, e altri di natura meno nobile, i figli di King non sono in buoni rapporti tra di loro. Coretta ha portato avanti le battaglie del marito e, naturalmente, non ha trovato unanimi consensi. E’ morta nel 2006.

 Si dice che Bob Kennedy, se eletto presidente, avrebbe conferito a MLK un incarico di governo. Ma qualcuno procedette  a levarli di torno nel giro di due mesi.

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