Creare un nemico comune per cementare un'intesa, anche temporanea. È questa la logica che sembra aver guidato Carlo Calenda, leader di Azione, durante il congresso del suo partito al Rome Life Hotel, dove ha accolto come ospite d'eccezione la premier Giorgia Meloni. Un evento che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, ha svelato dinamiche politiche intricate, tra calcoli tattici, cortesie strategiche e un'ambizione condivisa dai odue leader: presentarsi come baluardi del pragmatismo in un panorama politico frammentato.
Il congresso di Azione si è aperto con una scenografia essenziale: bandiere ucraine, georgiane e dell'UE a fare da sfondo, simboli di un atlantismo dichiarato. Calenda, nel suo intervento, ha scelto di prendere di mira i "pacifinti" – termine mutuato dal lessico della destra – puntando il dito contro Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle, evitando accuratamente di citare Matteo Salvini. Una scelta non casuale: attaccare il segretario della Lega avrebbe potuto imbarazzare Meloni, alleata di governo con Salvini. «Siamo liberali e atlantisti, nessuno più di noi», ha ripetuto Calenda, consolidando l'immagine di una forza "responsabile", in sintonia con le posizioni di FdI sul sostegno all'Ucraina.
Gli organizzatori hanno optato per una sala ridotta, cercando poi di enfatizzare l'affluenza. L'effetto, però, è stato parziale: i giornalisti (con pass gialli) superavano di gran lunga i delegati (pass rossi) e gli iscritti (pass verdi). Quando Meloni, scortata dalla sua collaboratrice Patrizia Scurti, ha lasciato l'hotel senza rispondere alle domande della stampa, la platea si è subito diradata. A rimanere, della delòegazione di FdI, il ministro della Difesa Guido Crosetto. Ma l'obiettivo era già raggiunto: la foto simbolica dell'intesa tra Azione (formalmente all'opposizione) e il governo era ormai virale.
Sia Calenda che Meloni hanno iniziato i loro interventi giustificando l'intesa... su più punti. Il leader di Azione ha spiegato di aver invitato la premier per «riconoscerne il coraggio» nella difesa dell'Ucraina, mentre Meloni ha elogiato Azione come forza «che non ha paura del confronto». Entrambi hanno insistito sul termine "confronto", dipingendosi come vittime di un'opposizione "ideologizzata". I punti di contatto sono emersi chiaramente: riforma della giustizia, critiche al Green Deal, ritorno al nucleare e gestione dei servizi idrici. Sulle divergenze, come le politiche di Trump, Calenda ha preferito consigli più che critiche: «Se fossi Meloni, mi aggrapperei agli USA».
Meloni ha colto l'occasione per rettificare l'interpretazione di un'intervista al Financial Times, in cui sembrava approvare le posizioni di J.D. Vance sugli europei: «È stata fraintesa», ha precisato, lodando invece Ursula von der Leyen per aver chiarito la sua posizione. Non è mancato l'attacco a Elly Schlein, segretaria del PD, accusata di volere un'Europa «hippie e demilitarizzata». Calenda, soddisfatto, ha commentato: «Il bipolarismo non è un destino».
Nel foyer, i delegati oscillavano tra l'orgoglio per «il coraggio di Carlo» e la prudenza. C'è chi lo definisce «un futuro presidente del Consiglio fenomenale», mentre qualcuno sussurra che tra il pubblico c'erano "figuranti". Un dettaglio che, insieme alla sproporzione tra giornalisti e delegati, rivela le crepe di un'operazione comunicativa non perfettamente riuscita.
L'incontro tra Azione e Meloni sembra più una convergenza tattica che un'alleanza strutturata. Calenda cerca visibilità e legittimazione governativa, Meloni prova a dipingersi come leader trasversale, capace di dialogare oltre gli schieramenti. Ma in un sistema politico polarizzato, dove il Movimento 5 Stelle rimane un ostacolo per entrambi («l'unico modo per collaborare è cancellarlo», chiosa Calenda), questa intesa potrebbe rivelarsi effimera. Intanto, il congresso lascia una domanda: quanto conta, oggi, la sostanza rispetto alla scenografia?