A beautiful mind: un film da quattro Oscar

A beautiful mind: un film da quattro Oscar

Nel salone del bar dell’Università di Princeton, gli eminenti professori, uno ad uno, si alzano dal tavolo e si dirigono a quello dove è seduto il professor John Forbes Nash Jr e posano sul tavolo, in omaggio al genio di Nash, la loro preziosa penna.

Un po’ come i Navy Seals americani quando fissano il loro stemma sulla bara di un compagno morto durante un’operazione di guerriglia. In questo caso, però, non si celebra la morte, ma la vita. Un film vero, in cui la nuova vita del professor John Nash, al quale è stato comunicato di essere stato insignito del premio Nobel per l’economia, consegnato nel 1994, per le sue geniali intuizioni fondamentali allo sviluppo della “teoria dei giochi”, facendo diventare obsolete le teorie economiche di Adam Smith.

In piena "guerra fredda" John Nash viene ingaggiato dal Pentagono per decrittare messaggi cifrati nascosti dentro una serie di numeri, riuscendo ad intercettare le coordinate geografiche di due città americane con i dai sul transito di agenti segreti russi.

In seguito è contattato da un personaggio del Dipartimento della Difesa per decifrare codici nascosti in articoli giornalistici, che prevedono l’installazione di una bomba atomica negli Stati Uniti. Intanto Nash incontra Alicia, una studentessa di Fisica che sposa.

Ma Nash inizia a soffrire di schizofrenia tipo paranoide, per la quale solo lui vede William Parcher del Dipartimento della Difesa che gli ha affidato il lavoro, l’amico Charles con la nipotina Marcee. Sono solo allucinazioni, e per questo lo psichiatra Rosen intende ricoverarlo. Ma John si rifiuta e con l’aiuto della moglie resta a casa promettendo di risolvere la questione con il ragionamento.

E così è: John riesce a non far caso, a isolare le figure allucinatorie che comunque continua a vedere. Soltanto la sentita e provata interpretazione di Russell Crowe riesce a dare un senso compiuto alla pellicola. Un’interpretazione che vede Crowe in una parte che dà l’impressione che stia interpretando se stesso, così come lo è stato per Dustin Hoffmann nel capolavoro “Rain man” di Barry Levinson, con Tom Cruise.

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albertob
nella categoria Cultura e Spettacolo
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