Agnizione, radicalizzazione e accountability. Il curioso caso di Matteo Renzi

Agnizione, radicalizzazione e accountability. Il curioso caso di Matteo Renzi

Di lui credevamo di sapere tutto, o almeno tutto ciò che è dato sapere. E invece non è così. Ci era sfuggito – e non è poco- che non è, o non si sente, un italiano.

No, non pensate al solito gossip macinafango, non è questo il caso. La notizia l’ha data lo stesso Renzi, la settimana scorsa a “Porta a Porta”, la sede istituzionale più alta nella quale gli sia dato in questo momento esporre il suo pensiero e le sue verità.

Lamentando le critiche rivolte al nuovo sistema di voto ancora in prima bozza, ha dichiarato: “… agli italiani non importa nulla della legge elettorale … a loro interessa che non si litighi” .... la convergenza ora c’è … io, fossi un italiano, sarei contento”.

Sorvoliamo sull’accordo che, per fortuna o per disgrazia vacilla o è già morto, e occupiamoci invece della frase “io, fossi un italiano, sarei contento”.

Sapeva Renzi di dire ciò che ha detto? O gli è proprio scappata così? Entrambe le ipotesi hanno un senso. Lasciare intendere di essere altro rispetto agli italiani può tornargli utile per rendere credibile il suo nuovo corso germanico. Altrettanto ragionevole è immaginare che, avendo egli dato per ormai definitivamente acquisita la stupidità degli italiani, sia andato a ruota libera. Accade spesso ai tracotanti, che di tutto si preoccupano fuorché di essere chiamati a “rendicontare” delle loro parole o dei loro atti.

Oppure potrebbe essere che Matteo Renzi stia attraversando la fase conclusiva di un processo di agnizione che da un momento all’altro potrebbe raggiungere il suo epilogo catartico. Propenderei per quest’ultima ipotesi che peraltro non smentisce le altre.

Ripercorriamo rapidamente i passaggi cruciali della crisi di identità che non da ieri lo ha colpito.

Tutto era cominciato ai tempi delle trivelle. Renzi le voleva ma tanti italiani le rifiutavano. Al Referendum, la maggioranza aveva però votato (o non votato) come lui aveva chiesto e ogni divergenza si era rapidamente dissolta. Incoraggiato, si era buttato a capofitto sulla riforma costituzionale, ma più andava avanti e più si rendeva conto che tra se stesso e gli italiani si stava aprendo un abisso. Era come se non parlassero più la stessa lingua. Di nuovo le incertezze e il tentativo disperato di combatterle con l’artifizio di una legge elettorale che, almeno nel nome, racchiudesse il suo pervicace desiderio di restare un italiano, costasse quel che costasse. Era andata bene. Seppure con fatica e funambolismi era riuscito a far approvare l’Italicum. Poi, inaspettate, erano arrivate la botta ferale del 4 dicembre e poco tempo dopo quella tombale della Corte costituzionale.

Di qui, l’angoscioso dilemma ormai improcrastinabile: o loro non sono italiani o non lo sono io. Qualche giorno di riflessione a Rignano, e aveva scelto la seconda opzione. Da allora, con infinita eroica pazienza, ben sapendo che senza agnizione non può esservi catarsi, Renzi si è dedicato a capire chi veramente fosse Matteo Renzi.

La fatica è stata improba e lo è tuttora essendosi dato un obbiettivo estremamente complesso. Da persona coscienziosa quale è, la sua aspirazione era, e resta, infatti, quella di risolvere in un solo colpo sia il suo intimo inconfessabile travaglio, sia i problemi di milioni di concittadini, ancora ignari della loro condizione di ex, ma pervicacemente ansiosi di essere presi per mano dal PD e portati verso il futuro.

Durante i mesi di pausa rignanese, aveva letto che ruminare sul “non so più chi sono, dove sono e dove andare” accorcia i telomeri e addio giovinezza. Ne era rimasto scosso, tanto che per un attimo aveva pensato di fermarsi, temendo di giocarsi per sempre il punto più forte del suo successo dalla ruota della fortuna in poi. Uno scienziato gli aveva però spiegato che alla scemenza della telomerasi inibita credono solo i grillini. A quel punto, rompendo ogni indugio, si è temerariamente buttato nella complicata impresa dell’agnizione.

Dapprima, si è identificato con Obama poi, in un momento di sbandamento, con Hillary Clinton, successivamente con Macron e di nuovo con Obama. Una pena per lui e per chi gli stava intorno, ma alla fine, grazie anche a un Deus ex machina strepitoso, ce l’ha fatta. Ora Renzi sa che potrebbe essere Angela Merkel. Un passo ancora e lo sarà per davvero. Il traguardo è vicino, l’agnizione si sta finalmente compiendo. Tutti, visto che ci teneva tanto, dovremmo e potremmo esserne felici per lui se non fosse che, in contemporanea, vorrebbe allargare il processo all’intero Paese.

È diventata la sua fissazione: la catarsi dell’Italia dovrà coincidere con quella di Matteo Renzi. Guai per Grillo o per chiunque altro voglia rovinare a lui e al Deus ex machina questo epilogo della storia.

Il motivo di tanta ostinazione non è chiaro. Forse, essendo Merkel data per vincente, si è messo in testa che “votare con Berlino” farà vincere anche lui per osmosi. Forse, non gli va di lasciare a Berlusconi l’esclusiva dello statista alla tedesca. Qualunque sia la ragione, l’idea dell’agnizione allargata lo convince a tal punto che ormai parla come se tra l’Italia e la Germania non ci fossero confini né differenze di PIL. È arrivato ad affermare che “… anche i tedeschi, non diversamente dagli italiani, hanno il problema della finanziaria ma non per questo rinunciano a votare a settembre!”. Non è un’invenzione malevola di Bersani, Renzi lo ha detto veramente. È il sintomo, insieme a molti altri, che ormai non si tratta più soltanto di agnizione ma di una sempre più accentuata radicalizzazione del suo pensiero.

Sguardo in su, risatina, faccia seria, finge di non aver raggiunto ancora una decisione sulla data del voto, ma tutto ciò che dice conferma la sua intenzione di farla coincidere –franchi tiratori permettendo- con quella delle elezioni politiche in Germania. “Si può votare –dice- tra settembre e ottobre … tanto è vero che la Germania lo fa e l’Austria pure”. Uno dei tanti suoi calzanti parallelismi!

Molte le illazioni e, tuttavia, le ragioni di questa sua fretta, se prescindiamo dalla radicalizzazione del principio di “irrealtà” che sta accompagnando l’agnizione, restano per noi oscure. E tali sono forse anche per lo stesso Renzi. L’impressione che si trae dalle sue dichiarazioni è che non abbia affatto elaborato una strategia elettorale e tanto meno di governo, a parte il Nazareno bis. Le sue sono banali mosse tattiche attinte dal passato per racimolare voti a destra e a manca e prenderne uno più di Grillo.

Capisce vagamente che non è come giocare a Risiko, ma non è tanto sicuro, e comunque non sa venirne a capo. Parla parla, senza dire nulla che appaia vagamente razionale, sospinto da una irrefrenabile coazione a ripetere e a ripetersi. Tortura chi lo ascolta con analisi assurde (glielo ha rimproverato persino Padoan) del tutto prive di autocritica, spesso fondate su un’aritmetica tutta personale.

Più o meno il suo ragionamento funziona così: ho preso il 40% alle europee, ho preso il 40% al referendum, rubacchierò un po’ di voti “utili” al centro e alla sinistra, e arriverò anche stavolta al 40%. Per riuscire occorre però sbrigarsi. Alfano e Pisapia non devono avere il tempo di organizzarsi e Berlusconi, caso mai avesse intenzione di andare a spolverare qualche sedia in TV per alzare le sue quotazioni, dovrà trovare tutti i Talk chiusi per ferie.

Risolto sbrigativamente la questione dei numeri e del programma per conquistare la vittoria, il problema di Renzi, il suo solo problema -a parte le bizze di Grillo vere o presunte e gli azzardi degli infedeli del partito- è trovare un modo non troppo indecente per far cadere il governo senza doversene assumere la responsabilità.

Sperava nell’aiuto di Alfano, ma sappiamo come è andata. Potrebbe dargli una mano Forza Italia, facendo mancare il voto in Senato per la nuova legge sui voucher, ma non è detto che il futuro alleato sia tanto generoso da togliergli gratuitamente le castagne dal fuoco. Berlusconi può permettersi di aspettare. Lui non ha fretta. Anzi, un po’ di tempo a disposizione gli torna utile per organizzare le forze e soprattutto trovare il candidato giusto su cui puntare e di cui potersi fidare. Gentiloni è persona devota, ma da qui ad aspettarsi che prenda l’iniziativa di suicidarsi senza assistenza ne corre. Tutte le attese sono ora riposte in Grillo. Se andasse lui a parlare con Mattarella, magari mano presa con Salvini, il problema sarebbe risolto. E alla grande!

Elezioni subito, e la campagna elettorale tutta incentrata sui pentastellati responsabili di aver fatto cadere il governo più bello del mondo e impedito la messa a punto per tempo della legge di stabilità. Un colpo perfetto. Non è però scontato che Grillo ci caschi. È un radicalizzato della prima ora, ma non è un cretino.

In realtà, ad eccezione di Renzi, tutti quanti, la maggioranza dei membri del governo innanzitutto, forse anche Grillo e persino Salvini, sebbene non lo confesserebbero neppure a se stessi, vorrebbero arrivare fino alla fine della legislatura. Chi per mettere a punto candidature e tattiche elettorali, chi per senso di responsabilità (pochi), chi perché lasciare il potere senza la certezza di poterlo riconquistare è dura.

In queste condizioni, agnizione o non, il rischio è che Renzi si ritrovi da solo a combattere contro i mostri di ogni specie che, brandendo come un bazooka la manovra finanziaria, vogliono ad ogni costo impedirgli di far coincidere la data del voto con il “bene comune” delle elezioni in Germania.

Per le opposizioni la questione non si pone: se Gentiloni la vara prima delle elezioni è grasso che cola, se dopo, pure. Per Renzi – così la mette giù, brandendo il suo fioretto– la finanziaria è un falso problema, “una barzelletta”. Ciò che gli passa per la mente è tuttavia ben altro. Non è difficile immaginarlo.

La manovra, comunque la si rigiri, non può che prevedere lacrime e sangue. Se viene approvata prima del voto, a pagarne lo scotto sarà innanzitutto il PD. Se invece la campagna elettorale potesse essere improntata alla “finanziaria che verrà”, tutto e il contrario di tutto potrebbe essere permesso e promesso: abbassamento delle tasse, bonus, incentivi, investimenti, reddito di inclusione, e … per dirla con Renzi … “lavoro lavoro lavoro lavoro lavoro”. Se è così che la pensa, comprensibile che voglia strangolare chiunque, ostacolando l’approvazione rapida della legge elettorale, riduce al lumino ogni possibilità per lui di trasformare la manovra nell’arma impropria che nel passato gli ha garantito tanto consenso.

I suoi amici dovrebbero però spiegargli che, questa volta, a differenza di quanto è accaduto per le europee, a promettere la trippa ai gatti saranno tutti i concorrenti e non soltanto un governo in carica, sicuro di restarci. Nella nuova situazione, se qualcuno sventolasse la bandierina della flat tax o quello del reddito di cittadinanza o chissà cos’altro, non è detto che i gatti si farebbero incantare dalla litania del Rapper “non vengo da Marte, io voglio un’Europa con il cuore in mano, io penso al povero artigiano”.

La rima è impeccabile, il ragionamento sull’arma poderosa sarà bene che Renzi lo corregga se non vuole andare a sbattere e senza paracolpi.

Questa osservazione potrebbe indurlo alla riflessione più di quanto non accada con i problemi che in tanti gli elencano. La necessità di un governo pienamente in carica, che possa accompagnare la legge di stabilità lungo i percorsi impervi di Bruxelles. La fibrillazione dei mercati che riguarda anche i cittadini non investitori. La festa quasi finita dei titoli di stato a bassissimo tasso di interesse. Il debito pubblico che non è sceso di una virgola, ma è aumentato. Il baratro dell’esercizio provvisorio sul quale sarebbe pericolosissimo affacciarsi. La legge elettorale squilibrata che non offre garanzie per un governo stabile e nei tempi brevi che sono dati per la messa in sicurezza dei conti pubblici.

Niente da fare. Il Radicalizzato, ormai in fase catartica, liquida tutto come “terrorismo psicologico” e tira dritto, ninnandosi con le sue litanie incongruenti di cui gli italiani non iscritti a Bob sono ormai arcistufi: “… io non corro verso il voto, corro per abbassare le tasse” … “… votare con Berlino … consentirebbe… di impostare, senza perdere nemmeno un giorno, cinque anni di politica economica … l’eventuale anticipo del voto non genera incertezza, la riduce … il 2018 per noi va benissimo”. Parole in libertà, inadeguate al momento che viviamo.

La situazione è talmente carica di pericoli che qualcuno è giunto a suggerire una sorta di patto per la finanziaria, un accordo onorevole tra le forze più “responsabili”. In sé è un’idea saggia e chiunque la proponesse o l’accogliesse darebbe il segno di avere visione, senso del futuro e qualche carta per essere lo statista di cui l’Italia avrebbe bisogno. Il metodo, insomma, sarebbe corretto, ma la sostanza?

Che cosa possiamo aspettarci, visto ciò che oggi è successo in Parlamento?

Non abbiamo una Merkel sulla quale contare per fare cose di questo genere.

In Italia è in atto una tragedia con un protagonista in agnizione, un deuteragonista spaesato, un Deus ex machina impegnato a condurla ad ogni costo alla catarsi e un'idea, una sola, ma geniale: “andare a votare vuol dire avere un sistema democratico”.

Non molti anni sono passati da quando la medesima idea ha sorretto le speranze degli iracheni e degli afgani e … guarda come è finita.

E ora, una domanda.

Qualcuno, non importa se piccolo e se abbia letto Aristotele o Montesquieu, avrebbe un’idea migliore per definire un sistema democratico e finalmente dare modo anche all’Italia di goderne?

In attesa di un segnale di risposta chiaro e forte, inviterei tutti alla lettura di un prezioso libro di Anna Ascani del 2014 (per Matteo Renzi sarà una rilettura essendo stato scritto da una collega di partito a lui vicina). È intitolato Accountability. La virtù della politica democratica ed è dedicato -come spiega l'autrice- a un aspetto “imprescindibile” del processo di delega.

Spiega molto bene il significato di Accountability (in tedesco Rechenschaftspflicht), parola intraducibile in italiano e forse per questa ragione usata spesso e a sproposito nel linguaggio politico nostrano.

È l’accountability "l’insieme dei meccanismi che regolano la relazione tra governanti e governati, rappresentanti e rappresentati, che vincolano i primi a rendere i secondi edotti delle azioni intraprese per loro conto (e nel loro interesse) e consentono ai secondi di giudicare e, eventualmente, intraprendere azioni contro i primi sulla base delle informazioni e giustificazioni ricevute".

Chiara la questione delle sanzioni?

 

torpedine_marina
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