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La scoperta dell’Agorà

Ma cosa c’entra tutto ciò con la nuova Agora di cui parlo nel titolo? Qui arrivo al punto del racconto.

Per inciso, devo anche ricordare all’eventuale lettore che questo è il primo articolo che scrivo da quattro mesi a questa parte, in pratica dall’incidente. Non posso ancora dare garanzie sulla fluidità dello scritto, sulla sua coerenza grammaticale e lessicale. Per me è un vero miracolo, assieme ad altri che sto per narrare, poter anche solo concepire di ricominciare a scrivere.

Torniamo al racconto. Per uscire dalla strisciante paura di abbandonare le quattro mura domestiche, decisi di ricominciare a frequentare il centro commerciale dove avevo preso l’abitudine di lavorare anche prima dell’incidente. Questo doveva rappresentare lo stimolo per impegnarmi nuovamente, senza il silenzio assordante delle quattro mura domestiche, percorse ora anche dai ronzii mentali che sono nati in me in una forma micidiale di ipocondria (anche se c’era già da anni in forma più lieve accompagnata da crisi depressive). Funzionava, comunque, perché potevo unire il conforto per la presenza degli altri, l’atmosfera dinamica e luminosa dei viali per gli acquisti e dei numerosi punti di ristoro offerti dal centro, alla mia paura della solitudine e di “morire nuovamente”. E qui, dopo qualche giorno, avvenne invece qualcosa di nuovo. Complici l’estrema sensazione di vulnerabilità psicologica e di fragilità emotiva seguite all’incidente, la revisione delle mie concezioni spirituali o le intense sedute psicoterapeutiche, cominciai ad avvertire un inspiegabile senso di partecipazione e di unione al tutto che mi circondava.

Come molti, avevo sempre percepito, prima dell’incidente, questi luoghi come le nuove cattedrali nel deserto umano del consumo. Dei mostri, delle prue giganti semisepolte che ingoiano interi pezzi di periferia, frammentata in mille rivoli sopraelevati, dormitori e marciapiedi che finiscono nel nulla. Una periferia, martoriata dal caos architettonico, dove non esiste più un centro, una sua piazza, una sua chiesa, o meglio ci sono ma si muovono liquidi, allontanandosi dal centro, seguendo i caprici dello sviluppo urbanistico imprevisto e disordinato, e finendo, infine, per sparire in uno dei tanti quadranti urbani.

Gradualmente, invece, mi rendevo conto che questi fantascientifici templi di una polis immaginifica potevano essere (senza che i demiurghi architettonici, esagerando un po', ne avessero coscienza fino in fondo) i simulacri dell’antica Agorà ormai consunta, ma riesumata con i suoi vetri, le sue colonne, i suoi mercati e i suoi incontri. E c’è naturalmente la gente. Proprio quest’ultima, sembra aver deciso un destino nuovo di questi luoghi. Non parlo dei pendolari degli acquisti del fine settimana, ma di coloro che li frequentano durante la settimana. I due mondi spesso coesistono anche nei week-end senza quasi toccarsi, sfiorandosi soltanto. Questo potrebbe essere il tema di un prossimo articolo.


La luce ovunque

Mi sentivo sempre più parte di quest’ultimo mondo, e mosso da una specie di ipersensibilità empatica (forse il colpo al cervello) cominciavo, oltre alla mia sofferenza fisica, morale e psicologica, a scoprire la sofferenza degli altri, la loro fragilità. Vedevo il loro desiderio insopprimibile di cercare conforto e allegria nella presenza e nel rapporto con gli altri (come me), Vedevo formarsi, in quest’agorà nascosta, intere comunità che si trovano ogni mattina per condividere un caffè, per parlare dei fatti politici, economici e sociali, e per aiutare coloro che apparivano più fragili (ma a modo nostro lo siamo tutti), e che qui possono trovare un mondo di protezione e attenzione, diverse da quell’indifferenza e dalla solitudine delle anonime strade, dei marciapiedi e dei giardinetti ormai troppo rischiosi e senz’ anima. Si tratta spesso di persone un po’ più in là negli anni, ma non sempre, in cerca di rapporti umani e vita. Ci sono anche molte persone con disabili, che stoicamente e quotidianamente portano queste persone in difficoltà nei centri commerciali, per allontanarle dai pericoli architettonici delle strade, dall’indifferenza o e dalla solitudine delle mura di casa uguali a milioni di altre. Ci sono i numerosi lavoratori dei centri, spesso giovanissimi, e persona di mezz’età in cerca di un luogo vivo dove attaccare la spina del proprio altrimenti arido PC al Wi-Fi del centro. Sono lavoratori autonomi o freelance (tra cui anch’io). Si prende un caffè e gradualmente si diventa come di famiglia per i baristi e gli altri clienti, con i quali si fa, piano piano, conoscenza. La giornata si accende spesso in questo modo, con un sorriso o una battuta. Ed è ciò di cui questo tipo di persona ha bisogno. Iniziai a percepire in loro l’essenza vivente di una resilienza (parola tanto di moda) del mondo giudaico-cristiano (rubo l’idea al filosofo francese Michel Ofray di cui ho appena letto un libro) che vuole resistere, anche se inconsapevolmente (e qui rubo l’idea al ricercatore francese Todd), all’ascesa inarrestabile del mondo numerico e al transumanesimo armai alle porte. Ma questa è un’altra storia ancora.

La cosa che ritengo per me veramente speciale, è la commozione profonda che ha cominciato a pervadermi nel guardare queste persone esistere. A volte, e mi succede ancora adesso mentre scrivo, scoppiavo in un pianto che origina molto più lontano dal semplice luogo delle lacrime. Ero come abbagliato, accecato dalle loro anime, la loro luce (esondazione della divinità che abita in ognuno di noi), e dal loro desiderio di vincere la precarietà dell’esistenza, la solitudine, la paura del mondo e della vita. Mi sentivo come parte di un tutto, dove non esiste un sussulto che non sia sentito dall’altro. Provavo quella compassione, di cui si cantano spesso le lodi senza comprenderla davvero. La mia fede si è gradualmente rafforzata, come se fosse la stessa voce della mia preghiera a rivelare questa dimensione di cui non avevo mai pienamente preso coscienza. La mia preghiera era, ed è, di gratitudine per essere sopravvissuto e poter condividere il breve tempo dello spazio e del tempo che ci è concesso, assieme agli altri e assieme alla donna che amo. Il semplice essere esistito al loro tempo, al suo tempo, era il miracolo del mio tempo. Questo mi sconvolgeva in un pianto senza nome e così remoto da non comprenderne l’origine. Questi eventi ci riportano alla realtà della Condizione Umana (qui cito Malraux), alla nostra infinita, anzi finita, piccolezza e fragilità, indipendentemente dalle nostre grandezze, di cui imbastiamo continuamente e ostinatamente il racconto di noi stessi. Siamo grandi, ma non come che ci abituiamo volgarmente a concepirci, cioè grandi sportivi, attori, imprenditori, scrittori, pensatori, ecc.. Qui, cito una mia frase messa in bocca alla montagna che parla agli uomini, inserita nel mio film documentario “Il Mito e la Ragione”. La montagna dirà alla fine del documentario rivolgendosi agli uomini

“Voi uomini, vi ostinate a considerare grande solo ciò di cui non potete costatare la fine…”


La montagna

La verità è che siamo grandi in cose talmente piccole, da sfuggire quasi sempre al nostro intelletto, olfatto e vista.

Possibile, comunque, che una caduta da una stupida Mountain Bike possa scatenare tutto questo? Dove c’è effettivamente autenticità, e dove il desiderio di auto epica, dove c’è altruismo più profondo e dove, invece, un pensiero che alla fine ritorna a se stesso? Tutto questo, sto cercando di capirlo attraverso la fede nel creatore e nell’uomo. Che resista e che sia sincera, affinché possa dire, un giorno forse, che quest’incidente ha portato, assieme a tutta la sofferenza, anche qualcosa di buono, un vero nuovo inizio.

 La distruzione del Leviatano di Gustave Doré (1865)


La strada è ancora lastricata di ostacoli. Assieme a queste cose belle, sopravvivono quelle davvero brutte. La paura costante per ogni segnale fisico e un pessimismo di fondo che richiederà molto tempo per essere davvero sradicato, anche perché ha radici più antiche. La luce di cui parlavo prima, è quella che mette in evidenza con raggi non omogenei qualcosa che solitamente rimane in ombra. La luce porta una nuova conoscenza, quindi, ma non dobbiamo confonderla con la gioia, che invece è scomparsa dal mio radar e che ardo di ritrovare presto. Senza la gioia ogni luce rischia di rimanere ombra o di accecare di uno mostro che impaurisce. La depressione, che si è innestata su tutta questa tempesta emotiva, rende il compito ancora più faticoso.

L’incidente, comunque, è stato uno spartiacque del prima e del dopo. Mi sento molto più vecchio di quello che ero 4 mesi fa per la percezione sfalsata che la mia mente depressa continua a darmi del mio corpo. E’ un momento di pianto costante. La mia amata, le persone che si preoccupano per me o che mi aiutano, la preghiera costante e l’agorà, possono configgere questo Leviatano e far sì che la luce abbia nelle sue frequenze anche la gioia.

Dio sia lodato!