Siria, Afghanistan, Mattis, shutdown... un fine d'anno nel caos per Donald Trump

Siria, Afghanistan, Mattis, shutdown... un fine d'anno nel caos per Donald Trump

Confusione? Caos? Tempesta perfetta? Ognuno scelga la definizione che preferisce, ma certo è che il quadro disegnato da Trump per la chiusura di fine anno della sua amministrazione è quanto di più negativo si possa immaginare.

Anche gli Stati Uniti si trovano a dover fare i conti con la legge di bilancio per il 2019. Il Congresso è ancora nelle mani dei repubblicani che hanno la maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti, perché i nuovi parlamentari eletti entreranno in carica solo a gennaio, che al Senato.

La Camera ha votato il testo con i contenuti condivisi da Trump, il Senato a quanto pare non farà altrettanto perché non tutti i repubblicani sono d'accordo che il bilancio federale comprenda gli oltre 5 miliardi di dollari che il presidente ha destinato alla costruzione del muro al confine con il Messico. I senatori hanno destinato a quella voce di bilancio solo 1,3 miliardi.

Trump è andato su tutte le furie e ha detto che lui, se non verrà accontentato, non approverà il bilancio federale, con il rischio di causare il cosiddetto "shutdown" delle strutture che fanno capo ai dipartimenti di sicurezza nazionale, trasporti, interni, agricoltura, giustizia, parchi e foreste...

Se non ci sarà accordo sul bilancio, i finanziamenti per molte agenzie pubbliche non saranno erogati e queste, di conseguenza, dovranno iniziare a licenziare i propri dipendenti (o pregarli che continuino a lavorare gratuitamente) e sospendere i servizi. Non è detto che ciò accada a partire dal 1 gennaio, ma se il braccio di ferro tra Trump ed il Congresso dovesse continuare, è chiaro che per molti dipendenti pubblici americani il problema potrebbe diventare serio, come anche per i cittadini che usufruivano dei servizi.

A quanto sopra descritto, si deve aggiungere lo "shutdown" personale del segretario alla Difesa James Mattis. Trump, su Twitter, ne aveva annunciato le dimissioni a partire dal prossimo anno, ma Mattis ha precisato che lui non è andato in pensione ma si è dimesso perché in disaccordo con le scelte di Trump.

Era già da tempo che tra i due non c'era sintonia. La decisione di Trump, sconsigliata dagli alleati e dal Pentagono, di lasciare la Siria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Una goccia che è diventata molto più grande e incontenibile se si aggiunge anche che Trump ha avviato anche i piani per il ritiro di 7mila soldati dall'Afghanistan, la metà delle forze statunitensi presenti nel Paese.

Le dimissioni di Mattis contribuiscono ad aumentare le perplessità sull'attuale amministrazione Usa, considerando che fanno seguito al licenziamento da parte del presidente, dopo le elezioni di medio termine, del procuratore generale Jeff Sessions, del capo dello staff della Casa Bianca John Kelly e del segretario all'interno Ryan Zinke.

 

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