In una piccola scuola di Pordenone, tra i banchi di quarta elementare, si è consumato un dramma in miniatura. Una bambina di soli 10 anni, nata in Italia da genitori immigrati, ha fatto il suo ingresso con il niqab, quel velo che lascia scoperti solo gli occhi. La maestra, con la sua autorità di pubblico ufficiale, ha deciso di intervenire. “Togli il velo,” ha detto, “perché qui si studia a volto scoperto.”

La piccola ha obbedito, ma il suo sguardo ha tradito una mescolanza di emozioni: rassegnazione, ribellione, e forse un pizzico di sfida. Non è la prima volta che in quella scuola si assiste a simili spettacoli. Alcune bambine, già alle elementari, sono costrette dalle loro famiglie a indossare il velo. E così, tra le aule e i corridoi, si combatte una battaglia silenziosa tra tradizione e modernità, tra il diritto di mostrare il proprio volto e l’oppressione di un simbolo.

 Il niqab, oltre a essere un indumento, è un pesante mantello di pregiudizi e divisioni. Le sue radici affondano nel fondamentalismo wahhabita dell’Arabia Saudita, ma ora si è diffuso in altre terre, dove l’estremismo islamico ha attecchito come una pianta infestante. In Francia, Belgio ed Egitto, il velo integrale è stato vietato nei luoghi pubblici e nelle scuole. Ma qui, in Italia, la situazione è più complessa.

 

L’assessore all’Istruzione, Alberto Parigi, ha dichiarato: “Farò subito accertamenti. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile.” Ma cosa significa davvero “emancipazione”? Forse è il coraggio di togliersi il velo, ma anche il rispetto per chi lo indossa.

 La maestra di Pordenone ha scelto la sua strada, e forse ha aperto una breccia. Ma il dibattito continua, e la bambina con gli occhi scoperti è al centro di esso. Nel suo sguardo, si riflette la lotta tra identità e libertà, tra tradizione e modernità. E mentre il mondo osserva, la piccola tiene saldo il suo diritto di essere se stessa, velo o non velo.

In Italia, non esiste una legge specifica che vieti precipuamente l'utilizzo di un velo che copra il volto come il niqab o il burqa. Tuttavia, è importante considerare alcuni aspetti.

Legge Reale del 1977: Sebbene non ci sia un divieto esplicito riguardante l'abbigliamento religioso a scuola, la cosiddetta legge Reale del 1977 vieta l'uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo che renda difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico senza giustificato motivo. Questo potrebbe essere rilevante nel caso della bambina che ha indossato il niqab a scuola.

L'opinione personale varia. La dirigente regionale dell'ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame, ha sottolineato che i bambini in classe non dovrebbero sentirsi discriminati e che le scuole dovrebbero favorire l'inclusione nel rispetto delle differenze, compreso l'abbigliamento. Tuttavia, il presidente regionale dell'associazione nazionale presidi, Luca Gervasutti, ha osservato che la questione è controversa e ha richiamato l'attenzione sulla legge Reale.

Iniziativa della Lega: Il senatore e segretario regionale della Lega, Marco Dreosto, ha annunciato un'iniziativa in parlamento per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, seguendo l'esempio di Francia e Belgio.

In sintesi, mentre l'indossare il niqab in Italia è perfettamente legale, la questione apre un dibattito complesso che coinvolge la libertà religiosa, il diritto all'istruzione, l'integrazione e la tutela dei minori.