«La richiesta di ben 200mila euro, oltre alla plurima pubblicazione del dispositivo, che costerebbe circa la metà di tale importo, al di là della infondatezza della domanda, ha una palese ed ingiustificata carica deterrente, specie ove collocata nell'alveo delle iniziative, volte ad usare il Tribunale civile come una sorta di bancomat dal quale attingere somme per il proprio sostentamento, anche quando lo si coinvolge senza alcun fondamento. ...L'articolo rispetta il canone della verità in quanto esprime esattamente il contenuto della nota informativa dell'ufficio di intelligence finanziario. La dicitura finale “regalo fatto a Renzi” non è diffamatoria perché nel titolo del paragrafo è chiaramente scritto “prestiti” ed in ogni caso un prestito infruttifero potrebbe essere ritenuto una forma di donazione per gli interessi mancati, interessi che normalmente si collegano ai prestiti, anche tra privati, per cui si ritiene che non risultino integrati gli elementi oggettivi e soggettivi della diffamazione aggravata. ...Dagli atti è emerso che la Procura stava svolgendo all'epoca indagini sulla Fondazione Open, per l'ipotesi delittuosa di finanziamento illecito ai partiti; in particolare risultavano già emessi vari decreti di perquisizione sugli immobili dell'indagato – il rappresentante legale della Fondazione Open avvocato Alberto Bianchi di Pistoia -, sulla base della ipotesi investigativa che la Fondazione Open fosse non già un organismo avente gli scopi dichiarati, ma fosse un'articolazione politica destinata a supportare la campagna politica di Renzi Matteo, sia per la sua attività di sindaco di Firenze che per quella successiva, compresa la campagna del SI referendario. ...Dunque, la giornalista ha fatto affidamento su una fonte particolarmente qualificata e non aveva alcun ulteriore onere di controllo [avendo] giustificatamente ravvisato anche un interesse pubblico alla diffusione, perché il finanziamento di un partito, di una corrente partitica, o di un uomo politico, sono fatti di interesse pubblico, e ciò proprio per il controllo sociale e la trasparenza del funzionamento delle attività istituzionali democratiche». 

Questi alcuni passaggi con cui la giudice Susanna Zanda - la stessa che un mese fa lo ha condannato a pagare 42mila euro, oltre ad altri 30.641 tra spese legali, oneri accessori e Iva - ha respinto l'ennesima richiesta di risarcimento danni avanzata da Matteo Renzi, stavolta nei confronti del Corriere, condannandolo a pagare 16.000 euro per le spese processuali.

Che cosa riguardava stavolta l'ennesima denuncia di Renzi?

Un articolo del 4 dicembre 2019 di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, dal titolo: “Caso Open, nuove indagini sui soldi dati da Carrai a Renzi. L'accusa a Bianchi su carte prepagate e bonifici: usati a fini personali”.

Per Renzi, l'articolo era pieno di notizie false su quelli che erano ruoli e flussi di denaro nella Fondazione e su chi la gestiva.

La giudice, invece, ha smontato punto per punto tutte le contestazioni di Renzi affermando che la causa intentata dal senatore di Rignano 

«al di là della infondatezza della domanda, ha una palese e ingiustificata carica deterrente, specie ove collocata nell’alveo di iniziative volte ad usare il tribunale civile come una sorta di bancomat dal quale attingere somme per il proprio sostentamento, anche quando lo si coinvolge senza alcun fondamento».