Io sono Carlo Verdone - II

Io sono Carlo Verdone - II


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Finalmente Carlo partì come cineasta, da subito sia regista che sceneggiatore. Per quest'ultimo ruolo, svolto spesso in collaborazione,  si era ulteriormente affinato con la sua laurea in lettere ( avrebbe una passione per Tacito, come ho letto una volta); a fare il regista lo spronò, a quanto lui stesso oggi racconta, Sergio Leone, uno tra i tanti che frequentava casa sua.

 UN SACCO BELLO, 1980

Carlo è più scatenato di Eddy Murphy e si butta a interpretare una pletora di personaggi, con varie sfumature, l'autoritario, il timido, l'inadeguato, il prete, attraverso  le tipologie dell'angoscia umana: ottusità, timidezza, alienazione nella metropoli in abbandono estivo, perché allora agosto era la morte civile per le città. Riconosciamo Mario Brega, lasciato a fare l'antagonista di Clint Eastwood nei western di Sergio Leone, scoprendo il suo cuore  coatto. Tutto è accompagnato da una musica dalle risonanze dolci e malinconiche. Molti monologhi di Carlo, forse troppi, devono però imporre delle tipologie che rimarranno sue costanti. La consolazione per un altro sfigato passa per l'improbabile e logorroica condivisione di esperienza ( "pure io 'na volta ...)

Dunque, in quella domenica del 1981, non si fa in tempo a sedersi, che è subito evidente la presenza dello spoiler, nella fila subito dietro la nostra: un giovanotto che vede il film per la seconda volta (minimo) e anticipa ogni maledetta battuta. Tutti, come al solito, stanno zitti e toccherà a me chiedergli di smetterla, ma ormai la visione di " Un sacco bello" è un poco rovinata.

Tuttavia, all'uscita, sono soddisfatta. Claudio no; dovranno passare alcuni anni perché finalmente si faccia delle franche risate con le pellicole verdoniane, ma per me è nata una stella.

Allora, giovane universitaria, non me ne rendevo conto appieno, ma il processo di identificazione era scattato, e non per un personaggio femminile, come mi era capitato fino a quel momento. Era l'attrazione per l'umanità, come impasto di canaglieria e frustrazione, in dosi diverse.

Sono una cinefila? Non oso definirmi tale, non sono all'altezza. Ma facevo parte di quella truppa di ragazzi che aspettava il lunedì sera del " primo canale" RAI, quando passava in prima serata il film, praticamente senza pubblicità, o ben scarsa anche quando la inserirono.

Sola, davanti alla televisione del soggiorno, i genitori che concedevano, almeno questo, una posticipazione del sonno, tollerando la passione cinematografica fin da quando la palesai all'asilo, ecco: provavo la vera felicità e non lo sapevo. Il film è un libro, un paesaggio, un'escursione: per questo puoi rivederlo mille volte, finché non ha sfondato ogni emozione e c'è una minima possibilità che ancora appaghi l'anima.

 BIANCO, ROSSO E VERDONE, 1981

Mi bastò dare un'occhiata a qualche trailer, impresa non facile come oggi ( li mostravano sostanzialmente al cinema, prima di un'altro film o a Domenica In), e schedai subito la pellicola come un'altra prova tecnica, anche se più raffinata, come se Carlo dovesse ancora mettere a punto le sue stelle fisse. E poi, la sora Lella.

Celebriamo la "sora" romana per la sua simpatia. Carlo avrà avuto un debole per lei, ma se il fratello Aldo Fabrizi le concedeva solo pochi secondi nei suoi film, un motivo doveva esserci, però faceva colore e tutto si tiene.


BOROTALCO, 1982

E poi, e poi...arriva "esso", "Borotalco". Stando a interviste che ho letto ( ma considero fonte solo ciò che gli ho sentito dire in televisione), Carlo stesso si stupisce della tenuta, nel tempo, di questo suo lavoro.

Purtroppo qualcuno non ha resistito all' effetto "backstage". Mi capitò davanti questo racconto televisivo sul successo di "Borotalco", e, come previsto, non ressi a lungo... E vai, di quando Carlo ha concordato con Dalla e gli Stadio i nomi in locandina, e quanto si siano divertiti a far questo e quello, e l'aneddotica...

...guardate, gente, non me ne può proprio importare di meno. A raccontarla, al massimo vi divertite voi. Se vedessi girare un film, forse mi passerebbe per sempre la voglia di guardarne mai più altri.

Quello che davvero conta, per prendere Borotalco e metterlo nella bacheca dei film del cuore, è che anche a me, a vent'anni  piacevano Hollywood e l'astrologia; e, anche se la questione dei pentasessuali non mi tormentava (lol), mi scocciava assai che tanti, nella vita, sparassero balle galattiche; e io pure sognavo un futuro molto, molto diverso.

D'altro canto, come Sergio Benvenuti,  tutti cambiamo le voci e raddrizziamo la schiena, se non altro quando entriamo in un posto nuovo o al lavoro, per poi  sfrangiarci appena l'ospite se ne esce o varchiamo l'uscio di casa: identificazione completa in quasi tutto il cast e la storia, compreso il timore che nella vita ci fosse sempre qualcuno pronto a prenderti a cinghiate e il finale senza futuro. Ora è ora.

Non so quante volte l'ho rivisto, perché poi c'è sempre  l'arte scenica di Carlo e la  caratteristica dei suoi personaggi, con delle risonanze espressive che lui non tira fuori dal nulla: quelle almeno, se non ce le hai veramente pure nella realtà ( lo scommetto e  mi mangio il cappello come Rockerduck), non bastano una sublime recitazione, il Metodo Strasberg o la distanza brechtiana, io dico che le trovi dentro di te, o dunque non ti riescono.

Di norma, il personaggio di turno di Carlo abbozza, si giostra, sopporta, finge interesse, ci mette un po' di cialtroneria, perché proprio sempre coglione no, poi sbotta e dice qualcosa che mette l'interlocutore al suo posto e gli fa capire: sei più scemo di me, anche se ti lascio credere il contrario.

Lui sarebbe il buono, ma in realtà fa un macello delle vite altrui, insomma il pacioccone che ti impallina. E finalmente qualcuno esprime a dovere il modo in cui certuni parlano in capitale: non il romanesco "franco" ma pettinato di tanti, da Sordi stesso a Montesano o Proietti, ma quello di ragazzi e finalmente ragazze, pieni di birignao e vocali ( soprattutto la "e" ) che si spiaccicano nel palato. Solo quando questi vanno fuori, o parlano con un non romano, cercano di correggersi, perché un pochetto si scocciano, a sbracare, e l'immagine di Roma deve rimanere "in". 

E poi le delicatezze, i dettagli, sia in questo film, che in altri, ma  per la prima volta in Borotalco indicativi del modo di lavorare e di vedere le sceneggiature  da parte di Carlo. Due brevi esempi: Sergio viene convocato dal futuro suocero (Brega) in negozio, questi suggerisce brusco alla moglie di lasciarli soli,  e lei che risponde? Che tanto stava per andarsene. Ecco a voi le romane (almeno quelle di una volta), impagabili, che non possono mai mostrarsi impreparate davanti a niente, sempre con l'ultima battuta pronta. O ancora, Sergio che in soggiorno si sorbisce Rossella, mentre lei, spalleggiata dalla madre,  gli descrive una bellissima camera da letto per la loro futura casa coniugale: una scena così fulminante nell'indicare alle donne che all'uomo, in genere, di tutto ciò importa poco o nulla e che un matrimonio, potrebbero organizzarselo benissimo da sole (anche quando il fidanzamento è felice).

Fanno la loro comparsa le citazioni di archetipi di soprannomi alla romana ( uno per tutti, "er patata"), evocati come parte di un contesto capitolino popolare e fricchettone, magari anche un filo pregiudicato, che inevitabilmente si finisce per conoscere negli ambiti dei protagonisti.

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