Facebook accusato di manipolazioni. Non un algoritmo, ma dei redattori decidono la popolarità delle notizie

Facebook accusato di manipolazioni. Non un algoritmo, ma dei redattori decidono la popolarità delle notizie

Non sono gli utenti di Facebook, grazie ad un algoritmo che ne interpreta le scelte, a decidere quali sono le notizie destinate a diventare popolari. Esiste una vera e propria redazione, che prevale sull'algoritmo e decide quali "hanno il diritto" di diventare popolari e quali no, inserendole o togliendole manualmente, ad esempio, dalla rubrica Trending (Tendenze), al momento visibile solo nei paesi di lingua inglese.

A rivelarlo è stato il quotidiano inglese Guardian, che è entrato in possesso del documento, ad uso interno dei dipendenti del colosso di Menlo Park, contenente le linee guida che i "redattori" sono tenuti a seguire.

La rivelazione del Guardian ha fatto seguito ad un articolo comparso su Gizmodo, in cui un "news curator", come vengono definiti i controllori delle notizie, aveva riferito che era pratica diffusa censurare, o comunque dare meno visibilità, alle notizie aventi un orientamento conservatore, con conseguente danno per il partito Repubblicano, soprattutto in questa fase di campagna elettorale per le presidenziali.

Quanto pubblicato da Gizmodo, ha indotto i vertici di Facebook a correre ai ripari. Mark Zuckerberg, in un post su Facebook, ha negato ogni manipolazione delle notizie e garantito parità di trattamento per qualsiasi posizione politica. Si è detto anche disposto ad incontrare esponenti conservatori, per discutere come eventualmente migliorare il servizio.

Si era fatto sentire anche Tom Stocky, vice presidente del settore ricerca, che aveva scritto: "Noi  non inseriamo storie artificialmente nella sezione Trending, né diciamo ai nostri dipendenti di farlo". Entrambi sono stati smentiti dalla pubblicazione del documento del Guardian.

La gravità della cosa sta nel fatto, non solo che un ristretto numero di persone abbia il potere di decidere quello che leggono e commentano milioni di utenti di Facebook, ma anche che Facebook abbia mentito, negando fino all'ultimo l'esistenza di questa struttura redazionale. Tuttora, alla pagina "Come fa Facebook a determinare quali argomenti sono popolari?" non viene menzionato nessun tipo di intervento redazionale.

Di per sé che delle notizie siano filtrate da dei redattori non è uno scandalo. E' quello che avviene in tutti i giornali e di cui ogni lettore è perfettamente consapevole. Gli utenti di Facebook, invece, fino ad oggi ritenevano di essere loro a decidere la popolarità delle notizie con il tramite di un algoritmo, che, pur non garantendo la totale obiettività (si può intervenire anche su un algoritmo per alterarne l'imparzialità), assicura una maggiore neutralità e non è influenzato da idee politiche o storie personali come gli esseri umani.

Inoltre, i giornali hanno una tiratura di qualche centinaio di migliaia di copie (1.200.000 circa il New York Times), non un'audience di miliardi di utenti come nel caso di Facebook (167 milioni solo negli Stati Uniti). E, soprattutto, esiste la pluralità della stampa, che consente di valutare opinioni diverse. Di Facebook ce n'è uno solo.

Ma andiamo con ordine e riassumiamo quanto è accaduto in quest'ultima settimana. Lunedì scorso, 9 maggio, in un'intervista pubblicata sul sito Gizmodo un ex-dipendente di Facebook (da metà del 2014 fino alla fine del 2015) sostiene che il social network boicotta sistematicamente notizie riguardanti esponenti politici conservatori, soprattutto se della destra estrema, come Mitt Romney, impedendo che entrino nella sezione Trending, benché già molto popolari fra gli utenti.

Aggiunge anche che esistono dei cosiddetti "news curator" cui vengono date indicazioni per inserire manualmente determinate notizie, anche se fra gli utenti non hanno raggiunto un sufficiente grado di popolarità. Uno dei punti fermi è che nella sezione Trending non compaiano notizie riguardanti Facebook. Non si sa mai, meglio evitare.

Non è chiaro, secondo quanto riferisce Gizmodo, se ci siano direttive da parte dei vertici dell'azienda rivolte a favorire questo o quello schieramento politico. Tutto potrebbe dipendere dall'orientamento del personale di volta in volta di turno. Cosa, peraltro, non meno grave, che anzi evidenzierebbe ancor più le falle del sistema.

E' stata la volta, poi del Guardian, che giovedì 12 ha reso pubblico il documento di Facebook, con le indicazioni per come intervenire sulla lista delle tendenze per inserire o rimuovere dei post, dirette ai news curator.

A questo punto, Facebook ha, seppure in ritardo, contrattaccato. Il vice-presidente per le "global operations", Justin Osofsky, ha pubblicato un post sul suo blog, in cui conferma gli interventi redazionali, sostenendo, però, che hanno solo l'intento di rimuovere notizie che non sono rilevanti. A decidere il grado di rilevanza è comunque Facebook.

Osofsky ha reso disponibile anche una nuova versione delle linee guida, sbianchettando qua e là brani ritenuti sensibili, senza rendersi conto che questi erano perfettamente visibili nella copia diffusa dal Guardian.

Sostanzialmente ad occuparsi di gestire la popolarità delle notizie sarebbe un gruppo ristretto, di circa 12 persone, responsabili degli interventi redazionali, cui sono fornite dettagliate istruzioni sul modo in cui inserire o rimuovere notizie nella sezione Tendenze, a loro completa discrezione.

Per stabilire se una notizia ha una certa rilevanza, questa, secondo le linee guida, dovrebbe comparire fra le prime tre notizie su almeno 5 dei siti contenuti in un elenco che, per gli Stati Uniti, comprende BBC News, CNN, Fox News, The Guardian, NBC News, The New York Times, USA Today, The Wall Street Journal, Washington Post, Yahoo News o Yahoo. 

Osofsky ha diffuso un elenco più esteso dei siti di riferimento, contenente anche quelli relativi ad altri paesi. Per l'Italia vi compare anche il sito meteofemminile.it, che misteriosamente sembrerebbe avere una grado di credibilità pari a quello della BBC o della CNN.

Successivamente anche il Guardian ha ricevuto una lista di 1000 pubblicazioni, accompagnate dall'indicazione del paese e del tipo di argomento, per i quali sono presi come riferimento.

Nei giornali elencati, sembra esservi una prevalenza di pubblicazioni definibili "liberal" e in molti vi hanno letto una conferma dell'"ostilità" verso posizioni più conservatrici.

I redattori sono invitati a citare anche eventuali post di Facebook che contengano riferimenti ad una particolare notizia, solo se postati da determinate tipologie di utenti, di cui vengono forniti dettagliati criteri di selezione (campioni dello sport, giornalisti famosi, ecc.)

In sostanza, da tutto questo si deduce che Facebook mente ai suoi utenti, che questi non hanno grande importanza nel determinare la popolarità delle notizie, che non tutti gli utenti sono uguali e che è Facebook a decidere quello devono leggere e commentare.

E' stato confermato quanto in molti, inascoltati, avevano previsto da tempo. I colossi di Internet, come Facebook, Google e Twitter, hanno assunto dimensioni tali da poter facilmente orientare la pubblica opinione, senza nessun controllo.

Il problema vero sono proprio le loro dimensioni, non solo il fatto che, come in questo caso, possa esservi un intervento umano. Anche un algoritmo può essere progettato per avere preferenze e inclinazioni che lo portino a preferire alcuni ed a penalizzare altri.

A quando le rivelazioni sulle modalità di indicizzazione di Google, che si ostina a non rendere pubblico l'algoritmo utilizzato? Del resto, anche la UE, che ogni tanto sembra risvegliarsi e interessarsi al problema, per riassopirsi subito dopo, ha già rilevato anomalie nei risultati di ricerca, dato che il gigante di Mountain View dà addirittura maggiore evidenza ai propri servizi, penalizzando quelli della concorrenza.

E, comunque, è risaputo che eserciti di dipendenti di Google esaminano i siti ed, a loro completa discrezione, decidono chi merita e chi no. Il fatto stesso che siano a loro a stabilire i criteri qualitativi dei siti, le ormai famose linee guida di Google, non è un qualcosa di altrettanto grave dell'intervento redazionale imputato a Facebook?

Mentre scrivevo queste ultime annotazioni, mi chiedevo se l'algoritmo, o in alternativa uno dei tanti John Smith, entrambi di Google, consentiranno l'indicizzazione di questo articolo. In realtà, potrebbero impedirla, senza che nessuno possa intervenire. Non fa paura? E se decidessero di far vincere Trump?

Federico Mattei
nella categoria Scienza e Tecnologia
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