La laurea di Scalfarotto ed il prestigio del Partito Democratico

La laurea di Scalfarotto ed il prestigio del Partito Democratico

In un lungo articolo pubblicato il 3 aprile su Il Foglio, il deputato del Partito Democratico Ivan Scalfarotto ci informa che il fatto che "in Parlamento ci sia Di Maio senza una laurea e senza un’esperienza lavorativa, che il tesoriere del gruppo M5S abbia la terza media, che la nuova vicepresidente grillina del Senato orgogliosamente venga dalla periferia romana del Quarticciolo non dovrebbe diventare certamente un caso: sono tutti segni della vitalità e dell’apertura della nostra democrazia", ma solo in apparenza.

Nella realtà, invece, la presunta ignoranza dei 5 Stelle, data da Scalfarotto come un dato di fatto ineluttabile, è da interpretare come "una precisa dottrina, della declinazione di una strategia che è quella della scientifica delegittimazione delle istituzioni repubblicane, del loro svilimento. Del piano, nient’affatto casuale, di ridurle a un bivacco (cit.)...

Chi sta nel Palazzo non deve avere titoli, indennità, scorta, deve assomigliare simbolicamente il più possibile a chi sta fuori.

Chi entra nel palazzo non deve essere percepito come qualcuno che ha potere (che cioè può far accadere le cose) ma deve tendere ad assomigliare sempre più all’uomo qualunque (un altro dèjà vu).

Non solo per far scattare un’identificazione tra elettori ed eletti e acquisire in questo modo consenso, ma per dimostrare che dentro al palazzo non c’è nulla da decidere. E se lì non risiede il potere di fare le cose, di quelle istituzioni si può fare benissimo a meno."

Tutto questo è dovuto ad una comprensione della democrazia da parte del Movimento 5 Stelle e dei suoi principali sostenitori, del tutto opposta all’idea che ne hanno Scalfarotto ed il Pd, basata sul "confronto tra opinioni diverse, rispetto e legittimazione dell'avversario, valore e senso delle istituzioni repubblicane".

Questo è il riassunto dello Scalfarotto pensiero espresso su Il Foglio. Un'opinione del tutto legittima, la sua. Viene però da chiedersi con che faccia tosta il sapiente e dotto Scalfarotto abbia potuto esprimerla.

Infatti, viene alla mente il suo accorato intervento alla direzione nazionale del Pd in cui illustrava ai dirigenti del partito la bontà del Jobs Act, grazie anche alla sua esperienza professionale nella gestione delle risorse umane del colosso finanziario Citigroup.

Scafarotto, all'epoca, ricordò come esempio la "traumatica" vicenda da lui vissuta. La sua azienda voleva aprire una nuova sede in Europa, sul continente, e tra i Paesi in lizza vi era anche l'Italia. Alla domanda come poter chiudere la filiale una volta aperta, nel caso ciò si fosse reso necessario, Scalfarotto non seppe dare una risposta ai propri capi... non c'era - secondo lui - una legislazione chiara in merito. Risultato? Citigroup aprì la propria sede in un'altra nazione, non in Italia. Invece, se già a quel tempo vi fosse stato il Jobs Act - parole di Scalfarotto - lui avrebbe saputo che cosa rispondere ai dirigenti di Citigroup che, probabilmente, avrebbero così aperto la nuova sede in Italia.

Nessun iscritto del Pd presente a quella direzione replicò a Scalfarotto. Tutti, pertanto, presero per buona la sciocchezza che lui ebbe il coraggio di dire. In un Paese dove le aziende, già a quel tempo, chiudevano la sera la serratura dell'impianto in Italia per aprire, il mattino dopo, quella di un impanto costruito nell'Est Europa senza preoccuparsi della sorte dei dipendenti italiani, Scalfarotto ebbe il coraggio di dire che con il Jobs Act, perché avrebbe reso i licenziamenti ancor più facili rispetto a quanto già non fosse, si sarebbe creato lavoro.

E secondo Scalfarotto, quello sopra riportato sarebbe l'esempio di preparazione, capacità intellettuale, logica, esperienza di cui le istituzioni avrebbero bisogno, e che lui e il Pd sono in grado di fornire al Paese.

È sicuramente arrivato il momento che qualcuno, dotato di una dose enorme di misericordia e pietà umana, dica una volta per tutte a Scalfarotto e ai suoi colleghi di partito che se non sono stati votati non è perché gli italiani siano tanto stupidi da preferire di esser governati da degli stupidi, ma molto più semplicemente perché gli italiani non sono stupidi così tanto da continuare a farsi prendere per stupidi da Renzi e dai suoi livorosissimi leccapiedi incapaci di intendere (le cose di cui ha bisogno l'Italia) e di volere (il bene del Paese, invece del proprio).

Per questo è possibile vincere le elezioni anche senza avere una laurea.

Gino Tarocci
Categoria Politica
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