A pochi giorni dalla decisione della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo, in particolare sulla norma che preclude la liberazione condizionale per i detenuti non collaboranti, ragioniamo in merito con il giurista Vincenzo Musacchio.


Il prof. Fiandaca, luminare del diritto penale, in una recente intervista rilasciata al “Riformista”, alla vigilia dell’attesa pronunzia della Corte Costituzionale sul tema del c.d. ergastolo ostativo, ha detto che non si può dare per scontato che chi è stato mafioso una volta lo sarà per sempre. Qual è la sua idea in proposito?
Probabilmente l’assunto sostenuto è più accademico che empirico. I miei studi e la mia esperienza mi portano a pensarla esattamente in senso opposto all’affermazione del professor Fiandaca. Chi non vuol essere più mafioso collabora con la giustizia e da un messaggio concreto che non è più mafioso. In caso contrario, in assenza di una simile scelta, il soggetto difficilmente può non essere ritenuto ancora mafioso. 


Come si conciliano ergastolo ostativo e fine rieducativo della pena, previsto dall’art.27 Cost.?
Partiamo da un presupposto logico: è possibile rieducare chi non vuol essere rieducato? La risposta dovrebbe essere negativa. Domandiamoci anche: può all'interno dello stabilimento carcerario manifestarsi la rieducazione?  Direi di sì. Come non è difficile comprendere occorre confrontarsi con gli aspetti concreti e applicativi della problematica. “Il fine pena mai” è sicuramente inconciliabile con la Costituzione. La circostanza che “il fine pena mai” consegua alla scelta consapevole del soggetto di non volersi rieducare e reintegrare nella società civile, preferendo conservare il proprio ruolo criminale nell’anti-Stato mafioso, non mi sembra scandalosa, ma direi necessaria per assicurare la conservazione e la tutela dello Stato stesso. Non dimentichiamoci che la pena è anche lo strumento per prevenire che l’autore di un reato ne commetta in futuro altri e in tal caso la commissione di nuovi reati sarebbe pressoché certa.


L’eventuale concessione della liberazione condizionale in caso di ergastolo ostativo produrrà effetti negativi con riferimento alla lotta alle mafie? 
Verrebbe indebolito il regime cd. ostativo introdotto in Italia tra il 1991 e il 1992 e ciò, in parte, svigorirebbe l'azione di contrasto delle mafie da parte dello Stato. Lo Stato di diritto ha tra i suoi compiti primari in materia penale, sia quello di contrastare il crimine, sia di recuperare, nei limiti del possibile, il reo. Le due funzioni sono indissolubili e non vanno scisse per motivi non sufficientemente chiari e condivisibili. 


Come giudica la posizione assunta dall’Avvocatura dello Stato la scorsa settimana davanti ai giudici costituzionali chiamati a decidere nuovamente sull’ergastolo ostativo?
Non la giudico. Prendo atto che in teoria l’Avvocatura dello Stato dovrebbe difendere le leggi vigenti per conto del Governo. In realtà c’è stata un’inversione di marcia, tenuto conto che inizialmente aveva chiesto di dichiarare l’inammissibilità o l’infondatezza della questione di costituzionalità sollevata dalla Cassazione. Sarà una diversa scelta di natura politica per la quale, ovviamente, non intendo entrare nel merito.


Come mai secondo lei i giudici si sono presi altro tempo per decidere?
Questo non posso saperlo, non essendo uno di loro. La questione per la quale sono chiamati a pronunciarsi, tuttavia, è molto delicata e impegnativa e sembra che all’interno della stessa Consulta non ci sia piena concordanza di vedute sull’ergastolo ostativo.


Le associazioni delle vittime di mafia, si oppongono a una possibile decisione di incostituzionalità, evidenziando che stanno ancora piangendo le morti dei loro familiari. Cosa si sentirebbe di dir loro?
Che hanno ragione e che li rispetto per il dolore e le ferite che hanno dovuto sopportare, che sopportano ancora e che purtroppo sopporteranno in futuro.  Chi non collabora con la giustizia non considera le sue vittime degne di considerazione. Sono loro vicino e comprendo il loro stato d’animo. Mi chiedo e chiedo al lettore, nel momento in cui la criminalità organizzata diventa sempre più potente e supera i confini nazionali noi cosa faremo? Ci allontaneremo ancora di più dalle evidenti istanze di prevenzione generale connesse al contrasto delle nuove mafie? A breve la Consulta ci darà la sua risposta.


Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). E’ ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.