”L’insulto”. Libano e rancore

”L’insulto”. Libano e rancore

Film bellissimo, da forti emozioni, premiato la scorsa estate con la coppa Volpi, candidato per il Libano al premio Oscar, malgrado il suo regista, Ziad Doueiri (formatosi alla scuola di Quentin Tarantino) abbia passato seri guai al ritorno da Venezia nel suo paese.

“L’insulto”, ma il titolo originale è “Fascicolo n.23” da un vero caso giudiziario tra un cristiano libanese ed un rifugiato palestinese, è un film di rancore personale, come nei “Duellanti” di Ridley Scott, ma anche di odio intracomunitario che cova come brace sotto la cenere della fragile “pace” del Libano, un paese sensibile, come un sismometro, a tutte le crisi del Medio Oriente.

Parte un missile da Gaza su Israele ed il Libano oscilla, un attentato a Damasco o a Bagdad, altra oscillazione, un’ultima follia di Donald Trump ed il Libano balla sulle onde sismiche.

Cinema vivace e da seguire quello libanese, sia che si soffermi sul tema della guerra civile, come “West Beirut” dello stesso Doueiri, sia che tocchi questioni apparentemente frivole, come il divertente ed agrodolce “Caramel” di Nadine Labaki.

Un cinema che riflette la diversità, l’anomalia e l’alienazione di un piccolo paese che racchiude in sé tutta la complessità della storia dell’universo mediorientale.

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