Helga Mayer uscì dal negozio di casalinghi ed elettrodomestici, soddisfatta e inquieta al tempo stesso. Aveva appena acquistato una bilancia pesapersone ultimo modello, con il proponimento di seguire una dieta ferrea e mettersi in forma.

Era in Italia da dieci anni.  Un giorno, nel quartiere portuale di Amburgo, insieme alla sua amica del cuore Gertrude, stava bevendo una birra al suo bar preferito, un ritrovo di hippy e marinai, di proprietà di Otto, il vecchio amico di suo padre, quando entrò lui, Giacomo Ferretti. La colpirono il viso dolce, la morbidezza mediterranea delle movenze, sul fisico alto e slanciato. Gli occhi scuri e liquidi la fissarono, lei ricambiò: colpo di fulmine.

Come era carina, allora. Percorrendo a piedi l’antica strada romana che l’avrebbe condotta a casa, un blando tentativo di perdere calorie, Helga ricordò la sua passata immagine: snella, teutonica, biondissima, occhi color fiordaliso, faceva girare tutti i maschi della città, ma aveva in mente la carriera, voleva fare il medico. Deluse la famiglia, per correre dietro al bell’italiano. Abbandonò l’università, in sei mesi si ritrovò sposata.

I primi tempi furono duri. Non conosceva una parola di quella lingua. Giacomo, ufficiale di bordo, la sistemò, subito incinta, nella casa dei genitori, un ex villino padronale riadattato, vicino al torrente Verbella, per poi ripartire subito. Il rio, per lunghi tratti coperto dalla pedemontana e dai nuovi casermoni di cemento, scorreva inquieto e minaccioso nei giorni di pioggia, con un rumore che lei detestava e la teneva sveglia; in più, il dialogo con i due già maturi suoceri risultò difficile.

Ma…lei era tedesca, che diamine! Si impegnò: prima della nascita di August, era già in grado di esprimersi e farsi intendere; all’arrivo del secondogenito, Mauro, l’anno dopo, parlava un italiano quasi fluente.Certo, le sarebbe sempre rimasta addosso quella pronuncia inconfondibile: posso afere un chilo di pane, per fafore? E qualche verbo senza le finali giuste e qualche articolo di meno. Al mercato, le aleggiavano intorno le risatine di negozianti e cittadini. Ah,l’Italia! Sole, pizza e mandolini, ma i suoi abitanti: una massa di provinciali, chiassosi, disordinati, incapaci di seguire le regole, anzi le recole!

Finalmente arrivò al portone del condominio, un po’ stanca. Sistemò la pianta nell’androne, indispettita, pensando che pagavano inutilmente giardiniere e donna delle pulizie: nulla era mai a posto! Stavano in quel nuovo complesso da un paio d’anni. Con Giacomo divenuto comandante di navi da crociera, avevano potuto permettersi un bell’appartamento di otto vani e doppi servizi, liberandosi, anzi liberando soprattutto lei, dalla convivenza con i Ferretti senior. Meglio così: in fondo non la avevano mai del tutto accettata, ma fecero un dramma del trasloco, che avrebbe sottratto loro la vista quotidiana dei nipotini.

All’ingresso, Helga incrociò sulla porta dell’ascensore l’unica persona che non avrebbe voluto vedere, la “sposina” dirimpettaia del pianerottolo, una che aveva fatto la modella e l’ attrice a Roma.

“Buonciorno”

“Buongiorno a lei” replicò l’altra, sussiegosa.

I bambini a scuola, Giacomo assente: che meraviglioso silenzio! Posò la borsa sul trumeau nell’ingresso, appoggiò la scatola con il nuovo acquisto sul tavolo della cucina, andò in camera da letto. Si spogliò lentamente, davanti allo specchio dell’armadio, rimanendo nella sua sottoveste bluette, e subito le calò addosso il malumore: aveva addosso almeno venti chili di troppo, anche se distribuiti su un bel metro e settantacinque; anzi, proprio l’altezza evidenziava la sua nuova corpulenza. Il viso s’era come allargato, la mascella si presentava più che volitiva, marziale. Colpa di tutti quegli spachetti e quel meraviglioso pane. Era diventata una macarona, senza rinunciare a wurstel e birre: un disastro.

Si sistemò addosso la vestaglia, attanagliata dai rimorsi per la sua disordinata condotta alimentare e la sopravvenuta pigrizia, autentica vergogna per una come lei, già campionessa ai giovanili di nuoto nell’ annuale gara tra laender!

E poi c’era la gelosia, a tormentarla. Oh beh, anche Giacomo s’era inquartato, aveva debordato dal peso forma, ma…ma per gli uomini è sempre diverso. Intanto, aveva conservato i capelli, folti, scuri, e poi era in una posizione di prestigio e con la divisa faceva sempre la sua figura…chissà le turiste e le hostess della “ Sea Joy” come se lo contendevano.

Calmati, Helga. Ricordati gli ammonimenti di mamma: “ Fai sempre di testa tua, mia cara bambina. Hai voluto il don Giovanni italiano, ma poi non lamentarti… lamentarsi è da latini…” così le aveva detto,versando una contenuta lacrimuccia, la defunta Hellen, alla fine del ricevimento di nozze.

Predispose il ragù, intervallando l’assaggio degli ingredienti. Estrasse da un lungo cassetto il tagliere grande, occupato dalla distesa dei ravioli fatti in casa con le sue mani, alla maniera del posto. Aveva imparato a lavorarli alla perfezione, meritandosi i complimenti della signora che la aiutava nei mestieri due giorni alla settimana. Ne assaggiò parecchi ancora crudi, prima di buttarli nell’acqua: che delizia. Si dedicò alle polpette fritte, da passare al sugo, sbocconcellandone un po’. In quel momento, sentì il rumore delle chiavi.

“Sei tu, Ciacomo?”

“ Chi vuoi che sia? Certo che sono io!

“Anche la tonna ha le chiavi!” protestò Helga, che davanti al marito si lasciava prendere dalla soggezione.

Lui la baciò lievemente: “Spero proprio che oggi non sia il suo giorno. Ho voglia di sbracarmi un po’ ”.

Ecco. Dopo otto mesi l’anno in doveri di protocollo, tra un giro ai Caraibi e l’altro al Golfo del Leone, a casa infilava il pigiama e diventava un pantofolaio, inchiodato al divano del salotto e ai quiz televisivi. “Com’è antata all’acenzia?”

“ Tutto a posto, ho sistemato quella storia dell’assicurazione. Riparto a gennaio, tour Oceano Indiano, turisti americani”.

La conversazione fu interrotta dai bambini, che rientravano da scuola in compagnia della vicina del dodici e i figli di quest’ultima.

“ Mi ami sempre? ansimò Helga, mentre Giacomo le baciava il collo.

“ Sì che ti amo, stupidona, valchiriona mia!”

“Sono troppo crassa!”

“ Ma che dici, mi piaci così. Questa estate vieni a bordo con i ragazzi, facciamo la stagione insieme” Giacomo le carezzò il seno prosperoso. “Tettona bella, mi fai impazzire”

“Tu ha sempre addosso quelle assistenti tella compagnia e le clienti…io non vete quello che tu fa!”

“Neanche io vedo te, se è per questo…tu defe fidare di me, heil!” scherzò Giacomo, assaltandola.

All’uscita mattutina, per accompagnare a scuola August e Mauro, Helga quasi cadde inciampando in quel sacchetto. ”Stronza!” sibilò.

“Chi, mamma?”

“Niente, Mauro, non è niente”.

Sempre furibonda, depositò i figli e filò indietro, saltando la spesa. Non la sopportava più. Chi si credeva di essere quella stronzetta da due soldi, solo perché aveva bazzicato Cinecittà, era magra e un po’ più giovane? Dieci anni prima, gliel’avrebbe fatta vedere lei, chi era la migliore. Con quel marito insignificante, un avvocatuccio da due soldi, fuori tutto il giorno, finiva che la mogliettina annoiata leggeva fotoromanzi stesa sulla sdraio del terrazzo in bikini e, svogliata com’era, non si prendeva nemmeno la briga di portare il sacchetto della spazzatura nel cassonetto, no! Lo lasciava la sera fuori dalla porta, che puzzava, e naturalmente gli altri dovevano scansarlo, fino a che quella non si fosse stancata di rosolarsi, decidendo di portarlo giù, coperta appena da un vestitino corto che attirava tutti gli sguardi. E anche Giacomo, sì, la sbirciava, di sottecchi. Schifosa puttana!

Febbrilmente chiamò l’ascensore; giunta al piano si catapultò all’interno undici, “ Chiara Denevi – avv. Lorenzo Leone”, prese a premere il campanello senza levare il dito per secondi.

Dall’interno, non giunse alcun rumore. Helga tempestò il campanello, fino a scorticarsi un lembo di pelle. In una pausa, avvertì dei passi che si avvicinavano, senza fretta. Il ferro morto veniva aperto, la cricca girata, sempre con molta calma.
Apparve lei. Bionda, occhi azzurri, alta, snella, come la Helga di tanti anni prima, solo italiana. L’ombra dell’ingresso era rotta da un cono di luce che ne illuminava la silhouette, avvolgendola. Tutto in quella figura emanava sensualità, giovinezza, calore, la pelle color del miele, i piedini calzati da zoccoletti e un accappatoio rosa; era hollywoodiana, eterea, torpida, sinuosa, lussuriosa, dolce. In un lampo Helga la immaginò nuda, gioiosa di felicità fisica, quella che a lei era concessa di rado e senza l’orgoglio di un corpo ormai pesante. La mente le inviò altri pensieri sconnessi, schegge di una voluttà mai sospettata, la brama di toccarla, baciarla, buttarla su un letto, possederla, ciò che certo Giacomo avrebbe desiderato e si intuiva nelle occhiate bieche che gli erano sfuggite vedendola, ebbene lo avrebbe voluto fare Helga stessa, per levare la rivale dal proscenio della bellezza, da cui lei era ormai esclusa.

Ma le parole le sfuggirono, penose in una lingua non sua. “Tu..tu…sempre lascia qui tua porcheria! Noi non siamo tue servi, kvi, sporcacciona!”

Le tornò indietro una risata squillante, lieve, argentina; Chiara mostrò la dentatura di porcellana, bianca, perfetta, mentre tra le dita della mano destra teneva la sigaretta e in una pausa dal ridere aspirò un tiro, buttandole il fumo in faccia.

Helga perse la ragione. Si slanciò verso la donna; la sigaretta cadde, quella fu sospinta verso il muro, mentre la tedesca la tempestava di schiaffi, e nel farlo percepiva il suo buon profumo, di epidermide giovane e tiepida, e olio solare. Gli strepiti richiamarono sul pianerottolo Giacomo, che corse, più perplesso che spaventato. Fece per dividerle, per trascinare via la moglie, che non si staccava da quel corpo desiderabile, da cui l’accappatoio si era sfilato, lasciando addosso solo il due pezzi, ma il top si stava slacciando, un seno era fuori. Chiara gridava. Frastornato, anche Giacomo urlò “ E piantala, scema!”, riuscendo, con uno strattone, ad allontanarla: Chiara finì per terra.

“In nome del popolo italiano….visti gli articoli….considerate le attenuanti generiche e specifiche…”

Il pretore enunciava. Giacomo sussurrò , avvicinandosi al suo legale.

“Ma, dico io, non c’era proprio modo di mettersi d’accordo?”

“Ehmmm…chi ha rovinato tutto è stata la vicina dell’interno dodici…vi ha visto…ha detto che la stavate picchiando…e chi poteva poi immaginare che la signora Chiara fosse pure incinta? Ringrazi che non ha perso il bambino”.

Violazione di domicilio, violenza privata, lesioni…otto mesi con la condizionale, per tutti e due, più un risarcimento di qualche milione. Helga, che in quei mesi aveva perso sì dei chili, per l’ansia, la rabbia e la frustrazione, si alzò, inviperita, fissando quella frau smorfiosa con il pancione, che faceva la scena di un pianto convulso, mentre il marito avvocato la abbracciava “ Vieni tesoro, è tutto finito, ora dobbiamo pensare al futuro, alla nostra vita, al piccolo”.

Sulla soglia del palazzo di giustizia, un vecchio edificio scrostato, le due coppie si scontrarono. Gli occhi non si abbassarono, l’odio galleggiava. Helga sbottò: “ Tu…e kvel piccolo pampino là tentro, maletettii!”. L’avvocato Leone stava per avventarsi, il loro legale lo trattenne, mentre Giacomo ed Helga affrettavano il passo, scantonando alla svelta.

Helga sorrise. Per la prima volta dopo tanto tempo. La vedovanza era una triste condizione, ma lei, in fondo , era abituata alla solitudine, per tutti quegli anni trascorsi nell’attesa che Giacomo sbarcasse. August e Mauro già lavoravano, il grande era prossimo alle nozze, ed ora…sì, giustizia era fatta.

Inforcò gli occhiali, rilesse: “ Grave incidente stradale sull’autostrada. L’ex modella ed attrice Chiara Denevi, alla guida della sua Mercedes 190, ha perso il controllo della vettura, schiantandosi contro il guard rail. Nell’impatto è morto sul colpo il figlio Daniel, che viaggiava con lei”.

Ora mi metto a dieta, stabilì solennemente Helga.