Esteri

Il socialismo non è morto, e a ricordarcelo è papa Francesco

In Italia, la scena politica è caratterizzata dall'accapigliarsi tra populisti e responsabilisti, le cui ricette politiche ed economiche, a ben guardare, sono tra loro piuttosto simili se non addirittura identiche, basandosi sul fatto che i pochi soldi disponibili confluiscano copiosi nelle mani di alcuni gruppi industriali che, grazie alla loro magnanimità, potrebbero poi anche ridistribuirne una parte assumendo il personale minimo necessario (di cui non sono ancora in grado di fare a meno) utile a poter incrementare ulteriormente i loro profitti. 

Modelli di sviluppo alternativi, anche solo come ipotesi di discussione, da quei politici non sono pervenuti e, viste le qualità intellettuali ed etiche da cui sono supportati, è difficile anche pretenderlo.

Ma qualcuno che possa far loro presente che ci sono anche altri modi di organizzare economia e società esiste: è il Papa! 

Ma non è una sorpresa, tutt'altro. L'attuale pontefice, infatti, durante il suo papato ha semplicemente ricordato a fedeli e clero che la religione in cui credono si basa su un vangelo che sui temi sociali ed economici dà indicazioni molto semplici e chiare, che devono essere solo applicate, basate sulla redistribuzione e non sul profitto, come ne è lampante dimostrazione l'interpretazione del cosiddetto miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Oggi, in occasione della 16ª edizione del GLOBSEC Bratislava Forum, dedicata al tema "Rebuild the World Back Better", Francesco ha proposto le sue riflessioni sul dibattito sulla ricostruzione del nostro mondo dopo l’esperienza della pandemia, dibattito che ci costringe a confrontarci con una serie di questioni socio-economiche, ecologiche e politiche gravi e tutte tra loro correlate.

"Al riguardo - ha detto il Papa in un videomessaggio - vorrei proporvi alcuni spunti, prendendo ispirazione dal metodo del trinomio vedere – giudicare – agire.

Vedere
Un’analisi seria ed onesta del passato, che include il riconoscimento delle carenze sistemiche, degli errori commessi e della mancanza di responsabilità verso il Creatore, il prossimo e il creato, mi pare indispensabile per sviluppare un’idea di ripresa che miri non solo a ricostruire quello che c’era, ma a correggere ciò che non funzionava già prima dell’avvento del Coronavirus e che ha contribuito ad aggravare la crisi. Chi vuole rialzarsi da una caduta, deve confrontarsi con le circostanze del proprio crollo e riconoscere gli elementi di responsabilità.
Vedo, dunque, un mondo che si è fatto ingannare da un illusorio senso di sicurezza fondato sulla fame del guadagno.Vedo un modello di vita economica e sociale, caratterizzato da tante disuguaglianze ed egoismi, in cui un’esigua minoranza della popolazione mondiale possiede la maggioranza dei beni, spesso non esitando a sfruttare persone e risorse.Vedo uno stile di vita che non si prende abbastanza cura dell’ambiente. Ci si è abituati a consumare e a distruggere senza ritegno ciò che appartiene a tutti e va custodito con rispetto, creando un “debito ecologico” a carico anzitutto dei poveri e delle generazioni future.
Giudicare

Il secondo passo è valutare ciò che si è visto. Salutando i miei collaboratori della Curia Romana in occasione dello scorso Natale, ho fatto una breve riflessione sul significato della crisi. La crisi apre possibilità nuove: è infatti una sfida aperta per affrontare la situazione attuale, per trasformare il tempo di prova in un tempo di scelta. Una crisi, infatti, costringe a scegliere, per il bene o per il male. Da una crisi, come ho già ripetuto, non si esce uguali: o si esce migliori o si esce peggiori. Ma uguali mai.
Giudicare ciò che abbiamo visto e vissuto ci sprona a migliorare. Approfittiamo di questo tempo per muovere passi in avanti. La crisi che ha colpito tutti ci ricorda che nessuno si salva da solo. La crisi ci apre la strada verso un futuro che riconosca la vera uguaglianza di ogni essere umano: non un’uguaglianza astratta, ma concreta, che offra alle persone e ai popoli opportunità eque e reali di sviluppo.
Agire

Chi non agisce spreca le opportunità offerte dalla crisi. Agire, di fronte alle ingiustizie sociali e alle emarginazioni, richiede un modello di sviluppo che ponga al centro “ogni uomo e tutto l’uomo” «come il pilastro fondamentale da rispettare e proteggere, adottando una metodologia che includa l’etica della solidarietà e la “carità politica”» (Messaggio al Direttore dell’UNESCO, Sig.ra Audrey Azoulay, 24 marzo 2021).
Ogni agire ha bisogno di una visione, una visione che sia d’insieme e di speranza: una visione come quella del profeta biblico Isaia, che vedeva le spade tramutarsi in aratri, le lance in falci (cfr Is 2,4). Agire per lo sviluppo di tutti è porre in atto un’opera di conversione. E anzitutto decisioni che convertano la morte in vita, le armi in cibo.Ma abbiamo tutti bisogno di intraprendere anche una conversione ecologica. La visione d’insieme include infatti la prospettiva di un creato inteso come “casa comune” e richiede con urgenza di agire per proteggerlo.

Cari amici, animato dalla speranza che viene da Dio, auspico che i vostri scambi di questi giorni contribuiscano a un modello di ripresa capace di generare soluzioni più inclusive e sostenibili; un modello di sviluppo che si fondi sulla convivenza pacifica tra i popoli e sull’armonia con il creato. Buon lavoro, e grazie!"

È vero, il Papa non ha detto come mettere in atto concretamente tali misure, ma non è neppure suo compito farlo.  Ma è comunque confortante che abbia ricordato che esistono altre vie di sviluppo oltre a quelle del profitto e del liberismo selvaggio che vengono urlate dai galoppini confindustriali travestiti, pure male, da paladini del popolo. 

Autore Gino Tarocci
Categoria Esteri
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