Un gran serraglio

Un gran serraglio

In senso figurato con il termine serraglio si intende un insieme di persone vocianti e scombinate.

Ecco appunto, lunedì nella loggia della Vetrata al Quirinale davanti a microfoni e telecamere le delegazioni dei partiti hanno messo in scena il gran serraglio della politica italiana.

Ogni delegazione ha indossati sia i panni di volenteroso salvatore della Patria sia quelli di vittima del gran rifiuto.

Ridicoli!

Nel corso degli oltre due mesi dal 4 marzo tutte le forze politiche, senza eccezione alcuna, hanno dato prova di quanto poco interessasse loro la formazione di un governo per il Paese.

Ognuna, arroccatasi nella difesa di meschini interessi di parte, adducendo la grottesca fandonia di difendere i propri valori, la tradizione democratica e la visione storica, ha dimostrata la incapacità e la indifferenza a farsi carico della responsabilità affidatale dagli elettori con il voto.

Già, il voto dei cittadini elettori!

In ogni momento di questo mortificante ristagno si è avuta la certezza che l’ultima, ma proprio l’ultima preoccupazione dei nostri politicanti fosse quella di dare una risposta alla richiesta di cambiamento giunta dalle urne.

Una certezza suffragata dal fatto che i due perdenti del 4 marzo, Berlusconi e Renzi, cioè i due emblematici rappresentanti di quella politica contro la quale si sono espressi gli elettori, ebbene proprio loro facessero di tutto per impedire che si arrivasse alla formazione di un governo del cambiamento del quale, ovviamente, loro sarebbero rimasti fuori dalla porta.

Eppure, nei confronti di Berlusconi gli elettori si sono espressi in modo assolutamente netto facendo sì che Forza Italia precipitasse dal 21,6% delle politiche 2013 al 14,01% del 4 marzo.

Tuttavia, nonostante l’evidente tracollo del suo partito-azienda, nonostante sia un pregiudicato e per questo anche incandidabile, a Berlusconi viene tuttora concesso in Italia di condizionare la vita politica affinché possa perseguire gli interessi suoi e delle sue aziende. 

Per di più il padre-padrone di FI esercita il suo dominio addirittura sulla vita politica di Matteo Salvini e della Lega, un dominio oscuro ma così forte da interdire a Salvini ogni scelta in autonomia.

Anche per Renzi, però, dalle urne è uscito un messaggio forte e chiaro, facendo collassare il Partito Democratico che è ruzzolato dal 25,4% delle politiche 2013 al 18,7% del 4 marzo.

E pensare che nelle ultime settimane di campagna elettorale il guascone di Rignano ancora assicurava ai suoi giannizzeri che il PD avrebbe vinto con il 40%.

Vagheggiamenti di un paranoico che ha smarrito da tempo ogni contatto con il Paese reale.

È così tronfio da non rendersi ancora conto che il 4 marzo per lui è stata la ennesima batosta subita in poco più di dodici mesi.

E nonostante questo palmares di sconfitte Renzi è convinto di essere lui l’ombelico del sistema politico.

Per questo, con naturale filibusteria e sfrontatezza non ha esitato a ricorrere ad ogni espediente pur di impedire che nascesse un governo.

Purtroppo, cioè, sono proprio gli sconfitti dal voto del Popolo Sovrano, Berlusconi e Renzi, a mettersi di traverso per impedire il realizzarsi del cambiamento richiesto dagli elettori a suon di milioni di voti.

Ecco perché le due forze vincitrici delle elezioni, M5S e Lega, non sono riuscite neppure ad intraprendere il percorso  per portare il Paese fuori dalla palude post elettorale.

Perciò, delusi per non aver potuto dar vita al cambiamento, Di Maio e Salvini si stanno incaponendo per un immediato ritorno alle urne, rifiutando per principio ogni ipotesi di transizione proposta dal Capo dello Stato.

Una testardaggine assurda ed insensata.

Innanzitutto perché il ritorno al voto con il Rosatellum potrebbe solo riconfermare quei risultati che sono all’origine dell’attuale vicolo cieco.

Una simulazione, elaborata in queste ore da SWG, conferma che votando oggi nessuna forza politica sulla base dei sondaggi otterrebbe in Parlamento la maggioranza per fare il governo.

Non solo, ma il ritorno alle urne così ravvicinato e con la calendarizzazione del voto a luglio, potrebbe solo produrre livelli di astensionismo così elevati da screditare perfino gli eventuali risultati elettorali.

Infine, checché ne pensi e dica Di Maio, un ritorno alle urne con il Rosatellum non sarebbe affatto un ballottaggio tra Lega e M5S, perché la Lega si presenterebbe con FI e FdI nella fantomatica coalizione di centrodestra, per cui è mistificatorio ed ingannevole che Di Maio continui ad affermare che un nuovo voto oggi equivarrebbe ad un ballottaggio.   

Categoria Politica
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