di Valentina Vergani Gavoni – giornalista

Israele risponderà questa mattina (12 gennaio 2024) alle accuse genocidio a Gaza davanti alla Tribunale Internazionale de L’Aia. Il Governo israeliano ha già respinto le accuse definendole senza alcun fondamento e accusando a sua volta il Sudafrica di essere il braccio giudiziario di Hamas. Non è la prima volta che la Comunità Internazionale cerca di portare a processo Israele. Nel 2021 Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, si è sottratto alle indagini della Corte Penale Internazionale dichiarando che “Israele è un Paese con uno Stato di diritto che sa come indagare su se stesso”, ma non solo. Ha violato e continua a violare innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite e ogni tentativo di denuncia è definito “antisemita”.

La stessa comunità ebraica anti-sionista denuncia i crimini del Governo israeliano e molti ebrei anti-sionisti sono stati arrestati o hanno subito ripercussioni molto gravi. Anche i cittadini israeliani che rifiutano di arruolarsi sono arrestati e molti soldati che combattono nell’esercito, sono liberi di commettere qualsiasi crimine. Fatta questa premessa è indispensabile chiarire subito un punto fondamentale.

La Corte Internazionale di Giustizia ha giurisdizione in Israele?

In base all'articolo 93 dello Statuto delle Nazioni Unite tutti i 193 membri dell'ONU sono automaticamente aderenti allo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia. Israele essendo uno Stato membro riconosce di conseguenza la sua giurisdizione. L’efficacia sanzionatoria delle decisioni della Corte, tuttavia, di fatto, sarà simbolica. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu quindi ha piena giurisdizione su crimini commessi nel territorio della Striscia di Gaza. 

Qual è l’accusa mossa a Israele?

Israele avrebbe commesso, starebbe commettendo e rischierebbe di continuare a commettere atti di genocidio e altri crimini contro l’umanità verso il popolo palestinese a Gaza. Sintetizzando al massimo è questa l'accusa mossa dal Sudafrica, assieme ad altri Stati, contro lo Stato Israeliano per la guerra nella Striscia di Gaza, scatenata dal massacro di Hamas del 7 ottobre e che ha finora ucciso circa venticinquemila palestinesi (stima ONU).


Che cosa chiede il Sudafrica assieme alle altre Nazioni?

Chiede alla Corte di imporre "misure cautelari" (che dovrebbero essere vincolanti) quali ordinare a Israele di cessare le uccisioni e "i gravi danni fisici e mentali inflitti" ai palestinesi di Gaza e di consentire l'accesso agli aiuti umanitari nella Striscia. Chiede inoltre di limitare le operazioni militari e i bombardamenti indiscriminati contro obiettivi civili.


Secondo lei sussistono gli estremi giuridici per imputare a Israele crimini di guerra e contro l’umanità?

Con riferimento specifico all’imposizione da parte di Israele di un assedio pressoché totale nei confronti della Striscia di Gaza, comprensivo per espressa direttiva dei vertici governativi israeliani della sospensione della fornitura di acqua, cibo, elettricità, carburante e del blocco dell’afflusso di aiuti umanitari (cfr. le dichiarazioni del Ministro della Difesa israeliano Gallant) - giacché, a parte il valico di Rafah con l’Egitto, i confini di Gaza sono sostanzialmente sigillati e controllati dalle forze israeliane - si configurano, a mio giudizio, diverse fattispecie criminose previste dallo Statuto Onu. Ci sono tutti i requisiti giuridici per una condanna di Israele.


Israele però ha diritto all’autodifesa?

Certamente ne ha diritto, ma deve esercitare tale facoltà nel pieno rispetto delle regole del diritto internazionale penale. I civili sono protetti dal diritto umanitario e le forze d’attacco devono dare priorità alla prevenzione proprio di questi ultimi. Questo a me pare non sia stato attuato. Gaza come campo di battaglia con sacrificio enorme di civili non mi sembra sia autodifesa. Per il diritto internazionale umanitario, è fondamentale garantire la sicurezza e della popolazione che oggi purtroppo è vittima sacrificale nell’indifferenza generale.


Che valore avrebbe un’eventuale condanna?

Una condanna di Israele avrebbe un forte valore simbolico, costituendo un’onta per l’attendibilità democratica del Paese. La Corte non ha mezzi coercitivi per fermare le operazioni militari sul terreno, però potrebbe ordinare - sempre in caso di condanna – l’interruzione alle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Se il governo Netanyahu non ottemperasse all'ordine in questione, i Paesi aderenti alla Corte dovrebbero (in teoria) bloccare qualsiasi aiuto militare a Israele. Eventualità che io ritengo oggi non praticabile. Ricordo che abbiamo molti precedenti simili. Il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ad esempio, ha già intimato a Vladimir Putin di fermare la sua guerra per il rischio di “genocidio”. Il presidente russo non ha minimamente preso in considerazione tale decisione. Benjamin Netanyahu, come Putin, si comporterà allo stesso modo, non interromperà le operazioni militari, anche se la Corte dovesse ordinarglielo. La Corte Internazionale di Giustizia, invece, ha molto da perdere poiché si trova oggi di fronte ad una svolta decisiva per il suo futuro e per la credibilità di una giustizia penale internazionale imparziale e indipendente. 


Che cosa faranno ora gli Usa, l’Unione europea e l’Italia? Si schiereranno ufficialmente con il genocidio in atto o tenteranno una forte mediazione diplomatica?

In teoria se ci fosse una condanna o una richiesta di misura cautelare gli Stati citati dovrebbero bloccare qualsiasi aiuto militare a Israele. Credo tuttavia che questo non accadrà. L’unica nazione che forse può fermare Israele sono gli Stati Uniti che oggi hanno fatto sapere di stare al fianco del loro più forte alleato in Medio Oriente. Se la guerra dovesse terminare, tuttavia, i civili continueranno a pagare un prezzo altissimo finché Israele non smantellerà il suo sistema di apartheid contro i palestinesi, ponendo fine anche al blocco illegale di Gaza.

 

Vincenzo Musacchio, criminologo forense e investigativo. associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella seconda metà degli anni Ottanta. È tra i più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali. Esperto di strategie di lotta alla corruzione e al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È considerato il maggior esperto europeo di mafia albanese e i suoi lavori di approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni legislative in ambito europeo.