MAFIA, NON PAGO IL PIZZO - Libero Grassi, 25 anni dopo

MAFIA, NON PAGO IL PIZZO - Libero Grassi, 25 anni dopo

Oggi di mafia, 'ndrangheta e sacra corona unita riusciamo almeno a parlarne. Questo accade quando un fatto si oggettivizza, riusciamo cioè a vederlo con quel dovuto distacco che ci permette di prendere le distanze, e formulare un pensiero.

Sappiamo bene tutti, oggi, che le collusioni con la politica sono acclarate, che queste associazioni a delinquere hanno riempito i vuoti lasciati dallo Stato, promettendo il pane e un ipotetico riscatto a chi il pane spesso non lo ha.

E quando le istitutuzioni latitano, i confini tra bene e male, giusto e ingiusto sono sempre più labili, impercettibili, anzi spesso inesistenti.

Non era così 25 anni fa, purtroppo.

Ma la storia fa il suo corso, e per fare la storia ci vuole il coraggio di pochi, che fanno - volenti o nolenti - da apripista alle generazioni future.

Questo è quanto ha fatto Libero Grassi, che denunciò pubblicamente il tentativo di estorsione subito e dichiarò di non volerci stare - percorrendo la lussuosa strada della dignità.

Credeva di riscuotere consensi, Libero, denunciando la pratica odiosa del pizzo: lavori solo se mi paghi, in nome di una non si sa quale protezione da un non si sa quale pericolo.

Ovvero, mi paghi e ti proteggo da me stesso. In sostanza, questo è stato, e forse questo ancora è, perchè non abbiamo ancora debellato il fenomeno.

LASCIATO SOLO DA TUTTI, STATO IN TESTA

Passi la solitudine procurata da chi era come lui, imprenditore di sè stesso - più o meno piccolo - che doveva convivere con la minaccia delle ritorsioni e l'incubo del fallimento.

Ma è stata la latitanza dello Stato ad ucciderlo. Prima nella sua dignità e nel suo coraggio, e poi fisicamente.

Perchè è questo che accadeva: ti tolgo di mezzo, quando diventi un pericolo che fa scricciolare la piramide.

"Mio padre non è stato ucciso perchè non dava i soldi alla mafia ma per la sua denuncia pubblica. Si sa dalle intercettazioni che il motivo è questo e che non tutti erano d'accordo, è stata una decisione autonoma del clan Madonia" spiega la figlia di Grassi. 
"Chi comincia oggi l'attività imprenditoriale non è costretto a scendere a patti con la mafia. Nella Palermo di 25 anni fa l'80% pagava e questo non piaceva certo a tutti. C'era un accordo, pagare tutti per pagare meno e non bisognava rompere gli equilibri, mio padre li ha rotti" sottolinea Alice Grassi.

Una solitudine che spesso sconfina nell'oblio: dimenticare, non sapere, è più facile così arginare la voglia di ribellione. Ce lo spiega sempre Alice Grassi, nell'intervista rilasciata all'Ansa: "Anche oggi - aggiunge - la nostra famiglia non ha voglia di protagonismo. Abbiamo detto no per tanti anni ma quando mio figlio che ha vent'anni, mi ha raccontato che i suoi amici di scuola non sapevano nulla del nonno ho capito che alcuni fatti erano diventati storia ed era giusto farli conoscere.....Dobbiamo imparare a fare qualcosa perchè questa gente per bene non muoia. La cosa fondamentale è avere appoggio e sostegno dai cittadini quando si è vivi. In un paese corrotto non funziona nulla e ci stupiamo che crollino le case con i terremoti".

LA STORIA DI GRASSI IN UNA FICTION

E, per non dimenticare, stasera su RAI1 andrà in onda la fiction "IO SONO LIBERO" - che Alice Grassi ha visto in anteprima e ritenuto molto aderente alla realtà.

Un monito per pensare, per riacquistare la coscienza civile, quella che - dopo Libero - ha mosso e muove i ragazzi di "Addio Pizzo" e di "Libero Futuro" che ancora oggi sono attive sul territorio siciliano, per riappropiarsi della legalità e della propria terra.

catiadag
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