Roma. Dalle ore 14 di sabato 14 dicembre, a Piazzale del Verano si manifesta contro il decreto sicurezza, una delle tante leggi porcata con cui il governo (post) fascista guidato da Giorgia Meloni vuole limitare la libertà di espressione e di protesta: punendo, reprimendo e persino incarcerando chiunque volesse democraticamente esprimere il proprio dissenso.
Il disegno di legge "Sicurezza", promosso dai ministri Piantedosi, Nordio e Crosetto, è una minaccia reale allo stato di diritto. Questo provvedimento, che oggi vede una significativa mobilitazione di protesta a Roma, è un campionario di politiche securitarie dalla forte impronta autoritaria. Non si tratta solo di una risposta a questioni di ordine pubblico, ma di un tentativo di ridefinire i confini dello stato di diritto e della democrazia nel Paese.
La proposta di legge, che porta avanti misure particolarmente repressive, si concentra su tre assi principali:
- Repressione delle proteste – Dal controllo delle manifestazioni pubbliche alla criminalizzazione di chi dissente, si prevede una stretta senza precedenti contro chi usa il proprio corpo come strumento di protesta.
- Espansione dei poteri delle forze di polizia – Tra le novità più discusse, l'aumento della dotazione di armi per gli agenti, che potranno portarle anche fuori servizio, alimentando dubbi sulla sicurezza pubblica.
- Marginalizzazione di migranti e poveri – Attraverso norme che facilitano respingimenti, deportazioni e l’uso della repressione penale contro chi occupa edifici vuoti per necessità, il disegno di legge sembra mirare direttamente ai gruppi più vulnerabili della società.
Non è un caso che questo provvedimento arrivi in un momento in cui il governo sta subendo numerose bocciature giudiziarie, dalla Corte costituzionale alla Cassazione, per misure considerate contrarie al diritto costituzionale o al diritto europeo.
La vera portata del disegno di legge emerge quando si guarda al suo obiettivo implicito: minare i principi fondamentali dello stato di diritto. Ogni aspetto del provvedimento sembra costruito per consolidare il potere dell’esecutivo e delle forze dell’ordine a scapito delle garanzie democratiche e delle libertà individuali. Si tratta di una guerra ai poveri, ai migranti, e alle minoranze, ma anche a chiunque osi mettere in discussione l’autorità.
Questo approccio non è una risposta alle esigenze della popolazione, ma una reazione alle difficoltà del governo di fronte alle crescenti sfide sociali ed economiche cui Meloni e i suoi ministri non sanno danno soluzioni. Così, l'incapacità di rispondere ai bisogni collettivi viene trasformata in un inasprimento della repressione, cercando di silenziare il dissenso piuttosto che affrontarne le cause.
Il fronte sociale e politico contro il ddl sicurezza si sta rapidamente allargando. Le piazze si riempiono di cittadini, associazioni e organizzazioni che vedono in questa legge una minaccia reale . Le mobilitazioni delle ultime settimane, culminate nella manifestazione di Roma, rappresentano una reazione collettiva che va oltre i confini dei partiti, unendo diverse realtà contro quello che viene percepito come un attacco alle libertà fondamentali. Basti vedere come viene bollato da ACLI, ACSI, ANPI, ARCI, Auser, CGIL, CNCA, Cooperare con Libera Terra, CSV Net, FLAI, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Fondazione Nazionale Interesse Uomo, FUCI, LAV, Legambiente, Link coordinamento universitario, MASCI, PAX Christi, Pro Civitate Christiana, Rete della Conoscenza, Rete Studenti Medi, SPI, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, UISP, US ACLI:
Il DDL 1236, già passato in prima lettura alla Camera e ora in discussione al Senato, fa parte di un’idea pericolosa di Giustizia che si va delineando in questi mesi: indebolisce gli strumenti di lotta a mafie e corruzione e rafforza i reati penali nei confronti dei più deboli. Il decreto prevede l’introduzione di una serie di nuovi reati, nonché molte circostanze aggravanti a reati già esistenti, che vanno deliberatamente a colpire l’area della manifestazione del dissenso e le sue modalità̀di espressione, specie nei luoghi, e tra le persone, ove più acutamente emergono disagio, diseguaglianza, povertà, e dove pertanto è più probabile che tale dissenso si esprima in pubbliche manifestazioni di protesta.Il decreto rappresenta un attacco al diritto di sciopero, un diritto fondamentale sancito dall’articolo 40 della nostra Costituzione. Criminalizzando forme di protesta come i blocchi stradali e i picchetti (con pene che possono arrivare fino a due anni di reclusione) si tenta di colpire le lavoratrici e i lavoratori che lottano per la difesa dei loro diritti e per condizioni di lavoro sicure e dignitose. Questo provvedimento si inserisce in un disegno più ampio che mira a ridurre lo spazio democratico e delegittimare chi sceglie di opporsi pacificamente a decisioni inique.Il DDL sicurezza ha un’idea di sicurezza concentrata sulla creazione di nuovi reati che puniscono severamente chi arriva nel nostro Paese, chi dissente e protesta per i propri diritti, per il proprio futuro, in difesa dei beni comuni e del Pianeta.Non sembra una legge sulla “sicurezza”, ma piuttosto un provvedimento diretto a infondere paura. La Costituzione presuppone e riconosce le persone che attraversano condizioni di marginalità, i gruppi sociali che lottano per la propria dignità e per il riconoscimento dei propri diritti siano protagonisti di una società che li ricomprende, e non considerati abusivi per un governo che li espelle. Negando il dissenso e reprimendo forme di manifestazione pacifica si spinge chiunque si trovi in una situazione di svantaggio a non sentirsi più legato da alcun patto sociale, con il rischio di conseguenze gravi per la convivenza democratica.Sono molte le disposizioni contenute nel DDL n. 1236 che sembrano mettere in discussione questi capisaldi costituzionali: una misura volta a colpire migranti, detenuti e detenute, senza dimora, minoranze che possano manifestare qualsiasi tipo di dissenso. Si inseriscono venti nuovi reati penali con pene fino a 6 anni di detenzione, tra cui: la resistenza passiva, il reato di rivolta in istituto penitenziario, anche in caso di resistenza non violenta; i blocchi stradali che diventano reati con pene fino a due anni di reclusione; il carcere anche per le donne incinte o per quelle con figli di età inferiore a un anno; pene fino a vent’anni per chi protesta nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e nelle carceri, il reato di occupazione arbitraria di un immobile.Una proposta di legge rivolta in primis a chi lotta per la giustizia ambientale, alle studentesse e agli studenti che difendono il diritto a scuole e università pubbliche, alle lavoratrici e ai lavoratori che per difendere il posto di lavoro scelgono di fare picchetti, blocchi o iniziative legittime. Più grave ancora è che si vieterà ai migranti cosiddetti irregolari l’uso del cellulare, vincolando l’acquisto della sim telefonica al possesso del permesso di soggiorno. Misure punitive che violano i principi di solidarietà e diritti umani, tra cui l’estensione della detenzione amministrativa fino a 18 mesi e limitazioni all’accoglienza diffusa: ridurre le possibilità di accoglienza nei piccoli comuni significa spingere i migranti verso marginalità e ghettizzazione, rendendo più difficile l’integrazione e alimentando tensioni sociali. Inoltre, suscita allarme l’articolo 31 della norma, che aumenta i poteri dei Servizi di Informazione per la Sicurezza, in ordine all’estensione delle condotte di reato per le quali non sono imputabili, consentendo agli operatori di ampliare la propria azione, anche accedendo alle banche dati delle Procure e di altri organismi nevralgici dello Stato, con l’esclusiva autorizzazione del Presidente del Consiglio dei ministri. Molti dei familiari delle vittime innocenti di mafie e terrorismo ad oggi non conoscono la verità proprio a causa di depistaggi dei servizi segreti deviati.Noi abbiamo un’altra idea di sicurezza. Quella chiesta nelle piazze dalle donne che denunciano le troppe vittime di femminicidio; la sicurezza che invocano le lavoratrici e i lavoratori che continuano a morire sui luoghi di lavoro; quella di coloro che chiedono in primis sicurezza sociale e misure di welfare che rispondano ai bisogni primari. Il DDL 1236 è un tassello pericoloso che rischia di minare i principi chiave della nostra democrazia. A minor Stato sociale corrisponde più Stato penale, mettendo in luce la natura selettiva delle scelte rivolte a colpire prevalentemente “gli esclusi”.La sicurezza sottesa al disegno legge è declinata come ordine pubblico, in un’accezione repressiva, distante dal disegno costituzionale. Le leggi devono tutelare i diritti, non il potere. Devono promuovere la giustizia sociale, non le disuguaglianze e le discriminazioni. Nessun decreto può mettere il bavaglio ad espressioni di libertà, sacre in democrazia, in un’epoca in cui rischiamo di essere schiacciati dal cinismo e dall’indifferenza.A questa idea ci opponiamo, mobilitandoci come è nel nostro dna: quello nonviolento, di chi opera nei territori per costruire una società fondata sulla giustizia sociale ed ambientale.
Pare che Mattarella, stavolta, abbia ritenuto - persino per lui! - impossibile firmare una legge per come è stata votata in prima lettura e abbia fatto recapitare al governo i punti più critici del ddl perché vengano modificati. Va bene così? Assolutamente no, perché considerando l'attuale esecutivo ciò che verrà fatto uscire dalla porta sarà fatto rientrare, persino con gli interessi, dalle finestre e dalla porta di servizio.
Chiudete gli occhi e pensate che cosa avrebbe detto pubblicamente Pertini dopo aver letto ciò che la maggioranza alla Camera ha avuto il coraggio di approvare. È evidente che con lui al Quirinale una legge del genere non sarebbe stata neppure messa in discussione. E c'è chi continua ad applaudire l'ipocrita ed evanescente Sergio Mattarella.