Al fine di andare oltre stereotipi e luoghi comuni, esplorando le pratiche socio culturali che informano il quotidiano dei migranti, con particolare attenzione ai legami sociali che si creano e rigenerano nel tempo libero dedicato alla pratica sportiva, ho intervistato un noto giornalista sportivo.


Gaetano Imparato
 nasce a Castellammare il 06/07/1969 e dopo essersi laureato in giurisprudenza supera a pieni voti anche l'esame di abilitazione alla carriera forense,carriera, fortemente voluta dal papà Gustavo. Ma dopo pochi anni decide di dedicarsi alla sua vera passione: fare il giornalista sportivo. Decisione sofferta, presa contro il parere di tutti in quanto all'epoca solo quella dell'avvocato era considerata una professione 'seria'. Ma il tempo darà ragione al giovane Imparato che a soli 26 anni diventa inviato della Gazzetta dello Sport.

La sua ardente inclinazione lo porta prima alla redazione di Roma nel 1991 dove resta per 10 anni come capo rubrica e poi a quella di Milano, da ottobre di quest'anno, dove lavora,attualmente, come inviato. Tra gli innumerevoli riconoscimenti di cui è stato insignito nel corso della sua carriera professionale ,ricordo  il premio conferitogli il 29 maggio 2019, proprio nel suo paese d'origine.A Castellamare, riceve il prestigioso premio Renato Cesarini: Il premio conferito al giocatore di serie A che ha segnato un gol proprio nell'arco di tempo reso famoso dal centrocampista di Montemarciano, che omaggia anche giornalisti, dirigenti e adetti ai lavori che si siano contraddistinti in carriera o nell'annata.


Raggiungo il noto giornalista al telefono chiedendogli immediatamente di fare una breve panoramica del fenomeno migratorio nello sport.
Il caso più emblematico fu senza ombra di dubbio quello di Mamadou Coulibaly, 19 anni, senegalese di Thies,la città più grande della nazione, dopo la capitale Dakar. Sfidò il mare, le tempeste, e non solo, per coronare il suo sogno :il calcio.Lui è sbarcato sano e salvo dopo mille peripezie. Prima in Francia poi in Italia, vivendo anche la serie A con il Pescara. La suggestione di un campione che arriva in barca è forte, ma purtroppo sono casi limitati. è difficile che arrivino nelle massime serie, quasi sempre, invece,restano amaramente tra i dilettanti".


Alla luce del caso ricordato, ritiene che possa facilitarsi l'inclusione socio-culturale dei richiedenti asilo con l'inserimento degli stessi in gruppi sportivi?
Assolutamente sì. Lo sport favorisce integrazione e sana competizione, potrebbe  essere la panacea di tutti i mali e non mi riferisco solo al calcio. A tal proposito mi viene alla mente la fantastica Tam tam, squadra di basket di Castel Volturno, formata interamente da figli di immigrati africani che esprime, sicuramente, un impatto positivo sulla vita di tanti ragazzi che sono ancora ai margini dell'inclusione. Il riscatto sociale può esserci grazie all'amore per lo sport e alla voglia di mettere in campo i giusti valori.


Ma In Italia per decenni gli atleti stranieri o discendenti da stranieri sono stati interdetti dallo sport. Cosa ha da dichiarare in merito?
Lo sport fu catturato dal fascismo che se ne servi come fabbrica del consenso. Fu a lungo fruizione di spettacolo compresso tra l'industria e e la televisione. Oggi ha una sua identità e autonomia funzionale, capace di dettare regole linguistiche e comportamentali.è bene sottolineare che i ragazzi immigrati, grazie allo sport, possono farsi ben volere, visto che le vittorie eccitano e cancellano barriere e pregiudizi, oltre, ovviamente al razzismo. Ma se è vero che lo sport riesce a cancellare quella patina di luoghi comuni, è anche vero che il resto devono farlo loro, avendo una condotta impeccabile sia nel contesto sportivo e sopratutto in quello sociale in cui operano. Del resto lo sport è una disciplina rigorosa,ma non solo per loro. Per tutti.


D'altra parte nel calcio contemporaneo, una delle industrie più floride del paese, ancora si innescano processi di minimizzazione e banalizzazione in occasione degli episodi di discriminazione e razzismo purtroppo ricorrenti. E dunque, lei crede che il fenomeno tenda a persistere nonostante le ammonizioni, le denunce, e le diffide da parte delle federazioni?
Un episodio molto significativo si verificò quando il giudice sportivo inflisse all'Ascoli un'ammenda di 11.000 euro a causa dei cori razzisti che i sostenitori bianconeri avevano indirizzato al giocatore del Pescara, JOB. Ecco, vede, non so se la guerra dei "fessi" finirà mai in quanto i cori razzisti sono da condannare senza riserve, posso solo dirle che l'eterogeneità e l'integrazione culturale vanno sostenute e salvaguardate, frenate e abbattute tutte le manifestazioni di xenofobia e i legami tra sport e razzismo.


La mia  intervista finisce qua. Nel ringraziare il famoso inviato sportivo, ricordo che nell'ambito calcistico è nata nel 1999 la Fare, un'associazione che collabora con FIFA e UEFA, le due principali federazioni calcistiche a livello mondiale, proprio per frenare le lotte razziali.