Le nate morte...

Le nate morte...

 Non ho mai dimenticato quanto affermò il mio professore all’inizio della mia prima lezione di diritto privato all’Università la Sapienza di Roma nel lontano 1974: “Ragazzi non pensate che la legge sia sinonimo di giustizia, tende alla giustizia… ” Infatti, le leggi cambiano per disciplinare la sempre più complessa e problematica società attuale.

Nel 1975 furono introdotte delle varianti significative nel diritto di famiglia. Quando lessi il testo della legge rimasi sconcertata, perché non vi trovavo nulla di innovativo ed anche se non conoscevo le norme abrogate, rimasi comunque sconvolta. 

Gli articoli 2 e 3 della Costituzione riconoscono la parità dei diritti e della dignità senza distinzione a tutti gli esseri umani: come mai fino al 1975 la donna era considerata di fatto e di diritto una nata incapace di intendere e volere? Infatti, dalla patria potestà del padre passava a quella del marito; non poteva esercitare la patria potestà sui figli perché spettava esclusivamente al padre né aveva la contitolarità sui beni del marito ma quest’ultimo aveva il pieno diritto di disporre della “dote” della moglie. La mentalità che ha accompagnato il vecchio diritto di famiglia è duro a morire e manifesta continuamente la sua vitalità. 

E’ stato coniato il termine “femminicidio” per indicare gli omicidi annunciati delle donne sottoposte a violenze domestiche e stando alle statistiche la media di quest’anno è migliorata. Infatti fino al 4 luglio 2018 ne sono state “eliminate” solo 44: nel 2013 furono 138, nel 2014 vi fu un miglioramento... solo 117; nel 2015 andiamo ancora meglio con 110, ma nel 2016 l’indice comincia a risalire e raggiunge le 115.

Perché questo fenomeno è ripugnante? Perché è la conseguenza dell’indifferenza che vi è nei confronti di chi dopo aver subito un lento morire “vivendo” nella schiavitù del terrore delle violenze quotidiane riceve il colpo di grazia finale.  

Un articoletto in cronaca liquida una tragedia che il più delle volte si poteva evitare: quante donne hanno chiesto aiuto e quante di loro lo hanno effettivamente ricevuto? La donna soggetta a violenza viene considerata una predestinata a finire male per questo il più delle volte viene lasciata sola. Tale condizione è di fatto una sentenza passata in giudicato che inesorabilmente verrà eseguita: è una “nata morta”.

L’uomo che pratica la violenza è comunque un soggetto disturbato che sfoga le sue frustrazioni sulla vittima prescelta che deve essere vulnerabile e facilmente controllabile: la donna, il bambino e l’anziano sono per eccellenza i soggetti adatti allo scopo.  Solo chi ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza devastante della violenza domestica e riesce a sopravvivere conosce lo straziante dolore per le ferite inferte alla sua anima e sa quanto sia difficile farle guarire.

Cosa può difendere una donna che vive in una società che tende a mantenere ruoli consolidati? L’acquisizione di un titolo universitario e l’accesso alle professioni, da un lato ha offerto una valida opportunità a gran parte delle nuove generazioni femminili di realizzare una rapida ma solo formale evoluzione del loro ruolo nei rapporti familiari e sociali, dall’altro ha generato un inadeguato cambio di mentalità. 

Oggi la donna ha abbandonato l’elemento che la rende originale. Infatti, tende sempre più ad appiattirsi ricalcando i modelli che sono appartenuti esclusivamente alla sfera maschile per secoli. Non vi è stata la capacità di rinnovare positivamente i rispettivi ruoli nella famiglia e nella vita sociale/lavorativa mantenendo le diversità intrinseche dell’una e dell’altra parte e ciò ha generato una forte conflittualità. La povertà e un ambiente familiare degradato espone i soggetti deboli a divenire le vittime privilegiate dei predatori.

Rimango colpita dal fatto che si parla poco della violenza consumata nei confronti dei bambini: queste sono le storie più orrende e inconfessabili da raccontare per questo tendono a rimanere sepolte nel silenzio. 

Il destino peggiore è riservato a quegli innocenti che non hanno genitori o sono indigenti. Infatti, le aree di povertà del Sud America, Africa e Medio Oriente sono i maggiori serbatoi di approvvigionamento dei mercanti di angeli. Questi diseredati sono destinati ad essere “usati” nei modi più raccapriccianti e, alla fine della catena degli orrori a cui vengono sottoposti, spariscono nel nulla e nell’indifferenza generale.

La nostra gravissima colpa è quella di non sentirci responsabili di quello che accade intorno a noi perché commettiamo l’errore di non considerarci appartenenti alla famiglia umana: si è consolidata una visione miope ed egoista della vita che sacrifica l’essenza all’apparenza, la solidarietà al proprio tornaconto.

In questa dimensione irreale in cui si sono fatte intrappolare la maggior parte delle individualità, in particolar modo i giovani, gradualmente vengono assorbiti modelli virtuali che distaccano la persona sempre più dall’esperienza umana reale che è il solo e sano viatico per acquisire maturità, sana capacità critica, senso di responsabilità e spirito di solidarietà.

Quando il rapporto con la realtà diviene sempre più labile, la propria esistenza viene abbandonata agli arbitri di profittatori senza scrupoli.

Categoria Cronaca
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