Frank Sinatra, quel bravo ragazzo (seconda parte)

Frank Sinatra, quel bravo ragazzo (seconda parte)


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La  sua carriera è una lunga saga di successi e momenti bui.

Nato cantante, decise di fare anche l’attore e vi riuscì, talvolta in film di valore. Non amava provare e voleva che si girasse tutto al primo ciak. Sul set, come nella vita, era permaloso.

Si cimentò anche in film musicali, ballicchiando. Fece molte tournée, non tutte felici: in Italia il pubblico lo sfotté su Ava Gardner e lui si infuriò. Con le proprie origini italiane aveva un rapporto di odio / amore. Risulta che si facesse inviare il pesto da un noto ristorante genovese, in cui ogni tanto faceva una capatina: nell’occasione Barbara si riforniva di capi alla moda in un noto atelier del capoluogo ligure. Diede l'addio alla carriera nei primi anni settanta, poi ci ripensò. L’ultimo, trionfale, concerto in Italia fu a Milano, nel settembre 1986.

Man mano che le mode musicali cambiavano, lui non nascondeva il proprio disprezzo per i nuovi divi, da Elvis ai Beatles; poi, ne cantava le canzoni o li voleva ospiti ai suoi show. Si era dimenticato dei propri esordi, quando Bing Crosby considerava lui un ragazzotto buono per eccitare le teenager frustrate.

 Il rapporto con gli amici è, in fondo, il capitolo più oscuro della sua vita. Da giovane, per via dell’isolamento materno e della pressione di Dolly perché divenisse famoso, non ne aveva. Per un po’ fece solo il marito e il padre e le uniche relazioni “esterne” erano con superiori e colleghi di lavoro.

Con la celebrità, ovviamente, si ritrovò sommerso di personaggi che gli ruotavano intorno: tra questi, noti boss mafiosi.

Qualcuno ha sostenuto che ne “Il Padrino” la figura dell’attore Johnny Fontane sia ispirata a lui. Certo è che ci fu effettivamente un periodo in cui la notorietà di Frank era in discesa, dopo anni sulla cresta dell’onda. E’ una circostanza normale, ma lui non la accettava. Improvvisamente spuntò l’occasione per interpretare, da coprotagonista, “Da qui all’eternità” un film di alto livello. Gli diedero l’Oscar: si disse che era stato un boss della mafia a fare pressione sui produttori, con i tipici metodi di quell’organizzazione. Tutta invidia?

Nel romanzo di Mario Puzo (*1) si accenna ad un certo mondo cinematografico abitato da cineasti corrotti e viziosi. Si insinua, insomma, che i padrini avrebbero soltanto portato un’ondata moralizzatrice in un ambiente composto da sfruttatori disonesti, avidi e pervertiti. In parole povere, gli anglosassoni erano dei poco di buono, gli italiani avevano dei solidi valori e pazienza se per imporli dovevano comportarsi in modo...disinvolto.

Frank cogestiva casinò in Nevada: era impossibile farlo senza agganci con l’Onorata Società. Fu fotografato con i principali boss dell’epoca. Interrogato a più riprese dalla commissione antimafia, affermò che venivano a trovarlo in camerino come normali fans. Non erano nomi da niente...

 Frank capeggiava il clan denominato “Rat Pack”, fondato da Bogart con  Judy Garland e altre celebrità. L’ intento era quello di divertirsi con classe e mostrare al mondo qual’era il vero stile della “crème” hollywoodiana (tentativo oggi portato avanti da George Clooney e Brad Pitt).

Con Sinatra alla testa, però, le cose cambiarono. Entrarono tipi diversi: Dean Martin, detto Dino, cantante  e attore italoamericano, superalcolizzato e dai modi goliardici; il cognato di Kennedy, l’attore Peter Lawford, famigerato per la condotta libertina e l’attività di ruffiano; Sammy Davis jr, attore afroamericano di non chiara fama, noto più che altro per eventi di natura privata. Però Frank combatté il razzismo anche così.

 Il tutto prese una piega meno elegante, più buffonesca e triviale, da mezzi gangsters alcolizzati in cerca di avventure, riversata nei film che girarono insieme ( il più famoso rimane "Colpo Grosso", di cui "Ocean's eleven" è stato il remake, con tutti i sequel).

Tra Sinatra e Dean Martin, che si esibivano insieme  a Las Vegas,  ci fu un rapporto strettissimo fino a che Martin  perse l’unico figlio maschio in un incidente aereo, nel 1987. "Dino" non era più lo stesso e talvolta si presentava in ritardo ai concerti o non si presentava affatto: Frank lo tagliò fuori. 

 Sinatra era amico del grande campione di baseball , siculo/americano come lui, Joe di Maggio, e lo aveva aiutato a pedinare l’ex moglie Marylin Monroe, di cui Joe era ancora geloso. Anni dopo Frank  frequentò la diva e la “passò” ai propri amici: Di Maggio non volle più vederlo.

 Il rapporto con la stampa era disastroso e a ciò si deve la cattiva reputazione di Frank nel mondo. Se leggeva un articolo non di suo gusto, il cantante tempestava il malcapitato autore di contumelie via telegramma e arrivava a minacciarlo. Se si trattava di donne, gli epiteti erano spaventosi.

Un giornalista, che aveva pubblicato un articolo “sconveniente”, fu selvaggiamente picchiato. Gli chiesero se avesse dei sospetti. Il signore, con senso dell’umorismo, dichiarò ai colleghi che non era in grado di fare nomi ma  che, mentre le prendeva, aveva chiaramente udito qualcuno che fischiettava “Stranger in the night”. Per sua fortuna,  la questione non ebbe seguito.

In Spagna ci furono analoghe disavventure e Frank arrivò ad insultare il generalissimo Franco (*2). E’ vero che lui odiava la Spagna, terra dei toreri con cui volentieri la Gardner si sollazzava.

Durante le udienze dinanzi alla commissione antimafia non si limitava a fornire la sua versione dei fatti, ma condiva il racconto con ingiurie ai testimoni a lui avversi.

 Sconcertanti anche altri episodi, riportati da vari testimoni.

Frank aveva un fedele domestico afroamericano, Jacob, che lo adorava. Oltre ai servizi di prammatica, l’uomo si occupava di spalleggiarlo nelle marachelle e in situazioni delicate, come portare le ragazze del suo capo ad abortire.

Un giorno Jacob, in libera uscita, andò al night e incontrò Ava, ormai ex  di Sinatra da un pezzo. Per gentilezza la invitò a ballare. Quando Frank venne a saperlo, lo licenziò.

L’attore Brad Dexter, sportivo e aitante, salvò Frank dall’annegamento nelle acque agitate dell’oceano; per ringraziamento Frank quasi non lo guardò più in faccia, irritato dal dovergli qualcosa e per la figura da imbranato macilento che Brad gli aveva fatto fare. 

 L’amicone del “Rat Pack”, l'attore Peter Lawford, marito di una sorella dei Kennedy, svolgeva per Frank gli stessi “servigi” da mezzano che offriva ai celebri cognati. Un giorno toccò a lui l’ingrato compito di riferire a Sinatra che  John Kennedy, in visita in California, preferiva dormire da Bing Crosby piuttosto che da lui Frank, che aveva notoriamente ospitato noti mafiosi: Sinatra, già sostenitore dei Kennedy anche in veste di finanziatore, non lo volle più né sentire né vedere e, da democratico che era, divenne repubblicano. Lawford ne fece una malattia.

 Quando Ronald Reagan era ancora un ex attorucolo aspirante politico, Frank, già divo, ne sfotteva la moglie, considerandola una scialba arrivista "con le caviglie grosse". Frank cambiò idea allorché la coppia si insediò alla Casa Bianca e ne divenne grande amico. Nancy Reagan, quando vedeva il cantante, andava in brodo di giuggiole davanti a tutti e si parlò di una storia tra i due ( favorita dal rimbambimento di Ronald).

 Tutto considerato, sembra proprio che Frank non tenesse in gran conto l'amicizia e, in ogni caso, mettesse sempre avanti se stesso.

 Frank era un maniaco dell'igiene e teneva alla larga chi non avesse avuto requisiti di pulizia pari ai suoi o non vi si adeguasse. Collerico com'era, questo atteggiamento comportava tremendi scoppi d'ira se le cose non erano perfettamente organizzate: ad esempio, suoi assistenti dovevano portargli mutande pulite circa ogni mezz'ora..  

 Sono risaputi fatti incresciosi, per esempio Frank che picchia qualcuno mentre i suoi sgherri tengono fermo lo sventurato o sfonda vetrate in stato di ubriachezza; ma anche gesti edificanti, come somme favolose spese in beneficenza o aiuti a malati indigenti che, grazie a lui, poterono pagarsi le cure.

 Infine, Frank si comprò una laurea in ingegneria.

 Morì nel 1998. Aveva fatto tutto “ a modo suo”.  A Las Vegas si  spensero le luci per venti minuti.

 

 

(*1) Mario Puzo è l'autore de "Il padrino"

(*2) Francisco Franco, a capo del regime dittatoriale fascista in Spagna dal 1939 al 1975, anno della sua morte

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