La relazione di Marco Gay al 46° convegno dei giovani di Confindustria a Santa Margherita

La relazione di Marco Gay al 46° convegno dei giovani di Confindustria a Santa Margherita

Quest'oggi si è aperto a Santa Margherita Ligure il 46° convegno dei giovani di Confindustria. La due giorni si è aperta con la relazione introduttiva del presidente Marco Gay. Questo il riassunto del suo intervento.

«Ci sono momenti in cui si vive la storia, non solo la propria ma quella di tutti.  Sono i momenti in cui si sente che tutto può cambiare.  In cui si è certi che nulla sarà più come prima.»

L'incipit epico, riferito ad alcuni fatti storici del novecento, compresa la caduta del muro di Berlino, è servito ad introdurre il crollo del muro che ingabbiava e limitava lo sviluppo produttivo italiano con la scomparsa dell’articolo 18, del sistema pensionistico retributivo, della PA che secreta gli atti, dei vitalizi ai parlamentari, di una scuola che non si alterna con il lavoro ma con gli scioperi, di un fisco che tassa i dipendenti anche quando non si fanno profitti, del rigore di Bruxelles.  

Tutto questo, ha detto Gay, «solo qualche anno fa ci sarebbe sembrato impossibile. [...] Ci sono 14 miliardi in più da spendere quest’anno. Abbiamo un Paese che sta tornando leader in Europa: è una vittoria dell’Italia, non solo di chi la guida ma, anche, di chi la manda avanti, lavorando e producendo».

Il presidente dei giovani confindustriali si è poi occupato anche delle difficoltà del paese causate dalle macerie dei mattoni, elencati in precedenza, che avevano contribuito a costruire il muro che ostacolava la crescita del paese: «povertà, disoccupazione giovanile ed esclusione sociale».
 
Problemi, secondo Gay, di cui dovrebbero occuparsi le amministrazioni locali, facendo riferimento alle elezioni comunali ed ai prossimi ballottaggi: «Cosa faranno (i sindaci di Roma, di Napoli, di Milano, di Torino e di tutte le altre città) concretamente per far crescere le imprese del territorio? Quale è il progetto per rendere i servizi pubblici non solo efficaci ma anche sostenibili finanziariamente? Che iniziative serviranno ad attrarre i turisti e i giovani? Come renderanno parchi e strade finalmente puliti e belli? Quante biblioteche saranno aperte di domenica?

Avremmo voluto vederli competere di più sulle risposte a queste domande concrete e meno su liste escluse e riammesse, battaglie legali per far fuori i candidati, dichiarazioni stampa avventate che hanno fatto crollare aziende quotate.  

E, non a caso, il risultato è stato ancora una volta il calo dei votanti. Un vero peccato, perché le città sono cosa pubblica e non interessi di parte. Perché le città hanno la capacità di dare qualcosa a tutti, solo e quando sono create da tutti.

È un vero peccato. Non solo per i cittadini che andranno a votare ma anche per quelli che non vivono nei capoluoghi delle elezioni, perché le città sono il motore propulsivo di tutto lo sviluppo nazionale».

A questo punto, Gay non poteva esimersi di parlare anche della riforma costituzionale: «Siamo a una svolta costituzionale. Perché, citando le parole di Cassese di pochi giorni fa, “la democrazia del voto non basta. Occorre anche poter dimostrare, con l’efficacia dell’azione pubblica, che lo Stato è al servizio dei cittadini”.
   
Se una democrazia fosse da considerare migliore in base al numero di volte in cui ci chiama alle urne, quella italiana dovrebbe essere considerata perfetta, dato che in 70 anni abbiamo votato 18 volte, perché non si è riusciti quasi mai a completare una legislatura! Eppure, è vero il contrario.
   
Il sistema istituzionale italiano si è deteriorato e non da oggi.  Colpa di leggi elettorali fatte ad arte per impedire di governare e delle riforme costituzionali che spezzettavano le competenze su materie strategiche come energia, infrastrutture, lavoro.   

Per questo, quella del referendum, è l’occasione che non possiamo perdere. Oggi non è il tempo di chi pensa di trasformare una riforma in un congresso di partito, dei professionisti del “tanto peggio, tanto meglio”. Oggi è il tempo di andare avanti».

Alla fine del discorso, non è mancato neppure l'esempio di un giovane che ce l'ha fatta, naturalmente grazie al lavoro e all'innovazione.

Questa è la cronaca. Adesso, alcune considerazioni che a chiunque verrebbe di fare. Prima di tutto, siamo sicuri che a parlare non sia stato Renzi travestito? Oppure, se così non fosse, è probabile che il discorso di Gay sia stato scritto da uno dei tanti ghostwriter assunti per la comunicazione di Palazzo Chigi. Difficile immaginare un discorso più sfacciatamente renziano.

Ma in fondo è anche giusto che sia così. L'elenco iniziale dei regali fatti dal Governo agli industriali giustifica e merita un tale endorsement, sia per le elezioni comunali che per il referendum costituzionale.

Ma perché meravigliarsi o scandalizzarsi? Il giovane Gay di Confindustria non è altro che l'ultimo rappresentante di un capitalismo straccione che ha vissuto di relazioni, conoscenze, favori, suppliche e, molto, di elemosine da parte dello Stato, anzi, dei suoi contribuenti, grazie ad un modo di fare politica che sembrava sulla via del tramonto, ma che con Renzi ha trovato una nuova alba. Quindi, tutto come da copione.

Categoria Economia
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