Crisi istituzionale: bene Mattarella, male il Partito Democratico

Crisi istituzionale: bene Mattarella, male il Partito Democratico

Questo dopo elezioni ha messo in evidenza due attori di cui sottolineare il comportamento: uno è il Partito Democratico, l'altro il presidente della Repubblica Mattarella.

Il Partito Democratico, tra i principali responsabili se non l'unico di questa crisi istituzionale, usa l'arma della propaganda per scaricarne le responsabilità su Luigi Di Maio ed il Movimento 5 Stelle. Particolarmente "commovente", oltre che ridicolmente patetico, il tentativo in tal senso del giornalista di Democratica, Mario Lavia:

Dunque i cosiddetti “vincitori” non hanno cavato un ragno dal buco e vogliono trascinare il Paese alle urne con il solleone: Di Maio e Salvini indicano l’8 luglio (dimenticando che i tempi tecnici molto difficilmente lo consentono, dal Quirinale si fa sapere che è più “potabile” la data del 15 – con un bel po’ di italiani in vacanza, sottolineiamo noi). C’è poco da ridere. Siamo vicinissimi a una crisi democratica senza precedenti. ...

Inusitato è poi il fatto che le due destre – M5s e centrodestra – abbiano sbattuto la porta in faccia al presidente della Repubblica, che ancora in queste ore drammatiche non toglie dal tavolo la carta del “governo neutro” presieduto da una personalità garante in grado di condurre l’Italia ai prossimi ineludibili appuntamenti: il Def, la trattativa sul bilancio europeo, la manovra per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Di fatto – Di Maio lo ha detto esplicitamente – per queste forze la campagna elettorale è già cominciata. E probabilmente non da oggi. L’esito catastrofico del balletto era scritto nelle stelle – è il caso di dire. Il Pd stamattina, con Martina e la delegazione dem al Colle, si è opposto a questa piega degli avvenimenti dichiarando la sua disponibilità a dare corso alle proposte del capo dello Stato, chiedendo di finirla con questo “gioco dell’oca”. E nel pomeriggio sia Grasso che Emma Bonino hanno paventato i rischi di natura democratica di un voto anticipatissimo a luglio.

Dal canto suo Salvini fa finta di avere in mano carte che invece non ha, e alla lunga ha dovuto arrendersi: non ha i numeri per sperare in un incarico. L’unica cosa certa, nel suo girovagare, è che a mollare Berlusconi non ci pensa proprio, tanto più ora che sente odore di urne, e non vorrà certo inimicarsi quella Forza Italia che sta per cannibalizzare.

Ma è chiaramente Di Maio l’ostacolo principale ad una soluzione politica della crisi: è stato lui a condurre per due mesi una trattativa scombiccherata, prima con il “forno” di destra, poi con quello del Pd, poi ancora con quello della destra. Definirlo ondivago è poco. Con tanti dei suoi che scalpitano per il pugno di mosche che gli è restato in mano, a Giggino non resta che tentare il grande azzardo elettorale da cui spera di ottenere i voti per governare da solo. Una mossa disperata. ...

Il Partito Democratico ha preteso, con il voto di fiducia, di andare al voto con una legge elettorale proporzionale. È stato chiamato a discutere della possibilità di creare un governo, ma si è rifiutato di farlo. Se almeno avesse opposto il proprio rifiuto dopo aver conosciuto le condizioni dei 5 Stelle, definendole politicamente inaccettabili, il Pd avrebbe almeno avuto un valido motivo per i suoi attacchi e la sua propaganda... ma adesso è logicamente assurda.


Per quanto riguarda Mattarella, invece, è da sottolinearne il comportamento istituzionalmente inappuntabile. In passato, ad esempio in occasione della firma dell'Italicum, Mattarella aveva mostrato un comportamento "pilatesco", un lavarsene le mani che, oltretutto, era sembrato poco giustificabile considerato anche il suo passato di membro della Consulta.

Nella gestione di questa crisi, però, è stato perfetto. Non solo per aver dato la possibilità ai vari schieramenti di tentare tutte le possibili strade per formare un governo, ma per aver poi pubblicamente illustrato quanto accaduto e che cosa avrebbe fatto. Non solo, il governo da lui nominato, ha detto Mattarella, avrà comunque vita breve, fino a dicembre per poi andare al voto nel 2019, o anche meno nel caso gli venisse confermata la fiducia e i partiti nel frattempo trovassero poi un accordo. In caso di sfiducia, si andrà a votare in estate o in autunno.

Tanta semplice chiarezza, visto l'attuale livello di tatticismi e propaganda, è sicuramente da elogiare.

Categoria Politica
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