Columbus - Pièce (I parte)

Columbus - Pièce (I parte)

C’è un divano rosso, un po’ liso, ad angolo. Di fronte c'è il megaschermo, a fianco un super impianto stereo. La TV è spenta, ma dall’impianto esce musica: l’Inno alla gioia di Beethoven.

Lei entra con quel vestito bianco, come la interpretano in certi b-movie e fiction, dove sembra che andasse sempre in giro vestita così. In effetti, per tutti,  lei è quella. Così l’ha indossato per l’ennesima volta.

Si guarda intorno, si siede, si rialza, va allo stereo, cerca di capirci qualcosa, pigia a caso e riesce solo a spegnere tutto. Scosta i tendoni alla finestra e lo vede arrivare. Apre le imposte, agita la mano.

“Ehi, ehi!”


Lui alza la testa, fa un debole sorriso, saluta a sua volta con la mano destra. Marylin è elettrizzata e attende sulla porta che arrivi l’ascensore. Si guarda allo specchio, si aggiusta i capelli, si mette il rossetto che prende da una vecchia borsetta, ma l’ascensore non arriva. La lucina è spenta. E’ già fuori di sé. Non ha pazienza, non ne ha mai avuta.


“Jack, Jack!”

Le esce un gridolino. E’ abituata a esprimersi così, con la vocetta. Glielo avevano suggerito all’Actor’s Studio; Paula Strasberg le diceva che l’avrebbe aiutata a creare il suo personaggio e doveva smetterla di fare quelle smorfie da strega alla Barbara Stanwick, come in “Niagara”.


“Tu sei la numero uno al mondo, cara e quando si saprà le altre spariranno al tuo confronto!”


La esaltava in continuazione e a lei piaceva. Riapre la borsa e prende una pillola per calmarsi.


“Ancora con quella roba!”. Lui sta arrivando per le scale e sente il bisogno di spiegarsi.

“Non mi sono mai piaciuti gli ascensori e dopo quel giorno anche meno. Mi ci sento bloccato, incastrato”.

“Sei buffo, sai? Che importanza può avere, adesso?”

“La solita bambina!” Le dà un bacio sulla guancia ed entra.

“Abbiamo un privilegio, non te l’hanno detto, cara? Solo che qualche problema di prima…rimane”.


Lei lo segue, un po’ saltellando, un po’ trascinando i piedini sui tacchi. JFK si fa serio.


“Mi fai un favore? Puoi tornare Norma Jean? Queste scene non mi interessano”.

Lei fa boccuccia, poi lancia le scarpe contro il muro, un po’ piccata.

“Volevi conoscere la diva e finivi per cercare dell’altro. Non ti ho mai capito”.

“Lascia perdere. Perché cercare di capire a tutti i costi? Sono passati tanti anni e ora ci hanno detto che è meglio attraversare la vita senza spaccarsi la testa. A te, hanno fatto male tutti quegli strizzacervelli. Mi piaci così, col culo basso e le tette giuste. Quando vorrò Marylin, la chiamerò”.

Lei resiste, non vuole piangere.


“Joe mi diceva sempre di smetterla con quel birignao da puttanella. Poi, quando litigavamo, mi accusava di avere una voce da megera. Se penso che hanno detto che mi ha sempre amato! Non ho capito cos’è amare, per un uomo”. Sbadiglia.

“Quante ne hai prese?”

“ Solo una. Quando mi hanno detto che venivo qui, mi sono un po’ agitata, sai”.

“Un’altra cosa: vacci piano a parlare degli altri. Lui, Joe, non è dei nostri. Così rallenti il suo cammino”.

“E Jackie? E tuo figlio?”.

“Dammi una di quelle tue pillole, per favore”.

JKf si butta sul divano e resta a occhi chiusi per lunghi minuti. Marylin vuole cambiarsi d’abito e fruga in un armadio. Ci mette un sacco, e questa non è una novità, ma c’è anche che con quei vestiti non ha dimestichezza. E’ roba moderna. Alla fine il risultato le piace: pantaloni a vita bassa, lunghi al ginocchio, top e stivaletti. Ha la pelle proprio bianchissima, non le è mai piaciuta l’abbronzatura.

Torna di là. JFK  armeggia e torna Beethoven. Marylin protesta.


“Non c’è nient’altro? Qualche cosa di nuovo, i Beatles, non so”.

“Avrai quello che chiedi. Però, lascia che ti dica che quella roba non è proprio nuova. Non ti sei aggiornata. Sei sempre anni cinquanta”.

“E' giusto così, oltre non mi hanno fatto andare. Quanti John ci sono?”

“Due, credo, oltre a me. E verranno altri cantanti, anche quel tuo amico, Frank, sai?”

“Mi prendi in giro? Ci ha praticamente presentato lui. E non l’hai trattato neppure molto bene, per quello che so”.

“Ancora con quelle vecchie storie! Io ho sempre guardato avanti”.

Si sente un clacson e vanno tutti e due alla finestra. Per il viale sale una Rolls colorata.


“Eccolo lì” ride JFK “ora sarò Jack, così non ti confondi. Attenta, però, mi hanno detto che ha un caratterino”.

Pure Lennon si presenta vestito di bianco, come quando sposò Yoko a Gibilterra. Porta, come allora, barba e capelli lunghi. Guarda in alto; lo salutano e lui fa un cenno col capo, senza sorridere.


“Inglesi!” sbotta JFK “spocchiosi anche se vengono dall’angiporto. Mio padre è stato ambasciatore a Londra e questo si comporta come un re”.

“Non sei quello che guarda avanti, tu? Vedrai che ci divertiremo”.

L’ascensore arriva. Si sente sbattere la porta e suonare a lungo il campanello.


“Hallo”. Lennon si degna di fare una smorfia: il massimo della cortesia, per lui.

“Dov’è il bagno?” domanda.

JFK “Amico, siamo appena arrivati anche noi”.

Uno sguardo in tralice e John si inoltra nell’appartamento.
Torna appena più rilassato. Traffica tra i cd e mette "Layla" di Eric Clapton, quella in versione lenta.

 

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Marylin “Com’è andata quel giorno? Era il 1980, mi pare”.

Lennon “Preferirei non parlarne. Non per ora, almeno. Sono stordito. Sai, dormivo sempre. Mi svegliano e mi dicono se voglio venire qui. Ho preso quattro aerei, perché Yoko rompe con quei suoi pallini new age, vuole che mi sposti sempre verso ovest. Come si chiama esattamente questo posto?”

JFK “Non so se ha un nome. Ci sono molti vulcani, ho notato”.

Marylin “Io l’ho chiesto, ma non mi hanno risposto. C’è il mare vicino, voglio fare il bagno”.

JFK “Probabilmente è un’isola”

Squilla il telefono. JFK si alza e risponde. Appare il suo largo sorriso: “Non vedo l’ora di conoscerla. Ho sentito molto parlare di lei”.

“Marylin “Chi era?”

JFK“ Il suo nome non ti dirà nulla. Non hai quel tuo quadernetto, dove sbirciavi sempre per fare bella figura ai party?”

Marylin “ Che c’era di male? Cosa credi facessero le altre? Imparavano quattro stupidaggini per fare le splendide ”.

Lennon “Avete da fumare?”

JFK “Hai di queste voglie?”

Lennon “ Perché mi dai del tu e a quello al telefono leccavi il culo? Chi era? Sono curioso anch’io”.

JFK “Forse neppure tu sai chi è. Si chiama Sankara, Thomas Sankara. E’ un africano, un uomo politico, impallinato come noi due”.

Lennon “ Figurati se non so chi è. E’ uno tosto, ma poco furbo. Se l’è cercata”.

Marylin “Volete dirmi qualcosa?”

JFK “Diceva cose giuste, ma rischiava grosso”.

Lennon “ Senti chi parla”.

“JFK “E tu, allora?”

Lennon “Dai che sta arrivando. Magari con lui si fuma”.

 

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C’è un ampio terrazzo; Marylin esce a prendere una boccata d’aria. Si vede un bosco. Alberi ad alto fusto ed altri maestosi e fronzuti si alternano a radure. Il mare è lontano, manda un vago baluginio. Non si capisce che ora è: sulla villa batte il sole, oltre è buio.

Rientra pigramente. Non è che abbia fame, ma vorrebbe mangiare, per curiosità: è tanto che non le capita.

Thomas ha l’aria mite. Indossa una divisa militare.


Marylin “Ciao, mi conosci?”

Thomas “Ho sentito parlare di te, quando ero in Francia. Qualcuno teneva la tua foto, in caserma, quella del calendario”.

Marylin “Sento che non approvi. Sei uno di quelli che…”

Thomas “No, no, ti prego, figurati, è che... dalle mie parti, le donne hanno altri problemi”.

C’è un angolo bar pieno di liquori. Lennon si serve, ma sigarette niente.


Thomas “Presidente, mi dica…”

JFK “Prego, no. Dovrei chiamarla comandante. Ho lasciato tutto alle spalle. Se è per quello dovrebbe arrivare anche qualche titolato, diciamo così. Lascerei perdere queste cose, voglio rilassarmi…Thomas?”

Thomas “Come dite voi, OK. Staremo molto qui?”

Lennon “Non lo sa nessuno. Però vedo che hai le sigarette”.

Thomas “So cosa ci devi fare. Sai, qualche volta, mi mettevo alla chitarra, cantavo “Imagine”. Era uno scherzo? Lo pensavi davvero?”

Lennon “ Non ricordo bene. Era un’idea, credo. Dovrei chiederlo a Yoko”.

Marylin “Avete amato le vostre mogli?”

JFK “Ti ho già risposto una volta, mi pare. E tu, hai amato i tuoi mariti?”

Marylin “Più che altro volevo essere amata. Io devo essere in cima ai suoi pensieri ogni giorno, se no per me è finita. Guardo altrove”.

Thomas “Un uomo ha altre cose per la testa. Quello che conta è il rispetto”.

Marylin “ Non fa parte di me. Il mio mondo sono io. Ero una diva. E in fondo anche tu, se ho capito bene. Ho conosciuto tanti boss, sai? Jack, qui, la regina Elisabetta, Sukarno. Un domani anche tu saresti stato famoso, magari”.

Thomas “La fama non mi interessava. Avrei voluto fare qualcosa per il mio paese”.

Lennon “Se arriva un certo tizio, ti sfogherai per bene. Anche se so che voleva lasciar perdere, poi si è convinto a venire”.

Marylin “Non hanno detto a tutti le stesse cose. Io non so chi siano i nostri compagni. Non è giusto”.

JFK (sorridendo) “ Forse non si fidano. Sanno che hai la lingua lunga e magari avresti parlato con l’autista. Hoover mi raccomandava sempre di tenere sotto controllo le chiacchiere, con le donne”.

Marylin “Capirai, le odiava. Non è che arriva anche lui, vero?”

JFK “Non so esattamente…ho bisogno di dormire, scusate, vado a cercare un letto”.

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