Salute

Gli Italiani preferiscono i farmaci di marca agli equivalenti e ogni anno gettano al vento un miliardo di euro

Alle tante emergenze che vi sono in Italia, e non solo, di recente si è aggiunta anche quella che riguarda la carenza dei farmaci, ai cui il ministero della Salute sta rispondendo con l'invito ad incentivare le prescrizioni di farmaci equivalenti.

“Emerge che le difficoltà di approvvigionamento in molti casi non dipendono dalla carenza di farmaci, quanto piuttosto da un limitato ricorso ai medicinali equivalenti, ampiamente disponibili sul mercato”, ha spiegato il ministro Orazio Schillaci, intervenendo in Parlamento.

I farmaci equivalenti sono farmaci che hanno la stessa composizione qualitativa e quantitativa di principi attivi, la stessa forma farmaceutica, la stessa via di somministrazione e le stesse indicazioni terapeutiche di un farmaco di marca già autorizzato. In altre parole, i farmaci equivalenti sono farmaci che hanno la stessa composizione chimica e le stesse proprietà terapeutiche di un farmaco di marca già presente sul mercato.

I farmaci equivalenti sono solitamente più economici rispetto ai farmaci di marca, poiché non devono sostenere i costi di ricerca e sviluppo, test clinici e costi pubblicitari associati alla creazione e all'introduzione sul mercato di un nuovo farmaco. In Italia, i farmaci equivalenti sono disponibili al momento in cui il brevetto del farmaco originale scade.

È inoltre importante sottolineare che i farmaci equivalenti sono sicuri ed efficaci come i farmaci di marca e sono sottoposti a rigorosi controlli di qualità e sicurezza prima di essere immessi sul mercato, per garantire che soddisfino gli stessi standard di qualità e sicurezza dei farmaci di marca.

Nonostante ciò quella d'incentivare i farmaci equivalenti risulta comunque una bella sfida, dato che gli italiani sembrano essere affezionati ai prodotti di marca anche in presenza di un equivalente rimborsato dallo Stato.

Ogni anno, in media, gli italiani spendono 1 miliardo per pagare la differenza di prezzo tra l'equivalente rimborsato dallo Stato e quello di marca. E il fenomeno si ripete con costanza: nel 2017 è stato speso 1,050 miliardi, 1,126 miliardi nel 2018, 1,122 miliardi nel 2019 e 1,077 miliardi nel 2020. E anche nel 2021 non è andata meglio, visto che la maggiorazione di spesa è stata di 1,083 miliardi. 

L'esame dei valori pro capite mensili, segnala che le Regioni che spendono di più per l'acquisto di farmaci a brevetto scaduto sono, oltre al Lazio (2,1 euro), soprattutto quelle meridionali e, in particolare, la Campania (2,1 euro), la Calabria (2,1 euro), la Sicilia (2 euro) e la Basilicata (1,9 euro), mentre i valori più bassi si registrano nelle Regioni centro-settentrionali e settentrionali, come la Toscana (1,1 euro), le Province autonome di Trento (1,1 euro) e di Bolzano (1 euro), la Lombardia, il Veneto e l'Emilia-Romagna (1,1 euro).

Così, ad esempio, i cittadini del Lazio, che sono quasi la metà di quelli della Lombardia, hanno speso per pagarsi la differenza di prezzo tra farmaci equivalenti e farmaci di marca 141,6 milioni, mentre i lombardi 137,3 milioni. Tra chi ha speso di più ci sono anche i campani (131,6 milioni), i siciliani (111,7 milioni) e i pugliesi (85 milioni).

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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