Esteri

Chi seguirà l'esempio della Gran Bretagna e dirà addio alla UE?

Quale sarà l'effetto a medio, lungo termine dell'esito del referendum in Gran Bretagna sulla tenuta dell'Unione Europea nel suo complesso.

Le politiche di austerità imposte da Bruxelles, la scarsa rappresentatività delle istituzioni europee, l'afflusso dei migranti hanno creato un innegabile malcontento in tutti i 28 (o adesso dobbiamo già dire 27?) paesi dell'unione, diffuso soprattutto in ambienti di destra ma non solo.

Ci saranno altri referendum? Altri paesi decideranno di uscire? Molto dipenderà da cosa accadrà alla Gran Bretagna, se effettivamente i britannici pagheranno cara la loro decisione di uscire, oppure se le conseguenze saranno marginali e del tutto tollerabili.

Bruxelles si trova ora nella difficile situazione di dover negoziare un accordo con il Regno Unito che sarà un vero e proprio gioco di equilibrismo. Infatti se da una parte la UE, soprattutto per ragioni economiche (la Germania esporta più in UK che in Cina), ha interesse a mantenere rapporti stretti con i sudditi di sua Maestà, dall'altra non potrà non manifestare una certa durezza allo scopo di dissuadere altri paesi dal seguirne l'esempio.

Quali sono questi paesi? Dell'Italia sappiamo abbastanza. Salvini ha già chiesto di poter fare un referendum, che da noi potrebbe al massimo essere consultivo, dato che costituzionalmente non sono ammessi referendum in merito a trattati internazionali.

Anche il Movimento 5 Stelle è critico nei confronti dell'Europa, che, nel suo blog, Grillo ha definito un'unione fatta di banche e di ricatti economici. Anche se in questo caso non c'è una volontà esplicita di abbandono della UE, c'è l'intenzione di promuovere un referendum per l'uscita dall'euro.

In Olanda Geert Wilders, capo del Partito della Libertà, formazione euroscettica e anti-islamica, si è dichiarato particolarmente soddisfatto della decisione dei britannici ed ha già promesso che, se andrà al governo, proporrà un referendum sulla permanenza nella UE per dar modo agli olandesi di decidere se essere padroni del loro paese, della loro moneta e delle loro politiche, soprattutto di quelle nei confronti dell'immigrazione. Le elezioni si terranno l'anno prossimo e il partito di Wilders è in testa nei sondaggi.

In Francia, Marine Le Pen, a capo del Fronte Nazionale, ha visto nella Brexit un motivo in più per continuare nella sua politica anti-europeista. Come ha detto in un discorso al Parlamento Europeo martedì scorso, le conseguenze del voto in UK potranno essere solo positive, dato che un popolo può solo guadagnare dal riprendersi la propria indipendenza ed il controllo del proprio destino. Marine Le Pen si candiderà alla presidenza della Francia fra un anno e i sondaggi la danno sicura almeno al ballottaggio.

Malessere nei confronti della UE serpeggia anche nei paesi nordici, sebbene la loro condizione economica non sia così disastrata come in altre aree del continente. In Svezia i Democratici Svedesi, formazione nazionalista, hanno rinnovato la loro richiesta di referendum e in Danimarca Kristian Thulesen Dahl, leader del Partito del Popolo, con posizioni fortemente contrarie all'immigrazione, ha detto esplicitamente che bisogna vedere cosa accadrà alla Gran Bretagna e, in base a questo, decidere se fare un referendum.

In Portogallo è al governo, ormai da un anno, una maggioranza di sinistra, che comprende anche il Partito Comunista e che persegue politiche anti-austerity, in aperta opposizione alla UE, da cui però ha ricevuto troppi benefici per volerne uscire.

Un chiaro atto di sfida nei confronti di Bruxelles sono state anche le politiche sull'immigrazione di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che non hanno accettato la ripartizione dei migranti fra i paesi membri voluta dall'unione.

Anche in Germania si registra una certa tensione soprattutto per la questione dei migranti. A causa delle sue posizioni morbide Angela Merkel ha registrato una caduta nel gradimento degli elettori, benché il blocco CDU/CSU sia favorito per le elezioni del prossimo anno.

A rappresentare lo scontento nei confronti di Bruxelles ci pensa l'AfD, Alleanza per la Germania, partito euroscettico, presente solo da 3 anni sulla scena politica tedesca, che ritiene l'UE una istituzione troppo centralista e chiede che si faccia un passo indietro, tornando ad una comunità di stati che conservino la loro sovranità. L'AfD è recentemente salita nei sondaggi e si prevede che nelle prossime elezioni entrerà per la prima volta nel parlamento federale.

Autore Piero Rizzo
Categoria Esteri
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