Mercoledì 2 aprile, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si recherà in Ungheria, sarà il suo primo ingresso in territorio europeo dall'emissione del mandato d'arresto a suo carico da parte della Corte Penale Internazionale (CPI)  per presunti crimini di guerra e contro l'umanità commessi a Gaza. L'incontro con il premier Viktor Orbán non è solo una sfida simbolica alla giustizia internazionale, ma riflette le profonde divisioni nell'Unione Europea su come gestire il caso Netanyahu, in netto contrasto con l'approccio unitario adottato invece verso il presidente russo Vladimir Putin, anch'egli ricercato dalla CPI.  

La visita di Netanyahu in Ungheria arriva dopo un primo passo compiuto dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, che lo ha incontrato a Gerusalemme durante il fine settimana, nonostante i raid israeliani su Gaza avessero provocato almeno 64 vittime palestinesi nel primo giorno dell'Eid al-Fitr. Mitsotakis e Netanyahu hanno ribadito la collaborazione strategica tra i due Paesi, con un focus sulla difesa, segnando il primo incontro faccia a faccia tra un leader Ue e il premier israeliano da quando la CPI ha confermato i mandati di arresto per lui e per l'ex ministro Yoav Gallant.  

Nonostante i 27 Stati membri dell'Ue siano anche membri della CPI e quindi vincolati a eseguirne le decisioni, diverse capitali hanno apertamente messo in discussione la legittimità del mandato. Parigi, Roma e Berlino hanno fatto da guida: la Francia invocando l'articolo dello Statuto di Roma che garantirebbe immunità agli Stati non aderenti alla CPI, mentre l'Italia, attraverso il ministro Antonio Tajani, ha dichiarato che non arresterà Netanyahu finché sarà in carica. Non solo: Roma ha già violato il diritto internazionale rimpatriando in Libia Najim Osama Al Masri, ricercato dalla CPI per vari crimini commessi in Libia.  

La Germania, dal canto suo, ha citato la sua "responsabilità storica" verso Israele, con il futuro cancelliere Friedrich Merz che ha definito "assurda" l'ipotesi di negare a Netanyahu l'accesso al Paese, invitandolo ufficialmente.  

Orbán, da tempo critico verso l'Ue e pertanto anche verso la CPI – definita "strumento politico" dopo le sanzioni statunitensi – ospiterà Netanyahu per discutere l'assurdo  piano per Gaza, ispirato a una assurda proposta di Donald Trump che prevede la "migrazione volontaria" dei gazawi e la trasformazione della Striscia in una destinazione turistica. Una visione in netto contrasto con il sostegno Ue all'iniziativa araba, che rifiuta qualsiasi forma di trasferimento forzato della popolazione.  

L'incontro con Orbán rappresenta soprattutto una provocazione verso Bruxelles che, pur ribadendo formalmente l'impegno a cooperare con la CPI, non riesce a imporre una linea comune. "Tutti gli Stati devono garantire piena collaborazione con la Corte", ha ricordato un portavoce della Commissione Ue, evidenziando il divario tra retorica e azioni concrete degli Stati membri.  

La situazione solleva interrogativi sull'efficacia della Corte Penale Internazionale e sulla coerenza dell'Ue nel difendere il multilateralismo. Mentre Netanyahu gode di un trattamento privilegiato, il caso Putin dimostra come le dinamiche geopolitiche influenzino l'applicazione della giustizia. L'Europa, divisa tra solidarietà atlantica, sensibilità storiche e interessi strategici, sta pertanto minando ulteriormente la propria credibilità, trasformando i principi del diritto internazionale in strumenti negoziabili.  

Paradossalmente, mentre parte dell'Ue ignora i crimini di Netanyahu, in Israele aumentano i problemi legali del premier che, già sotto processo per tre casi di corruzione, oggi ha visto arrestare due suoi aiutanti per il caso "Qatargate" per il quale è stato chiamato a fornire chiarimenti, senza che gli sia stato notificato alcun capo d'imputazione... per ora.