Doverosa premessa: riportiamo un confronto tra i resoconti mediatici – trasmissioni, documentari, fiction, servizi web -  ma non sposiamo né versioni né tesi, anche perché, come sempre, non tornano mai…

Una famiglia di tre persone, più cane, trucidata in casa: oggi sembra che questo plurimo omicidio, avvenuto a Napoli, sia stato l’evento noir più clamoroso del 1975, ma non fu proprio così. Un’altra strage, pochi giorni dopo, a Vercelli, a opera della diciottenne Doretta Graneris che, con il fidanzato, sterminò genitori, nonni e fratellino, prevalse sui media di allora e, in un certo senso, ovattò l’eccidio napoletano.

La via Caravaggio è nel quartiere medio borghese di Fuorigrotta. Le vittime: Domenico Santangelo, la sua unica figlia  - di primo letto - Angela, e Gemma Cenname, seconda moglie, oltre lo yorkshire terrier, Dick. Il nucleo familiare viene definito di natura riservata, qualcuno dirà esplicitamente che non destavano simpatia. Le condizioni economiche sono buone, in apparenza. 

Ovviamente ci troviamo alle prese, come spesso accade e abbiamo denunciato, a versioni diverse e interpretazioni azzardate, tra le quali dovremo faticosamente navigare.

L’8 novembre 1975, secondo la vulgata più diffusa, l’avvocato Mario Zarrelli, preoccupato perché non sente zia Gemma, da diversi giorni, pungolato sia dalla propria madre, sorella di Gemma, che dai colleghi di quest’ultima, va dritto alla Squadra Mobile del capoluogo campano, dove avrebbe qualche conoscenza tra i funzionari, e da l’allarme, tirandosi dietro i poliziotti incaricati di dare un’occhiata. Non si sentiva nemmeno il piccolo Dick che, come molti cagnolini di quella razza, faceva un discreto baccano, di solito. Quello che non viene mai detto è che altri fattori dovevano pur entrare in campo, dal 30 novembre a quando i poveretti furono ritrovati, primo fra tutti l’acre odore di decomposizione. Entro circa 48 ore esso si diffonde anche nelle strade circostanti, a meno che i corpi non siano già “zincati”.

I vigili del Fuoco entrano da una finestra, si ode lo smarrito avvertimento del primo di loro “…sangue…sangue…”. Nel grande appartamento, di circa 180 metri quadri, descritto come “ un po’ labirintico” ci si aggira a tentoni. Dentro la vasca del bagno principale si trovano i cadaveri dei coniugi, uno sull’altro, entrambi sui resti dell’animale.

Gemma aveva cinquant’anni, faceva l’ ostetrica presso una clinica, forse aveva anche insegnato la materia nei corsi appositi: donna un po’ misteriosa, qualcuno dice dal passato oscuro, con quello strano (per allora) tardivo matrimonio, che avrebbe interrotto una vita sentimentale tempestosa. Le nozze erano state celebrate l’anno prima.

Non meglio viene trattata la reputazione del capofamiglia Domenico, cinquantacinquenne: già capitano di lungo corso e direttore di villaggi turistici per la Achille Lauro, in pensione, farebbe il  rappresentante, ma non si concorda sull’ oggetto dell’attività. Di più, si lascia intendere che in realtà, nella foga di combinare affari, l’ex comandante si fosse infilato in qualche pasticcio e, ogni tanto, dovesse ricorrere addirittura a prestiti dalla figliola. Un agire temerario, atteso che, a dire di qualcuno, aveva per patrigno un vice questore.

Un particolare curioso: si è spesso detto che marito e moglie erano “anziani”, appellativo che, affibbiato oggi a persone di 50/55 anni, susciterebbe perplessità. I due risultano, al momento della morte, in buona salute e attivi

La ragazza, Angela appunto, diciannovenne, già lavora all’INAM, posto che probabilmente le spettava come orfana di una dipendente deceduta, ovvero la mamma. Come e quando era morta la signora? Nel 1973. Sgomenta la causa: Domenico Santangelo avrebbe praticato alla moglie un’iniezione sbagliata, così provocandole un malore fatale: nessuna conseguenza penale e nessuno che si sia preso la briga di raccontare, come si farebbe (in eccesso) ai giorni nostri, qualcosa sulle dinamiche familiari: la ragazza covava rancore verso il maldestro padre incidentalmente uxoricida? Andava d’accordo con la matrigna? Che rapporti intratteneva con la famiglia materna e con quella acquisita? La poverina viene ritrovata nella stanza da letto coniugale, avvolta in lenzuoli intrisi di sangue. Si giunge alla conclusione che tutto sia avvenuto tra la sera di giovedì 29  e la notte del 30 ottobre.

Il medico legale non fatica a trovare la causa della morte, e a ricostruire l’atto omicidiario: tutti e tre sono stati colpiti da un corpo contundente, poi sgozzati con un’arma da taglio, ma i due ancora vivi, mentre Angela almeno era già morta. Su di lei vengono anche osservati due fendenti in zona gastrica, sempre post mortem, quasi si fosse voluto saggiare l’effettivo decesso (a detta degli anatomopatologi). Lo yorkshire è stato soffocato. Attenzione alle solite versioni discordanti: stando ai commentatori dei primi anni, per tramortire si utilizzò un oggetto di casa, per accoltellare una “molletta”, a scatto( ce ne sarebbe una traccia sul tavolo); col passare del tempo, il corpo contundente diventa misterioso, non viene escluso se lo sia portato l’ omicida; il coltello diventa da cucina, preso al momento, e in ogni caso non furono trovati né l’uno né l’altro.

In rete si possono trovare i raccapriccianti particolari e tutti i variegati discorsi sulle pozze di sangue, le orme lasciate da chi uccise, nonché i dibattiti su perché e percome: qui, per ragioni di spazio, terremo solo gli elementi che fanno dubitare di tutto e rimandano a scenari sconosciuti e alle consuete domande senza risposta.

Colpiscono subito le due scie da trascinamento: quella più sottile lasciata dal corpo di Domenico, dallo studio, quella più larga del cadavere di Gemma, proveniente dalla cucina, avvolto in una coperta. Nasce la prima curiosità. Perché mai l’assassino ( se uno solo o più, vedremo) si è preso la briga di riversare i defunti nella vasca, e con essi il cagnetto? 

Di massima abbiamo dei punti fermi, o almeno proviamo a mettere qualche paletto di riferimento: il killer non resta sul luogo del delitto più del tempo  necessario a eseguirlo e, casomai, a cancellare qualche traccia; questo non è mai stato considerato un delitto maniacale ( che ha ben altro svolgimento, difficilmente coinvolge più vittime, il pervertito non va ad agire in casa d’altri);  si stava in un condominio, di quegli anni più socievoli, dove la curiosità ancora imperversava ed era meglio non rischiare sguardi indiscreti dagli spioncini o magari qualche testa a sporgersi dalle porte, o peggio, un passaggio di inquilini in ascensore. Ordunque: abbiamo delle ragionevoli spiegazioni?

A oggi, non ne disponiamo. All’ inizio si ritenne trattarsi di un espediente per contenere l’olezzo nauseabondo: nella vasca c’era anche  un po’ d’acqua e lo scolo avrebbe fatto defluire i liquami, secondo i calcoli. Per la stessa ragione, Angela sarebbe stata avvolta nelle lenzuola. L’esperto di Carlo Lucarelli, nell’episodio del 1999 di “Blu notte” dedicato al caso, ammette il proprio disorientamento sulla causale di tale gesto e propone l’ipotesi del progetto di “depezzare” i cadaveri e trasportarli altrove, piano interrotto da un imprevisto o da complici in attesa.

La seconda teoria ci sembra improbabile. Una volta eseguito il crimine, per giunta nell’ abitazione delle vittime, quale l’interesse a incollarsene distruzione e trasporto, visto che erano appunto più d’una, ad affaticarsi in un lavoro così impegnativo, rischioso e sostanzialmente inutile? Sarebbe stata necessaria, tra l’altro, tutta una batteria di attrezzi, alcuni rumorosi, e molto tempo a disposizione; qualche protezione per le numerose tracce biologiche che anche il mostro lascerebbe, alle prese con colpi d’ascia, martello, sega o trapano; si sarebbe dovuta trovare una adeguata custodia per i pezzi, non potendoli certo farne coriandoli. E chissà quante tracce ematiche in giro, per le scale, in macchina… 

Continua...