Don Luigi Ciotti: la questione relativa ai migranti non è un problema di ordine pubblico

Don Luigi Ciotti: la questione relativa ai migranti non è un problema di ordine pubblico

La Sir, quella che potremmo definire - per farla breve - come l'agenzia stampa della Cei, ha divulgato il testo integrale della riflessione di don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, che sarà pubblicata nel prossimo numero di dicembre del mensile "Vita Pastorale" per il dossier "Immigrati e accoglienza", in cui spiega che la questione relativa ai migranti non è un problema di ordine pubblico.

Di seguito l'articolo di don Ciotti.


Sull'accoglienza dei migranti le parole più profonde e vere le ha pronunciate papa Francesco. Lo scorso 14 gennaio, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha parlato delle paure che suscita l'immigrazione. Paure "legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano", perché "non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze".Paure, dunque, che non costituiscono un peccato, perché: "Peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità. […] Peccato è rinunciare all'incontro con l'altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un'occasione privilegiata d'incontro con il Signore".Non si potrebbe dire di più e di meglio. Le parole del Papa sottolineano l'importanza dell'incontro con l'altro come fondamento del nostro essere umani. E c'invitano a impedire che la paura dello straniero diventi il criterio delle nostre scelte e dei nostri giudizi. Parole sulle quali tutti dovrebbero riflettere, ma in particolare chi sta cercando di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di sicurezza e ordine pubblico.Certe misure hanno l'evidente scopo di ostacolare l'accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un'informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità.L'obbiettivo è rappresentare il migrante come un pericolo e un potenziale criminale, comunque sia una persona da respingere, arrestare o scaricare di nascosto oltre frontiera alla stregua di uno scarto ingombrante e inquinante (accade lungo il confine ovest tra Francia e Italia).Azioni favorite dal vuoto o dalla debolezza legislativa (un trattato come quello di Dublino va contro ogni principio di condivisione e corresponsabilità) e da accordi internazionali che appaltano la "gestione" dei migranti a dittature repressive come la Turchia o Stati in mano a bande armate e gruppi criminali come la Libia. Azioni infamanti di cui l'Europa – culla dei diritti umani e della democrazia – dovrà un giorno rendere conto.È fondamentale allora, a fronte di tale emorragia di umanità, denunciare le violenze, le ipocrisie, le manipolazioni. Non si tratta – come dicono gli impresari della propaganda – di essere "buonisti", ma di esercitare la ragione e l'analisi onesta delle cose, quindi proporre misure che tengano conto della realtà e non la occultino sotto la grancassa degli slogan.L'immigrato non è il "nemico", semmai la vittima. Le migrazioni ci sono sempre state, fanno parte della storia dell'umanità. Ma se hanno toccato negli ultimi trent'anni i picchi che conosciamo è a causa di un sistema politico ed economico che ha prodotto laceranti disuguaglianze, sfruttato e depredato intere regioni del pianeta, concentrato enormi patrimoni in poche mani, dichiarato guerre per l'appropriazione esclusiva delle materie prime. E, di conseguenza, costretto milioni di persone a lasciare gli affetti, i legami, le case. Ma se le cose stanno così, chi è il "nemico": gli immigrati o un sistema economico che il Papa ha definito "ingiusto alla radice", e una politica che l'ha favorito, spalleggiato, se non addirittura rappresentato?I muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili. Il corso della storia non lo si può fermare, ma lo si può certo governare. E governare significa cominciare a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, gli squilibri sociali e climatici, facendo in modo che ogni persona, a ogni latitudine, possa vivere una vita libera e dignitosa: lavorare, abitare, aver garantite istruzione e assistenza sanitaria. Solo così la migrazione può essere contenuta in limiti fisiologici, smettere di essere un disperato esodo di massa che nessun muro o legge potrà mai fermare.Per governare fenomeni globali occorrono risposte globali, con buona pace della retorica "sovranista" e delle sue allarmanti derive nazionaliste, fasciste e razziste. C'è chi afferma che questa risposta globale sia un'utopia dettata appunto dal "buonismo". Ma allora era buonismo anche quello che ha ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la nostra Costituzione nel 1948 o la Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951. Documenti che hanno archiviato una stagione di barbarie, inaugurandone una di libertà e democrazia. Se questa è utopia, l'alternativa è la guerra, esito inevitabile degli egoismi degli Stati-nazione.Se governata, l'immigrazione diventa per chi accoglie non solo un'opportunità ma una necessità. L'Europa – e il nostro Paese in particolare – è un continente di diffusa denatalità con conseguente innalzamento dell'età media della popolazione. A livello mondiale le tendenze demografiche sono destinate a spostare assetti consolidati.Se la tendenza attuale troverà conferma, fra quindici anni, nel 2033, avremo una popolazione di 8,4 miliardi di abitanti (1,56 miliardi di più) di cui il 58% (4,9 miliardi) in Asia e il 19% in Africa (attualmente è il 9%). I Paesi sviluppati conosceranno nel loro insieme un forte calo: dal 17,6% al 7%! Non è allarmistico dire che, senza una decisa inversione di marcia, il rischio sui tempi lunghi è l'estinzione e su quelli brevi una sempre più marcata irrilevanza politica ed economica.Diventa allora imprescindibile una "iniezione" di umanità giovane e anche "diversa", e una politica che sappia guardare lontano, che voglia realizzare speranza e non speculare sulle paure. Per tornare a noi, il fallimento dello ius soli, una legge per costruire futuro e dare a 600mila bambini figli di genitori stranieri ma nati in Italia il diritto, la responsabilità e anche l'orgoglio di sentirsi italiani, è un esempio di come quella politica sia in Italia merce sempre più rara.C'è, infine, l'aspetto etico che si lega alla citazione del Papa. Nessuno di noi, nel momento in cui è venuto al mondo, sarebbe sopravvissuto se non fosse stato accolto.L'accoglienza è vita che sorregge la vita.Anche Gesù è stato un profugo, un esiliato. Sta a noi, in un tempo avaro di accoglienza, riconoscere nel volto dei migranti quello di milioni di "poveri cristi" bisognosi come noi di accoglienza e di umanità.

Categoria Politica
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