Emilio Vergani (Monza 1969) è autore del libro "Costruire Visioni", in cui analizza il rapporto tra l'assenza di visione, la stupidità e la cattiva leadership, tema fecondo in un’epoca, qual è la nostra, sull’orlo della deriva culturale.

Da sempre la politica per ottenere e conservare il potere usa gli strumenti della propaganda. Ma oggi la stessa è spesso alimentata dalle fake news: le pseudo notizie che confermano pregiudizi, rafforzano paure e alimentano preconcetti.

Ho deciso di incontrare  Emilio Vergani, consulente, valutatore e formatore sui temi dell’organizzazione e della responsabilità sociale delle imprese e della Pubblica Amministrazione, per fare il punto sulla situazione.

Inoltre, il prof. Emilio Vergani, collabora con l’università Lumsa Santa Silvia di Palermo tenendo corsi e laboratori sulla progettazione, la valutazione e l’analisi dei bisogni.


Il sistema politico sociale attuale, alla luce del decreto sicurezza bis, secondo lei, scoraggia o incoraggia un dialogo costruttivo che possa introdurre al valore della differenza, elemento fondamentale di crescita?
Chiediamoci: che cosa dobbiamo custodire con cura, che cosa dobbiamo proteggere come prezioso? Io penso che l’attenzione alla sicurezza risponda a una giusta preoccupazione ma si tratta di una preoccupazione che non scava a fondo, non trova ciò che tiene insieme – e nel contempo fa evolvere – una comunità. Una comunità si deve dare dei dispositivi di sicurezza, d’accordo, ma questi non devono intaccare ciò che fa esistere la comunità medesima.

L’apertura verso l’Altro, si sa, genera ansia, ma su questo occorre lavorare perché il confronto con l’Altro (lo straniero, chi crede in un’altra religione, il “matto” e così via) apre varchi dentro di me, mi esplora e mi aiuta a conoscere la mia verità, non quella universale bensì quella che mi appartiene e che è legata alla mia biografia e alla mia visione del mondo che, spesso, è un piccolo mondo.


Esiste una intelligenza collettiva? E se esiste come può valorizzarsi la sua dimensione?
Esiste se la organizziamo e la rendiamo operativa. Le persone, quando sono coinvolte in processi di riflessione o di progettazione, danno moltissimo e riescono a trovare soluzioni innovative e spesso efficaci. Ma un gruppo sociale, una comunità, dapprima deve riconoscersi un potere (dicevano i neri d’America che è sempre una questione di potere), in particolare il potere di cambiare. “People have the power” canta Patti Smith, dobbiamo farglielo sapere. Le nostre sono società tagliate sul consumo, non sulla condivisione perché questa dà autonomia e potere.


La stupidità è un problema sociologico?Persone molto intelligenti possono anche essere molto stupide. E’ un paradosso? No perché la stupidità ha a a che fare con l’incapacità di sentire, di comprendere una situazione, uno stato dell’essere. Quindi più che sociologico direi che è un problema educativo, di educazione “sentimentale” cioè del sentire.

Crede che sia possibile costruire un senso di comunità e di mobilitazione sociale  verso un futuro di solidarietà e accoglienza?
Credo che sia possibile costruire delle società aperte, questo sì. Dobbiamo superare modelli culturali obsoleti e narrazioni oramai superate (come la famiglia tradizionale ecc.). Qui gioca un ruolo fortissimo il conformismo (una parola oramai fuori uso). Pensiamo al Natale: c’è qualcosa di più conformista nei suoi riti e miti? Eppure il natale, la natalità ha una forza eversiva. L’essere umano ha la facoltà di rinascere, non è inchiodato a una sola nascita, quella anagrafica, si rinasce molte volte nella vita, grazie a un amore, a un incontro, a un libro. Le società si aprono se cercano risposte nuove a problemi urgenti ma per fare questo devono dare spazio e occasioni alla generatività. Altrimenti costruiremo società in cui saremo liberi di consumare ma non di essere ciò che possiamo.


È sempre l'uomo economicus, con le sue scelte razionali, a disegnare il futuro?La caduta del Muro di Berlino è stato il risultato di un processo razionale? Abbiamo saputo progettare ciò che è venuto dopo? Direi che le cose sono andate diversamente. Possiamo pianificare poco ma dobbiamo imparare a stare nell’incertezza, senza ansia e senza deprimerci.


Immigrazione, accoglienza, integrazione: quale può essere una riflessione critica che liberi nuovi spazi di progettazione e di intervento sociale e politico che sgombri il campo dal conformismo e dalla sbrigatività con cui, spesso, vengono trattati tali tematiche?Luigi Pagliarani diceva che non ci sono solo la guerra e la pace, abbiamo una terza opzione: il conflitto. Dobbiamo lavorare sulla capacità di stare nel conflitto perché da lì nascono soluzioni creative e si superano le risposte convergenti.