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Nelle carceri italiane mai così tanti suicidi come nell’anno in corso. Intervista al criminologo Vincenzo Musacchio.


di Lucia De Sanctis
Sono davvero tanti i suicidi in carcere nel 2022.  Ne parliamo con Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ’80.  

Professore, come possiamo spiegare al lettore il perché dei tanti suicidi in carcere nell’anno in corso? 
Spiegare un suicidio credo sia tra gli argomenti più difficili e complessi da trattare. Semplificando al massimo potremmo dire che il suicidio rappresenti il culmine di un disagio molto intenso. Il rilevante aumento del numero dei suicidi in carcere è ancor più complesso da spiegare. Ogni suicidio è una storia a sé. Nel caso dei suicidi in carcere sicuramente gioca un ruolo decisivo la situazione “da girone dantesco” delle carceri italiane. A oggi siamo a settanta suicidi in carcere dall’inizio del 2022. Un dato che non può non farci riflettere.

Lei ha paragonato la situazione delle carceri italiane a un girone dantesco. Può spiegarci meglio cosa vuol dire?
Per rendersi conto della situazione critica delle carceri italiane basta riflettere sul fatto che il nostro Paese è tra gli Stati membri dell’Unione europea ad aver subito da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo il maggior numero di condanne per la pessima qualità della vita detentiva e i diritti dei detenuti. Il girone dantesco rappresenta l’idea che ci siano diversi livelli di punizione tutti caratterizzati da disumanità.

Perché secondo lei le varie classi dirigenti che si sono succedute negli anni non si sono mai occupate seriamente di questo problema? 
È un tema che non porta voti per cui interessa poco ai politici. Nelle varie campagne elettorali non si parla mai di questo tema perché non porterebbe nessun consenso. Eppure per pianificare una riforma basterebbe realizzare il principio costituzionale che sancisce il dovere dello Stato di non infliggere trattamenti contrari al senso di umanità, garantire i diritti fondamentali di tutte le persone detenute e configurare una pena che mira al vero reinserimento sociale.

Lei sarebbe d’accordo sul costruire più carceri contro il sovraffollamento?
Credo che si dovrebbe cominciare da un uso meno automatico della carcerazione preventiva per iniziare a svuotare in parte le carceri e porre rimedio all’attuale intollerabile sovraffollamento carcerario. Siamo lo Stato membro dell’Unione europea (a parità di popolazione) con più persone in carcere senza processo: 19.565 (Fonte Istat 2018 ultimo dato utile).  Su questi temi in Parlamento purtroppo non si discute più. L’ho ripetuto più volte occorre agire sulla riduzione della custodia cautelare prima e durante il processo che, come sappiamo, riguarda oltre il cinquanta per cento delle persone detenute. Evitare il carcere per reati per i quali non sia necessario. Questa è la strada che dovrebbe essere battuta. La costruzione di nuove carceri non è la soluzione al problema. La riduzione dell’uso delle pene detentive è il ricorso a misure alternative può essere invece un inizio per la soluzione del problema. Voglio precisare che questo tipo di soluzione non possa essere automaticamente applicata ai reati di grande allarme sociale quali corruzione, mafia e terrorismo.

Ci spiega meglio quest’ultimo concetto?
La riduzione dell’uso delle pene detentive è il ricorso a misure alternative è un tipo d’intervento che condivido con opportune eccezioni. Se si parla di delitti con un basso livello di pericolosità sociale credo che tali benefici determinino una recidiva quasi irrilevante. Questo vuol dire che hanno un’efficacia rieducativa e di recupero. Non sono d’accordo per la loro automatica estensione quando si tratta di reati molto gravi come la corruzione, il crimine organizzato, il terrorismo, i reati ambientali. Chi voglia far passare anche questo secondo aspetto non mi trova d’accordo.  Disincentivare le cause criminogene vuol dire cambiare vita e rinunciare al proprio passato criminale. Da quest’assunto parte a mio parere la vera rieducazione e risocializzazione.

Che cosa pensa dell’opportunità di concedere amnistia e indulto?
Sono contrario. Sono favorevole invece alla depenalizzazione di molti reati inutili, facendo in modo che si vada in galera di meno e solo quando ci sia una reale pericolosità sociale. Sono stato sempre contrario alla custodia cautelare in carcere e favorevole alle pene alternative e domiciliari in tutti i casi ove sia possibile. Occorrono nuove carceri, più dignitose e rieducative. I cittadini tuttavia devono sapere che lo Stato punirà chi va punito.

Autore SCUOLA DI LEGALITA DON PEPPE DIANA
Categoria Politica
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