Il caso è scoppiato grazie al servizio della trasmissione Le Iene di Italia 1 intitolato “I superfurbetti a Cinque Stelle”. Una fonte anonima ha riferito che alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle non avrebbero versato il 50% della parte fissa dello stipendio e le somme residue del rimborso spese, sul conto corrente gestito dal Ministero dell’Economia, con lo scopo di alimentare il fondo creato dal M5S e destinato per il credito alle piccole e medie  imprese. I versamenti sul fondo sono previsti da un regolamento interno del Movimento e tutti i parlamentari per statuto sono obbligati a rispettarlo.  

 

Secondo l’agenzia di stampa Adnkronos, i versamenti effettuati dal Movimento 5 Stelle sul fondo del Ministero dell’Economia ammonterebbero a 23 milioni di euro, cioè circa 500 mila euro in meno di quelli dichiarati ufficialmente. Tale differenza in difetto dipenderebbe dai mancati versamenti dei parlamentari coinvolti nella vicenda. Ma se è vero che i conti non quadrano, è altrettanto vero che al momento non esistono certezze sulle cifre. Il Movimento 5 Stelle ha ammesso che gli ammanchi ci sono ma si è astenuto dal fornire cifre esatte considerato che le verifiche contabili sono ancora in corso. Inoltre, dai primi controlli è emerso che parte dei soldi mancanti potrebbero essere imputabili a errori di trascrizione e non ai bonifici non effettuati.

 

In un primo momento i parlamentari coinvolti nella vicenda sono risultati Andrea Cecconi, Carlo Martelli e Maurizio Buccarella, che hanno ammesso le proprie responsabilità e hanno annunciato la loro autosospensione dal Movimento, impegnandosi altresì a dimettersi qualora venissero rieletti. Successivamente il caso si è allargato coinvolgendo anche Ivan Della Valle, Girolamo Pisano, Elisa Bulgarelli, Silvia Benedetti ed Emanuele Cozzolino. Accuse sono state mosse anche nei confronti di Barbara Lezzi (coautrice del Programma di Sviluppo Economico del M5S) che però ha respinto ogni accusa e si è detta disponibile ad esibire gli estratti conto della banca a dimostrazione della sua totale estraneità alla vicenda, Massimiliano Bernini e Giulia Sarti le cui accuse sarebbero comunque tutte da dimostrare. Per l’accusatore, invece, i parlamentari coinvolti nella vicenda sarebbero almeno 14, ma a supporto di ciò non è stato in grado di fornire nessuna prova.

 

I dati relativi ai versamenti sono pubblici e vengono pubblicati sul sito tirendiconto.it, pertanto in teoria sarebbe possibile per chiunque accorgersi dei mancati versamenti; dico in teoria perché in pratica le cose non stanno proprio così. Infatti la rendicontazione viene effettuata attraverso la pubblicazione delle ricevute dei bonifici bancari e non su una reale contabilizzazione delle somme versate. L’inganno sta proprio qui ed è reso possibile da una normativa bancaria che prevede la possibilità  di poter annullare un bonifico nell’arco delle 24 ore successive. Ciò permette a chiunque di poter disporre di una ricevuta fittizia a dimostrazione dell’avvenuto bonifico. E’ proprio grazie a questo piccolo espediente che i parlamentari coinvolti nella vicenda hanno potuto portare avanti la loro “frode”.

Ho voluto virgolettare la parola “frode” perché quello che i media stanno facendo passare come una truffa o comunque come un’appropriazione indebita, di fatto non lo è per niente, e vediamo perché:

I parlamentari avrebbero potuto trattenere i soldi non versati solo per un certo periodo di tempo e cioè fintanto che la somma di tutti i bonifici effettuati sul fondo di solidarietà alle imprese non venisse contabilizzata realmente, cosa che avviene con una certa periodicità. Se prima della contabilizzazione il denaro mancante non fosse stato versato, l’inganno sarebbe stato comunque scoperto dal M5S con tutte le possibile conseguenze per i parlamentari coinvolti, cosa che gli interessati sapevano benissimo. E’ quindi ragionevole pensare ad una “appropriazione” momentanea e non definitiva.

Le somme trattenute appartengono ai parlamentari stessi trattandosi dei loro stipendi e dei loro rimborsi spese. Sono le stesse somme che tutti gli altri parlamentari percepiscono regolarmente ogni mese e mettono in tasca senza rendere conto a nessuno. Di fatto, nel caso specifico, i parlamentari avrebbero solo trattenuto i propri soldi, venendo meno semmai ad una promessa fatta e al rispetto delle regole imposte dal M5S. Quindi, nessuna truffa, nessun furto, nessuna appropriazione indebita, nessun danno nei confronti di nessuno. Ciò è doveroso ribadirlo per evitare che una semplice promessa mancata (forse solo a metà) venga fatta passare per un nuovo watergate della politica italiana.

Trovo abbastanza singolare che una vicenda, sicuramente importante e degna di attenzione, sia stata trasformata dai media in uno scandalo di proporzioni enormi, e  trovo gravissimo che il caso sia stato fatto esplodere in prossimità delle elezioni. Qualcuno avrà pensato bene che, se la “bomba” doveva esplodere, sarebbe stato opportuno farla esplodere nel momento giusto in modo che facesse quanto più danno possibile, e forse c’è riuscito. Guarda caso il servizio delle iene è andato in onda il 2 febbraio, solo due giorni prima dall’inizio dei 30 previsti per la campagna elettorale, periodo in cui per le disposizioni attuative della legge sulla par condicio, non sarebbe stato più possibile mandarlo in onda.

Peccato però che per i precedenti cinque anni gli stessi organi d’informazione non si siano preoccupati di dare lo stesso risalto alla notizia che i parlamentari del M5S avessero deciso di ridursi lo stipendio del 50% per depositarli su un fondo a favore delle piccole e medie aziende; fondo su cui, risultano versati ad oggi, come già detto prima, oltre 23 milioni di euro. Paradossalmente, è proprio grazie a questo enorme polverone che è stato alzato attorno alla vicenda che molti italiani ne sono venuti a conoscenza.

Quanto accaduto è certamente biasimabile e il M5S è chiamato a rispondere energicamente prendendo provvedimenti nei confronti dei parlamentari coinvolti, sanzionandoli e mettendoli in mora; ma francamente cacciarli via dal Movimento, così come ha dichiarato di voler fare Luigi Di Maio, mi sembra eccessivo, considerato che si tratta di persone che non hanno commesso reati ma solo disatteso un impegno preso. In uno Stato in cui i parlamentari indagati per reati gravi, accusati di aver commesso le peggiori cose, condannati con sentenze definitive, continuano a intascarsi stipendi interi, a usufruire di tutti i privilegi della casta, a occupare immeritatamente e indegnamente le poltrone che spetterebbero ad altri, la scelta di rimuovere i parlamentari pentastellati dal loro incarico potrebbe far pensare davvero al Movimento come a un partito “giustizialista” e dare ragione a Berlusconi e alla sua combriccola. A scanso di equivoci, ribadisco ancora una volta che si tratta solo di un problema etico: queste persone infatti non hanno rubato, ma solo dato a metà quello che invece avevano promesso per intero, trattenendo per loro quella che doveva essere una donazione volontaria.

 

Martiri sacrificali, quindi, dati in pasto alla gogna mediatica non tanto per aver peccato ma per non aver saputo pregare. Certamente non filantropi ma non per questo turlupinatori.

 

La vicenda è stata denominata  “Rimborsopoli” da alcune  TV e giornali nazionali che, ancora una volta (chissà perché) continuano a fare gli interessi del PD e della coalizione di centrodestra. Un sistema mediatico marcio e corrotto, infarcito di favoritismi, connivenze, conflitti di interesse, il cui unico scopo è quello di preservarsi le poltrone occupate a discapito di una informazione chiara e corretta. Se così non fosse, piuttosto che occuparsi delle quattro gocce di acqua sporca che sono piovute sul M5S si occuperebbero dell’oceano di liquami in cui nuotato i partiti che li finanziano; delle latrine in cui sguazzano certi personaggi politici che in oltre vent’anni di governo si sono divorati l’Italia, riducendola nello scheletro che tutti conosciamo.

E visto che siamo in prossimità delle elezioni, che ricordassero, questi signori, agli italiani che andranno a votare, qual è la vera  “Rimborsopoli”, quella cioè, che a partire dal 94 e fino al 2014 ha consentito ai vecchi partiti di incassare dallo Stato 2 miliardi e 500 milioni di euro per rimborsi elettorali e di cui invece risultano spesi solo 727 milioni, con 1.75 miliardi di euro incassati impropriamente visto che non sono mai stati restituiti. Un furto perpetrato ai danni degli italiani grazie ad una legge ad hoc che cambiando la parola “finanziamento” con la parola “rimborso”, ha aggirato l’effetto del referendum del ’93 che aboliva finalmente il finanziamento ai partiti. Una vergogna che rimane ad imperitura memoria nella storia della politica italiana.

 

Che ricordassero, agli italiani, dei 195 mila euro mai rimborsati, provenienti da Salvatore Buzzi, condannato a 19 anni di reclusione dal tribunale ordinario di Roma per associazione a delinquere in quanto capo dell’associazione criminale che ha dato vita allo scandalo di “Mafia Capitale”, e versati nelle casse del PD per finanziare le campagne elettorali dei suoi parlamentari in cambio di quei favori che gli hanno consentito di spolparsi Roma.

 

Che ricordassero, agli italiani, che nel nostro Paese ci sono ad oggi 692 opere incompiute finanziate con fiumi di denaro pubblico, nate per incapacità, megalomania, favoritismi ai privati, corruzione, connivenza tra mafia e politica, frutto di chi negli ultimi vent’anni ha governato. Un danno secondo il Codacons stimato in oltre 3 miliardi e mezzo di euro, una cifra enorme sottratta irresponsabilmente alla collettività e che invece sarebbe potuta servire per creare decine di migliaia di posti di lavoro.

 

Che ricordassero infine, agli italiani, i nomi delle decine e decine di impresentabili candidati nelle liste del PD e della coalizione di centrodestra che con la loro presenza continuano ad offendere l’Italia dei politici con le mani pulite e dei cittadini onesti.