Esteri

La Chiesa Ortodossa russa non condanna l'invasione dell'Ucraina ma raccomanda solo di "limitare" le vittime civili. Perché?

Tutto è cominciato nel 2014 quando l’invasione e l’annessione da parte della Russia della Crimea ha avuto come conseguenza l’allontanamento della Chiesa ortodossa ucraina dal Patriarcato di Mosca. Il 15 dicembre 2018, il cosiddetto “Concilio di riconciliazione” portò all’unificazione tra il Patriarcato di Kiev (fino ad allora “legato” a quello di Mosca) e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina.

La nuova Chiesa, la Chiesa ortodossa dell’Ucraina, è stata infatti riconosciuta dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha concesso alla nuova entità religiosa i diritti connessi all’autocefalia, cioè il principio di autodeterminazione e di vera e propria indipendenza.

Una simile decisione presa dal Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I,  legato da stretti di vincoli di fraternità con Papa Francesco, è stata però fortemente contestata dalla Chiesa ortodossa russa, che di colpo si è vista privata di milioni e milioni di fedeli. Il Patriarca di Mosca Kirill ha denunciato lo sconfinamento di quello di Costantinopoli, ha rotto le relazioni con Bartolomeo, e dichiarato illegale il Concilio del 2018 e “scismatica” la nuova Chiesa , guidata dal Metropolita di Kiev Epifanij.

Nel frattempo però la crisi ucraina è divampata. E la posizione della Chiesa ortodossa russa, pur tradizionalmente ancillare nei confronti del potere di Mosca, si è schiacciata ancora di più su quella di Putin, il quale, con perfetto tempismo e in vista dei programmi bellici ha infatti, all’inizio di febbraio, insignito il Metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca (e spesso in Vaticano) di una delle massime onorificenze russe: l’Ordine di Aleksandr Nevskij.

Autore Palmieri Francesco Maria
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