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  -  Al fondatore Giuseppe Volpi (futuro conte di Misurata) le dighe in montagna servivano per portare l’elettricità agli impianti industriali di Marghera e nelle case dei cittadini per sostituire i lumi a petrolio. Sempre per la stessa ragione cioè il progresso, l’elettricità e il profitto “l’Italia unita” iniziò a frammentarsi in tante baronie: la SIV (poi ribattezzata SADE) agiva liberamente nel Veneto e nel Friuli, la Edison in Lombardia, la Società idroelettrica piemontese nel vecchio regno sabaudo e così via fino alla Sicilia. Con l’istaurazione del fascismo Giovanni Volpi diventa ministro delle finanze nei governi Mussolini con ciò alla potenza economica si aggiungeva quella politica che gli permetterà di assoggettare ai suoi interessi interi settori dell’apparato pubblico. Fu approvata una sua legge che prevedeva finanziamenti fino al 60% della spesa per la costruzione di dighe e impianti elettrici: i legami, il potere e il prestigio di cui godeva la SADE durante il fascismo rimarranno intatti e saranno supportati dai politici DC della novella repubblica democratica.

Carlo Semenza è il progettista ideale per realizzare concretamente il disegno di potere del "conte" Volpi di Misurata.

Il tragico destino del Vajont fu deciso nel lontano 1925 quando l'ingegner Semenza scoprì il torrente che scorre sul fondo di quella profonda valle per confluire nel Piave dopo un salto impressionante.

Partono immediatamente la richiesta di derivazione del torrente per lo sfruttamento industriale, l’intenzione è asservire tutte le riserve idriche possibili del bellunese per produrre energia elettrica. Ciò comportò un grave danno per l’agricoltura e l’allevamento.

Il 22 giugno del 1940 la SADE   chiede lo sfruttamento coordinato del Piave e dei suoi affluenti Boite, Gallina, Maè e Vajont, in particolare su quest’ultimo si intende costruire una diga alta 202 metri per un invaso da 50 milioni di mc. di acqua. Queste erano le intenzioni iniziali che crebbero con il tempo e sfociarono in un invaso impressionante che determinò la tragedia.

Tale ambizioso programma venne interrotto dall’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania. Vennero bloccati tutti i finanziamenti per destinarli a sostenere un’altra sciagura: la guerra.

Sin dall’inizio gli studi del terreno furono affidati a Giorgio Dal Piaz insigne geologo che elaborò una prima relazione nella quale si prevedeva la costruzione di una diga alta 190 metri e un invaso di 33 milioni di metri cubi di acqua nonostante la criticità della natura dei luoghi inadatti ad accogliere un’opera del genere.

Il geologo nel redigere le relazioni sulla natura del terreno e dei rischi che comportava il lago artificiale aveva “edulcorato” i dati perché quell’opera faraonica costituiva il gioiello della società, il capolavoro dell’ingegner Semenza che aveva curato quasi tutti gli sbarramenti e i bacini artificiali realizzati nelle valli montane del Veneto e del Friuli. In pratica era la SADE che scriveva il contenuto delle relazioni che poi venivano firmate e depositate dall’incaricato. Per questo ai dirigenti della SADE non gli si poteva e gli si doveva riconoscere la buona fede!

Se ciò non fosse sufficiente le gravissime responsabilità emersero dalla documentazione che fu raccolta dalla Procura con una serie di fulminei sequestri di materiale tecnico presso le sedi della SADE subito dopo la terribile catastrofe.

Nell’immediato della tragedia vi fu un episodio molto significativo in risposta alla mancanza di coscienza della società costruttrice la diga, appena accaduto il disastro il giornalista Mario Passi fu avvicinato da due operai che conosceva molto bene che avevano lavorato per la SADE, gli consegnarono un rotolo ricavato da un lucido e dei fogli redatti e inviati in via riservatissima “brevi manu” da Lorenzo Rizzato, un giovane disegnatore tecnico che lavorava presso l’Istituto di idraulica dell’Università di Padova sul nome del quale doveva essere mantenuto il segreto: il biglietto che accompagnava i documenti diceva di valutare se quanto inviato poteva essergli utile. Altro che utile! Quella era la prova che la SADE era a conoscenza della frana e della sua pericolosità, che ne aveva fatto testare su un modello le possibili conseguenze per un anno, dall’aprile 1961 al marzo 1962.

La verità era contenuta in una ventina di fogli dove erano riportati grafici e disegni con gli esiti delle simulazioni del possibile smottamento della montagna. Il tutto era su carta intestata dell’Istituto di idraulica e costruzioni idrauliche dell’Università di Padova e, in calce, la firma del suo direttore, professor Augusto Ghetti.

I documenti contenevano la descrizione particolareggiata delle modalità e i risultati delle prove effettuate sul modello di una frana nel bacino idroelettrico del Vajont. Il lavoro era stato commissionato dalla SADE e le simulazioni furono eseguite presso il Centro modelli idraulici di Nove di Fadalto località dove era attiva da anni una centrale idroelettrica con il suo lago artificiale. Venne costruito un modello in scala della diga e del monte Toc con la su frana ma stranamente non venivano riportati i centri abitati a rischio. Il modello era stato realizzato per testare esclusivamente la tenuta della diga in caso di una frana ma non le conseguenze sulle popolazioni e i centri abitati perché non veniva considerata la tracimazione dell’acqua dall’invaso come poi avvenne: la diga “resse” bene perché ben costruita ma lo tsunami che seguì la frana di 200 milioni di mac. di roccia compatta quella era stata esclusa dalla simulazione: ciò che contava per la SADE era la tenuta della diga non gli esseri umani, gli animali e la devastazione della natura che ne sarebbe derivata.

Fu scelta dapprima della sabbia poi della ghiaia per simulare una frana della portata di 40/50 milioni di mc ma dal Toc vennero giù 200 milioni di mc. tra legname dei boschi e lastroni compatti di roccia ad una velocità di 100 Km orari che sollevò un’onda alta 200 metri che si risucchiò i centri abitati limitrofi il lago artificiale e tracimando si riversò nella vallata cancellando tutto ciò che incontrava nel suo corso: 2000 esseri umani, animali, natura spazzati via in tre “interminabili “minuti.

Riporto testualmente quanto scritto dal giornalista d’inchiesta che seguì la vicenda e che tale esperienza gli ha segnato indelebilmente la vita, anche senza aver subito delle perdite a tutt’oggi porta dentro la sua anima la ferita di quella tragedia e dell’ingiustizia che ne è seguita.

“Per simulare l’ammasso di roccia, terra, prati e alberi in bilico sul monte Toc, dapprima si era scelta della sabbia, poi della ghiaia trattenuta in gabbie di rete metallica. Un materiale di consistenza e compattezza molto lontane dai lastroni di roccia che, nella realtà, fiancheggiavano la diga.” 

Qui si sottolinea il primo errore: la scelta errata dei materiali franosi.

 Continua: “Sul modello, il piano di scivolamento era costituito da un tavolato, alla base del quale, incernierate, delle ‘ventole’, pure di legno, trattenevano la ghiaia. Quando, alle prime prove, le ventole si aprono rovesciandosi verso il lago, provocano ondate più alte dei quelle sollevate dalla ghiaia ingabbiata.  Invece di riflettere sui risultati che cambiano secondo la consistenza del materiale impiegato, gli operatori eliminano semplicemente le ventole dal modello, e trattengono con dei tiranti i gabbioni pieni di sassolini. A nessuno viene il sospetto che la ghiaia costituisca un materiale inadatto a simulare la frana reale. Né i tempi, né la velocità di caduta sembrano valutati con maggior rigore.”

Nell’arco di tempo compreso tra l’aprile del 1961 e il 12 marzo del 1962 si effettuano alcune prove finché nel successivo aprile il professor Ghetti invia una relazione conclusiva firmata nella quale afferma: “Già a quota 700 metri sul mare può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico evento di frana. (….) Sarà comunque opportuno, nel previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente prolungato gli effetti dell’alveo del Vajont e alla confluenza nel Piave del passaggio di onde di piena di entità pari a quella indicata per i possibili sfiori sulla diga”. Tale affermazione ammette di fatto l’inutilità delle simulazioni e l’inaffidabilità delle conclusioni!

Pochi giorni dopo aver ricevuto i documenti e copiati il cronista si presenta al Tribunale insieme al deputato di Padova del PCI Franco Bussetto per depositare la copia “informe” della documentazione di cui non si conosce la provenienza.

Purtroppo per una “ingenuità” del giornalista che mostra ad un suo collega di altro giornale - Il Giorno - i documenti in suo possesso “brucia” la sua fonte. All'immediata pubblicazione dell'articolo contemporaneamente Lorenzo Rizzato il disegnatore tecnico che aveva dato copia della delicata documentazione viene incriminato e arrestato con l’accusa il furto dei lucidi e della relazione sul modello del Vajont: viene processato per direttissima ventiquattr’ore dopo. Volendo sintetizzare la vicenda: a sei giorni dal disastro si processa un cittadino ipoteticamente colpevole di un inesistente furto perché il corpo del reato risulta al suo posto infatti alcuni assistenti del professor Ghetti avevano cercato i “lucidi” con la relazione delle prove della frana per tutta la giornata della domenica senza trovarli per questo ne avevano denunciato subito la scomparsa ma il lunedì successivo erano “ritornati” nell’archivio dev’erano conservati da più di un anno. Nonostante ciò il “povero” Rizzato viene arrestato e processato per direttissima: questo è un luminoso esempio della giustizia/spettacolo di magistrati pressappochisti e amanti delle luci della ribalta. L’accusa poggia le sue argomentazioni sul fatto che fintanto che Rizzato era stato assente nell’Istituto i lucidi non erano in loco, quando il tecnico si era recato sul posto di lavoro i lucidi erano ricomparsi ma nessuno aveva visto l’imputato maneggiare in alcun modo i documenti. Lorenzo Rizzato è notoriamente un militante di sinistra e siccome solo l’Unità riportava in prima pagina la vicenda quindi Rizzato aveva sottratto temporaneamente i documenti, li aveva passati ai “compagni” del giornale poi li aveva rimessi a posto per cui doveva essere condannato per furto “temporaneo”. 

Il Pm che aveva incriminato Rizzato non parla della catastrofe che era accaduta, né tantomeno gli passa per la mente di chiedersi perché nell’Istituto si erano ricercati tutta la domenica quei documenti e, non trovandoli, i responsabili erano in fibrillazione al punto tale di denunciarne la scomparsa nello stesso giorno. Non si chiede che forse vi era l'intento, una volta trovati, di farli sparire per cancellare le responsabilità di chi li aveva redatti. O ferse vi potevano essere "terzi" che intendevano usare tali documenti per ricattare il relatore o rovinarne la reputazione.

L’avvocato della difesa ribatteva che chi aveva prelevato quei documenti permettendo all’opinione pubblica di venire informata dei maneggi della SADE aveva fatto la cosa giusta e che non vi era alcuna prova concreta che il suo cliente avesse sottratto documenti così delicati, a suo carico vi erano solo delle illazioni, sottolineava inoltre che era stato il “Giorno” a pubblicare la notizia il giorno prima che sull’Unità comparisse in prima pagina l’articolo che parlava dei documenti “temporaneamente” scomparsi e misteriosamente ricomparsi.

Date le argomentazioni dell’accusa e della difesa il Tribunale assolveva Lorenzo Rizzato per insufficienza di prove: il clamore si spense quasi subito ma Lorenzo Rizzato aveva dato la prima spallata alla tesi della “tragica e imprevedibile fatalità” postulata dalla stampa e dalla SADE & C. 

Intendo approfondire l’argomento ripercorrendo le fasi processuali e la ricostruzione dei fatti e delle responsabilità di coloro che hanno provocato una così grave tragedia senza assumersene la responsabilità. Ripercorrendo la storia della tragedia del Vajont ci si rende conto che gli errori commessi nel passato e subiti dalla povera gente si ripetono. E’ tempo che, lasciandoci ispirare dall’esperienza del passato, ognuno di noi si ponga dinanzi alla propria coscienza e si assuma le proprie responsabilità come cittadino e come singolo individuo che vive e opera in un tessuto sociale infettato dalla corruzione e da ideologismi per porre un argine a tale sfascio sviluppando modelli associativi, comportamentali ed economici compatibili alla nostra Costituzione che  impediscano ad una classe politica ed economica fallita di imporre unilateralmente scelte che ledono la libertà, la dignità e la qualità della vita di ciascuno di noi. 

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Crediti immagine: Frana 4-11-1960.jpg - Wikimedia Commons