I familiari di Giulio Regeni giudicano un fallimento il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo

I familiari di Giulio Regeni giudicano un fallimento il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo

Sono trascorsi sei mesi dalla decisione del nostro Governo di rinviare l’ambasciatore al Cairo. Noi, e con noi tutti quelli che in ogni angolo del mondo hanno a cuore la Verità sul sequestro, le torture e la morte di nostro figlio Giulio, temevamo che questo gesto sarebbe stato interpretato come una resa incondizionata a quel potere che ha annientato Giulio e che occulta impunemente la verità da ormai due anni.

Ed in effetti l’ambasciatore Cantini non aveva ancora fatto in tempo ad insediarsi che le autorità egiziane, forti di questa “normalizzazione dei rapporti” provvedevano a:
– oscurare il sito della Ecrf, l’Ong alla quale appartengono i nostri consulenti egiziani
– arrestare in aeroporto l’avvocato Ibrahim Metwaly che stava recandosi a Ginevra invitato dall’Onu a riferire sulle sparizioni forzate e sul caso di Giulio (il legale è ancora in carcere, sottoposto a trattamenti inumani e degradanti)
– disporre una perquisizione ed un tentativo di chiusura della Ecrf.

La decisione dell’invio dell’ambasciatore al Cairo del 14 agosto scorso seguiva di pochi minuti il comunicato congiunto delle procure italiana ed egiziana nel quale si riferiva che “come preannunciato sempre nel maggio scorso, è stata poi effettivamente affidata ad una società l’attività di recupero dei video della metropolitana e le attività stesse sono in corso. La Procura egiziana ha ribadito l’impegno a condividere i risultati raggiunti non appena la società incaricata depositerà l’esito del proprio lavoro” e si dava atto di aver “concordato un nuovo incontro tra i due uffici da organizzarsi a breve per fare assieme il punto della situazione”.

In realtà i video della metropolitana non sono mai stati consegnati e, ad oggi, non si sa neppure se qualche e quale ditta sia stata incaricata del loro recupero. L’incontro tra le due procure poi, diversamente da quanto annunciato, non si è tenuto a breve, ma solo a fine dicembre su insistenza dei nostri procuratori che hanno consegnato ai colleghi egiziani “una articolata e attenta ricostruzione dei fatti, effettuata dalla Polizia Giudiziaria italiana.”

La Procura generale egiziana si era impegnata, come si legge nel comunicato del 21 dicembre scorso, a “proseguire le indagini sulla base anche delle ipotesi investigative formulate dai magistrati italiani.” Da allora non è stata registrata in realtà nessuna “reazione” da parte della magistratura egiziana sulla informativa italiana che ricostruisce le precise responsabilità di nove funzionari di pubblica sicurezza egiziani perfettamente individuati. Sono passati, da quel 14 agosto, altri sei mesi.

Le atrocità commesse dal governo egiziano, a dispetto della volontà di alcuni, on sono state dimenticate, non solo dal “popolo giallo” ogni giorno più numeroso, ma dalle centinaia di altre famiglie che hanno subito e subiscono continuamente le sparizioni forzate dei loro cari. Se, come ci era stato garantito dal nostro Governo, l’invio dell’ambasciatore, doveva consentire il raggiungimento della verità processuale su “tutto il male del mondo” inferto su nostro figlio, il fine evidentemente non è stato raggiunto e la missione in questo senso è fallita.

Non è possibile normalizzare i rapporti con uno stato che tortura, uccide e nasconde oltraggiosamente la verità, se non a scapito della credibilità politica del nostro Paese e di chi lo rappresenta. Crediamo sia necessario un immediato cambio di rotta. Occorre alzare la voce e pretendere, senza ulteriori indugi, un incontro tra le due procure finalizzato all’immediata consegna dei video della metropolitana e alla concertazione di una strategia investigativa comune sulle nove persone già identificate come responsabili dai nostri investigatori e magistrati. Solo cosi la presenza dell’ambasciatore Cantini al Cairo non avrà il sapore di una resa ma acquisterà la dignità di una pretesa e, possibilmente, di una conquista di giustizia.

 

Quella sopra riportata è l'ultima dichiarazione dei genitori di Giulio Regeni, dopo che sono trascorsi cinque mesi dal ritorno dell'ambasciatdore Cantini in Egitto, voluto dal governo del premier Gentiloni. Con le parole sopra riportate, i familiari di Giulio Regeni chiedono un cambio di politica rispetto a quanto fatto finora dall'Italia perché, il ritorno al Cairo del nostro diplomatico «non abbia il sapore di una resa.»

Anche Amnesty International Italia ha scritto al presidente del Consiglio per chiedere che la campagna elettorale, in corso in entrambi i paesi, non costituisca un motivo per ritardare ulteriormente l'accertamento delle responsabilità per l'arresto arbitrario, la sparizione forzata, la tortura e l'uccisione di Giulio Regeni.

Ma che si possa realmente arrivare alla verità appare molto difficile, se non impossibile, considerando anche come viene amministrata la giustizia in Egitto, come ci ricorda la stessa Amnesty pubblicando gli ultimi resoconti del processo, al Cairo, nei confronti di 739 imputati detenbuti in seguito allo sgombero di un sit-in della Fratellanza musulmana, che ebbe come conseguenza quello che è possibile definire solo con il termine massacro, con centinaia e centinaia di morti in un solo giorno.

Tra gli imputati in quel processo vi è Mahmoud Abu Zeid, detto Shawkan, un fotogiornalista arrestato il 14 agosto 2013 mentre documentava lo sgombero in piazza Rabaa al-Adawiya per conto dell’agenzia Demotix. Il reato per cui è imputato e per il quale rischia l'ergastolo, come sottolinea Amnesty, si chiama giornalismo!

Categoria Cronaca
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