La violenza sulle donne: col nostro consenso silenzioso

La violenza sulle donne: col nostro consenso silenzioso

La violenza sulle donne è un dramma ancor oggi attuale. Le statistiche sono agghiaccianti. In Italia ogni anno si denunciano circa 4.000 violenze sessuali. E quello che spaventa e indigna di più è che gli artefici di quelle violenza spesso restano impuniti. Quello della violenza sulle donne è un grave fenomeno di inciviltà che, essendo figlio di una società malata, è incapace di educare e orientare i comportamenti.

Succede così spesso che diventa normale, quasi fosse un incidente stradale. Il fatto che le violenza alle donne sia diventato abituale non significa però che sia normale. Alla società che finge che questa sia una questione privata, voglio dire chiaro e tondo che l’abuso esiste. Esiste più spesso di quanto vorremmo credere. Chi lo studia da tempo sa che è un dato strutturale, che fa parte della nostra società e della nostra cultura e si mantiene costante nel tempo, purtroppo ad un livello molto alto di diffusione e gravità. E il silenzio è terreno fertile per chi perpetra.

Cosa fareste se domani vostra figlia, sorella, moglie o madre risultasse essere vittima di violenza? Restereste anche voi in silenzio e chiudereste un occhio sull'impunità degli stupratori? Il paradosso è che è proprio con la nostra acquiescenza che si verificano tutti gli atti di violenza. Non solo le donne, ma anche la società codarda ha paura di condannare coloro che commettono crimini.

Frequentemente la donna si sente in colpa, ha timore di rivolgersi alle autorità, ha paura di essere colpevolizzata e stigmatizzata dal suo stesso ambiente, come accade purtroppo spesso. Soprattutto, può non sapere dove andare e come vivere dopo la separazione, non avendo un’indipendenza economica, abitativa o psicologica. In ogni caso, può avere paura di ritorsioni ed ulteriori violenze, fino a temere per la propria vita o per quella dei figli.

Ma di cosa ha paura la società? Ognuno risponderà a questa domanda da solo.

Il dramma di Deborah (il vero nome non verrà rivelato, per proteggerne l’identità) è un grido dell'anima che è stato udito. Questa donna è una sopravvissuta all’abuso domestico, un abuso fisico e mentale durato alcuni anni, finché ha deciso di porre fine alla relazione abusiva. La sua tragedia non è stata pubblicata nella cronaca locale dei quotidiani o in breve sulle pagine nazionali, ma questo non la rende meno 'sensazionale'. Dopo tutto la donna è stata costretta a lasciare la Sicilia a causa del timore di rappresaglie da parte della famiglia dell’uomo.

Naturalmente, nella sua storia ci sono ancora domande senza risposta. E se riuscissi a convincere la donna a rendere pubblico il nome del suo torturatore, lo farei. Di questo deve esserne consapevole anche  la società: la persona autrice di una violenza è responsabile del suo comportamento. Dobbiamo capire finalmente che rimanendo in silenzio, non solo stiamo accettando l’ingiustizia che è accaduta ad Deborah, ma stiamo anche consentendo che tale ingiustizia accada ad altre. In ogni caso, chi si vendica picchiando, sfigurando o uccidendo una donna è solo un essere abietto senza giustificazione che ne attenui la responsabilità.

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Categoria Cronaca
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