Cronaca

I porti non siano chiusi, perché i migranti non sono pesci

Alla disputa che vede contrapposto il Governo italiano, notoriamente contro tutto e contro tutti, alla Ong Sea-Watch e alla sua nave Sea-Watch 3, si aggiungono ulteriori spunti che non mancheranno di contribuire ad aumentare e rendere sempre più inestricabile la polemica.

Da segnalare in proposito il comunicato stampa di Mediterranea Saving Humans, in cui si ricordano all'esecutivo del nostro Paese, tra l'altro, alcuni obblighi di tutela cui non può venir meno. Questo il contenuto:

Questa notte Sea Watch 3 è entrata, senza alcun problema, nel porto di Baia di Santa Pelagia a nord di Siracusa, dove adesso si trova all’ancora.Grazie all’iniziativa della società civile e della città di Siracusa, e del suo sindaco Francesco Italia, è sotto gli occhi di tutti come le acque territoriali e i PORTI italiani non siano affatto “chiusi” – come certa propaganda governativa ha ripetuto negli ultimi mesi come un disco rotto – ma siano invece APERTI alle rotte dell’umanità. Non poteva del resto essere altrimenti, nel rispetto del diritto marittimo, internazionale e italiano.MEDITERRANEA chiede ora che, sempre nel rigoroso rispetto della legge del mare, il Governo italiano assegni alla Sea Watch 3 il porto di Siracusa come POS (Place of Safety) e autorizzi immediatamente lo SBARCO dei 47 naufraghi che si trovano da una settimana a bordo.MEDITERRANEA ricorda a tale proposito che tra queste persone vi sono anche almeno otto minori non accompagnati e DIFFIDA il Governo dall’assumere qualsiasi iniziativa che possa risultare lesiva dei loro diritti soggettivi.MEDITERRANEA comunica di aver già dato mandato ai propri legali di monitorare con attenzione l’evolversi della situazione e di segnalare all’Autorità Giudiziaria qualsiasi comportamento in contrasto con il vigente quadro normativo.MEDITERRANEA è da oggi presente a Siracusa con una propria delegazione, a supporto delle iniziative del sindaco e della società civile, e invita tutte e tutti alla MOBILITAZIONE permanente a sostegno della richiesta di sbarco immediato per i 47 naufraghi della Sea Watch 3.


Alla nota di Mediterranea, è da aggiungere anche l'appello NON SIAMO PESCI promosso da Luigi Manconi e Sandro Veronesi con il collettivo #corpi, che in poche ore ha raccolto oltre seicento adesioni dal mondo della cultura e dello spettacolo, della musica e dello sport e in cui si promuove una manifestazione a Roma per lunedì 28 gennaio, alle ore 17, in piazza Montecitorio. Questo il testo dell'appello:

NON SIAMO PESCI “Non siamo pesci”: così Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea Watch.“Non riuscirò più a parlare tra poco perché sto congelando. Fate presto”, così l’ultima telefonata giunta al numero di Alarm Phone dal barcone con circa 100 persone a bordo, al largo di Misurata, domenica scorsa.“Non ho bisogno di essere sui notiziari, ho bisogno di essere salvato”, così l’ultima risposta che uno dei 100 naufraghi lascia ad Alarm Phone.La ripetizione di questi “non” porta in superficie quel che una semplice cronaca di quanto avvenuto nel Mar Mediterraneo nel corso delle ultime ore non riesce più a far percepire.I fatti sono questi: qualche giorno fa, in una manciata di ore, hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo 170 tra migranti e profughi. Quarantasette sono stati tratti in salvo dall’organizzazione non governativa Sea Watch e circa 100 sono stati raccolti dal cargo battente bandiera della Sierra Leone e avviati verso il porto di Misurata dove, prevedibilmente, saranno reclusi in uno dei centri di detenzione, legali o illegali, della Libia. Centri dove, secondo i rapporti delle Nazioni Unite e di tutte le agenzie indipendenti, si praticano quotidianamente abusi, violenze, stupri, torture. Intanto, l’imbarcazione Sea Watch 3 è destinata a ripercorrere quel doloroso e drammatico itinerario che già l’ha portata a cercare invano un porto sicuro per ben 19 giorni.Ciò che emerge è il deprezzamento del senso e del valore della vita umana. Sea Watch, va ricordato, è l’unica Ong oggi presente nel Mar Mediterraneo, ormai privo di qualsiasi presidio sanitario, di soccorso e di protezione dei naufraghi. Altro che fattore di attrazione per i flussi migratori, altro che “alleati degli scafisti” o “taxi del mare”: le navi umanitarie, le poche rimaste, salvano l’onore di un’Europa che dà il peggio di sé e si mostra incapace persino di provare vergogna.Vogliamo dare voce a un’opinione pubblica che esiste e che di fronte a una tale tragedia chiede di ripristinare il rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali, e soprattutto del senso della giustizia. A cominciare con il consentire alle navi militari e alle Ong che salvano le vite in mare di poter intervenire.E a chi finge di non conoscere le condizioni di quanti - grazie anche a risorse e mezzi italiani - vengono riportati nei centri di detenzione libici, chiediamo di fare chiarezza sul comportamento e sulle responsabilità della guardia costiera libica. E sulle cause dei più recenti naufragi, come quello che ha causato, in ultimo, la morte di 117 persone, rendendo pubblici documenti, comunicazioni e video relativi.A questo fine chiediamo al Parlamento di istituire una commissione di inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo e di realizzare una missione in Libia. Chiediamo inoltre al Governo di offrire un porto sicuro in Italia alla Sea Watch, che sabato scorso ha salvato 47 persone, senza che si ripeta l’odissea vissuta a fine dicembre davanti a Malta. E ricordiamo a tutti gli Stati europei che la redistribuzione dei migranti si fa a terra e non in mare.Per questo, lunedì 28 gennaio ci ritroveremo dalle ore 17.00 a piazza Montecitorio, a Roma.Non possiamo e non vogliamo essere complici di questa strage.

Autore Monica Maggiolini
Categoria Cronaca
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