TACCUINO #62

Hic et nunc.
 

I. Creature finite, mondi infiniti

L’uomo si dichiara finito, eppure crea mondi infiniti.

L’essenza dell’essere umano si configura come una tensione perpetua e ineludibile tra la finitezza della condizione corporea e l’incommensurabilità delle possibilità generative insite nella sua stessa esistenza.

Ogni pensiero non pensato è un atto di generazione, rappresenta una produzione latente, un evento in potenza che attende la sua attualizzazione. Ogni gesto, un tentativo di espandersi oltre i limiti della materia. Creiamo perché esistiamo, e nell’esistere non c’è tempo: c’è l’attimo, il dispiegarsi de l'esistere il solo punto di fuga del presente, in cui si mescolano tutte le possibilità. Il tempo non lo viviamo, lo inventiamo. È una cornice vuota, un artefatto della mente che ci illude di poterne misurare il flusso. Ma noi, creature creanti, forme formanti, non viviamo il tempo: viviamo nell’esistenza, che è scissione, emergenza, lotta per significare.

Tempo: una costruzione mentale, un dispositivo epistemologico finalizzato all’organizzazione dell’accadere, un’apparenza strutturale che simula ordine nel caos primordiale dell’esistenza. Le creature umane non abitano il tempo come una dimensione separata, ma lo fabbricano nel tentativo di dare forma e senso al loro stesso accadere.
 

II. Il paradosso del vuoto

L’uomo, nel suo creare, si muove contro il vuoto. Ma il vuoto non è nemico; è spazio di possibilità, matrice da cui tutto scaturisce. Non c’è atto creativo che non si nutra di assenza: la mancanza genera pulsione, la pulsione diventa creazione. Chi cerca di sfuggire al vuoto si autoinganna, perché esso non può essere colmato: è l’origine stessa dell’essere, l’orizzonte da cui tutto prende forma.
 

III. Vivere l’esistere

Vivere l’esistere è abbandonare la pretesa di controllo. Il tempo è un’illusione costruita per misurare ciò che non è misurabile: l’esperienza. Esistere non è un processo lineare, ma un’esplosione continua, un emergere di forme e significati. Non viviamo “il” tempo: viviamo “attraverso” l'esistere l'esistenza de l'esistentivo per esistentività. Lo pieghiamo, lo deformiamo, lo riempiamo di narrazioni, ma esso resta un contenitore vuoto. L’unico reale è l’esistere, un atto perpetuo di creazione e annichilimento. Di tale atto non esiste una narrazione unica e definitiva: sussistono frammenti, esplosioni di senso, iterazioni e ritorni che deformano ogni tentativo di sequenzialità.
 

IV. La pulsione di creare

Perché formiamo? Perché l’uomo è gettato nel mondo come una ferita aperta, un’interruzione nel flusso del nulla. Formae è il modo in cui tentiamo di suturare questa ferita, di rispondere alla mancanza che ci definisce. Ma non c’è guarigione: ogni formazione porta con sé un nuovo frammento di vuoto, una nuova domanda, un nuovo limite da superare. L’uomo non forma per colmare, ma per espandere: è una creatura formante perché non può fare altro.
 

V. Superare la fine

L’uomo si pensa finito, ma vive come se fosse eterno. La sua finitezza è un tempo “già concluso”, una storia che si riscrive incessantemente. la trasmutazione in piattaforma di potenzialità inesauribili. Non siamo creature del tempo; siamo creature della possibilità. Il tempo è il nostro modo di dare forma a ciò che accade, ma non ci contiene: noi lo attraversiamo, lo deformiamo, lo manipoliamo. Siffatta manipolazione non è semplice esercizio intellettuale, ma parte integrante del vivere, ossia del partecipar della morte, come costante continuo processo trasformativo.
 

VI. Essere-creare: un atto continuo

L’atto di creare non si esaurisce mai. Non c’è un inizio né una fine: c’è solo un flusso continuo, una metamorfosi incessante. L’uomo è un “finito formante”, una contraddizione che genera mondi. Ma questi mondi non sono mai definitivi, mai conclusivi, risultano approssimazioni di una totalità inafferrabile. Sono frammenti, bozze, approssimazioni di un tutto che non si lascia afferrare. E in questo, l’uomo trova la sua essenza: non nel compimento, ma nell’incompiutezza, condizione dinamica e aperta al divenire.

Ecce Homo, la tessera di un mosaico mai completo.
 

VII. Il destino delle creature creanti

Il destino dell’uomo non è trovare risposte, ma continuare a creare domande. Non è colmare il vuoto, ma esplorarne i confini. Non è vivere il tempo, ma abitare l’esistenza. Creature creanti, siamo progetti in divenire, impulsi che sfidano la materia e si affermano contro il nulla. Vivere l’esistere significa accettare il nostro essere incompleti, imperfetti, infinitamente protesi verso l’ignoto.

Ancora un passo sulle prossime, inesauribili pieghe.
 

VIII. Conclusione: Il cerchio si apre, non si chiude

Non c’è una fine, perché non c’è un inizio. L’uomo, nel suo formare, è un cerchio che si apre continuamente, che non si chiude mai. E in questo eterno dispiegarsi, trova la sua vera essenza: non essere qualcosa, ma essere cosa uno e uno cosa sempre in divenire.