Con il canone Rai finanziamo anche Rai Vaticano

Con il canone Rai finanziamo anche Rai Vaticano

Non basta essere costretti a pagare il canone Rai per una televisione che trasmette programmi che per il 99% non solo sono inguardabili, ma offendono l'intelligenza delle persone. Uno per tutti Made in Sud, uno dei programmi di maggior successo di Rai Due. Mi chiedo come possano continuare a definire comica una trasmissione del genere. Per non parlare delle fiction di Rai Uno e delle trasmissioni di Conti, come Tale e Quale.

Credetemi, ci ho provato a guardarle. Magari, ho pensato, i miei sono solo pregiudizi o forse ho un atteggiamento di sufficienza e guardare solo pochi minuti di un programma (perché più a lungo non riuscivo) potrebbe avermi indotto a valutazioni sbagliate.

E allora ho deciso per una full immersion. Per varie sere di seguito mi sono immolato in una sequenza ripetuta di Don Matteo, Made in Sud, Tale e Quale, Il Medico in Famiglia e altre efferatezze del genere.

Mi sono augurato anche che la visione ripetuta di questi programmi potesse provocarmi quello che in medicina si chiama "obnubilamento del sensorio", in pratica un benefico rincoglionimento, che riuscisse a farmeli apprezzare. Non c'è stato niente da fare. Continuano ancora a sembrarmi brutti e insensati, come prima.

Una cosa nuova, almeno per me, però, l'ho scoperta, durante questo tour de force sui canali Rai: l'esistenza di Rai Vaticano.

Poco prima dell'una di notte di domenica 18 settembre (o come ho letto successivamente sul comunicato stampa della Rai alle 24.45 di sabato 17 settembre... e voi che credevate che un giorno avesse ventiquattro ore!), su Rai Uno mi sono imbattuto in uno speciale dal titolo "I cieli narrano".

Sulle prime mi sembrava che fosse un'analisi, più o meno sociologica, del modo in cui anche le religioni hanno saputo servirsi dei mezzi di comunicazione di massa, a cominciare, in passato, dai giornali fino ai social network di oggi, passando attraverso radio, cinema e televisione.

Dopo poco, però, mi sono reso conto che le religioni erano in realtà la religione, una sola, e naturalmente quella cattolica. Il tono, poi, non era certo quello di un servizio giornalistico, ma una esaltazione, con toni aulici e con frasi piene della retorica più trita, di tutti i papi, a partire da Leone XIII, in carica a cavallo dei due secoli, fino al 1903, per arrivare a quello attualmente in servizio.

Di tutti venivano elogiate la profonda spiritualità e la capacità di diffondere il loro messaggio di bontà a tutte le genti, attraverso i mass media, perché, poi, di questo si doveva parlare. Frasi del tipo

"Oggi, star mondiale della comunicazione è Papa Francesco, un Papa social che crea relazioni perché provoca e chiede sempre una reazione. Un Papa pastore che di fatto è un social network."

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Ma chi può dire bestialità del genere, fra l'altro pericolose e controproducenti, considerando la cattiva fama che si sono fatti recentemente i social network. Nel sottopancia del prete che le pronunciava c'era scritto: padre Antonio Spadaro (sopra), direttore de La Civiltà Cattolica.

Con il canone Rai finanziamo anche Rai Vaticano

Ma gli interventi di Spadaro sono stati brevi e sporadici. L'intera trasmissione è stata quasi un monologo di certo monsignor Dario Edoardo Viganò (foto sopra), prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. Fra le varie lodi sperticate ai vari pontefici, Viganò ha avuto anche il tempo di affermare che

"Oggi i media si sono naturalizzati..."

Chissà cosa avrà voluto dire. E ha continuato

"In questo quadro Papa Francesco sembra che abbia un fiuto naturale perché sente empatia con le persone, si lascia coinvolgere"

E le cose sono andate avanti così, e anche peggio, per più di mezz'ora. Gli autori devono aver pensato, poi, che far parlare solo i preti poteva sembrare un po' di parte e allora hanno pensato che sarebbe stato meglio far intervenire anche un laico, però, più in là di Marco Tarquinio (sotto), direttore de L'Avvenire, non sono proprio riusciti ad andare.

Con il canone Rai finanziamo anche Rai Vaticano

Sinceramente non riuscivo a crederci. Possibile che su una televisione pubblica, si trasmettano programmi del genere, totalmente a senso unico, senza un minimo di obiettività? Quando si parla dell'inaugurazione della Radio Vaticana con Pio XI e Guglielmo Marconi, due parole sui danni che gli impianti hanno causato e causano agli abitanti della zona, per l'inquinamento elettromagnetico, le vogliamo dire?

Un'altra chicca

"Ma il vero salto di qualità avviene con la nascita della televisione. Sin dal 1954, il Papa e la Chiesa diventano il palinsesto privilegiato della Rai – Radiotelevisione Italiana."

Alla faccia del servizio pubblico. Capisco, anche se non approvo, le trasmissioni di messe, viaggi del papa, rubriche religiose. Sono inquadrate in un determinato contesto, sappiamo cosa ci aspetta, cambiamo canale o le guardiamo per fare qualche sorriso davanti alla immancabile comicità involontaria.

Ma mandare in onda una sorta di agiografia pontificia mascherata da trasmissione giornalistica è un po' troppo, supera decisamente i limiti della decenza. Avete modo di rendervene conto in prima persona, perché è ancora disponibile online.

Mi sono incuriosito su chi potevano essere gli autori di tale mostruosità televisiva e ho scoperto trattarsi di Massimo Milone (nella foto con il Papa) e Nicola Vicenti. Milone, già presidente dell'Unione Cattolica della Stampa Italiana, è attualmente responsabile di una struttura della televisione pubblica che si chiama Rai Vaticano e ha sede in Borgo Sant'Angelo, 23 a Roma, di fronte a San Pietro.

Con il canone Rai finanziamo anche Rai Vaticano

Leggo su Wikipedia che Rai Vaticano "si occupa di dirette televisive delle Sante Messe, celebrazioni ed eventi religiosi; segue costantemente gli avvenimenti della Chiesa e del pontificato...". Poi, tanto per salvare la faccia " ...e le attività delle confessioni non cattoliche". Non cattoliche, significherà al massimo cristiane protestanti, non certo islamiche. Entrambe, comunque, non mi risulta che abbiano molto spazio in video. E, poi, se fosse stata una struttura con finalità interreligiose, non si sarebbe chiamata Rai Vaticano.

Quindi, gli italiani devono pagare un canone non solo per finanziare programmi inguardabili, ma anche per tenere in piedi una struttura al servizio del Vaticano, che ha una propria televisione e dispone delle risorse, anche finanziarie, per riprendere e trasmettere tutte le celebrazioni che si tengono al di là del Tevere. La Rai, invece di investire mezzi propri, potrebbe benissimo ritrasmetterle, come comunemente fa con gli eventi dall'estero, perché, fino a prova contraria, il Vaticano è uno stato estero.

Federico Mattei
nella categoria Cultura e Spettacolo
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