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Per dovere di cronaca e per evitare equivoci riporto parte del secondo discorso che per Craxi risulterà l’ultimo della sua carriera politica e che rimane una testimonianza storica alla quale possiamo riferirci con sicurezza per trarne motivo di riflessione e comparazione con la nostra attuale situazione politica, economica e culturale. In questo caso bisogna evitare di considerare la situazione esclusivamente dalle risultanze delle indagini, dai rinvii a giudizio, dai processi e dalle sentenze di condanna o assoluzione ma prendere atto della situazione con tutte le sue vaste implicazioni e conseguenze degenerative che quell’agire sconsiderato ha prodotto su milioni di vite portandole alla rovina. Le risultanze processuali non rendono “giustizia” alla verità per questo oggi ci troviamo a subire ancora le conseguenze delle scelte di una classe politica fuorviata dall’impunità e in preda ad una crisi di onnipotenza.

Nel contenuto del discorso e dal comportamento tenuto da Craxi si possono cogliere due aspetti molto contraddittori che offrono la chiave di lettura per comprendere la mentalità dominante e consolidata tra i parlamentari, gli esponenti dei partiti e la comunità imprenditoriale che avevano dominato incontrastati per decenni la vita del Paese e continuavano a farlo con la pretesa di non dover rendere conto ad alcuno.

Allora Craxi ebbe il coraggio di “denunciare” apertamente l’ormai incontenibile problema morale a differenza dei suoi colleghi che avevano preferito nascondersi dietro la ferrea consuetudine di un’ostinata omertà. Egli presunse che la sua “confessione” (mai smentita) che investiva tutta la classe politica pro tempore avrebbe portato ad una soluzione politica del problema.  Presunse incautamente di poter “scollegare” la responsabilità penale per i reati commessi dai politici e dai loro accoliti per sottrarla al potere giurisdizionale della magistratura ordinaria trasferendo la “competenza” ad una commissione parlamentare d’inchiesta per una “soluzione politica” del fenomeno corruttivo correlato all’attività dei partiti.

Durante la seduta parlamentare del 29 aprile 1993 - mentre infuriava “Mani pulite” - Craxi esordiva riferendosi a quanto detto il 3 luglio 1992:

(…..)  “Osservavo nel Luglio del ’92: “C’è un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche. È tornato alla ribalta, in modo devastante, il problema del finanziamento dei Partiti, meglio del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome, delle illegalità che si verificano da tempo, forse da tempo immemorabile. Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna.
Si è diffusa nel paese, nella vita delle istituzioni e della pubblica amministrazione, una rete di corruttele grandi e piccole che segnalano uno stato di crescente degrado della vita pubblica, uno stato di cose che suscita la più viva indignazione, legittimando un vero e proprio allarme sociale, ponendo l’urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidità e con efficacia.

Questa affermazione fu allora maltrattata come espressione di un atteggiamento intimidatorio, provocatorio, financo ricattatorio. In realtà non era difficile avvertire già da allora tutta la dimensione del problema che si era aperto, tutta la sua gravità e la sua complessità. Non era difficile cogliere la inutilità e l’errore di una difesa e di una giustificazione che non fossero improntate al linguaggio della verità. Per le responsabilità che mi competevano, per il ruolo che, per lungo tempo, avevo esercitato, di Segretario nazionale del Partito Socialista, io non ho negato la realtà, non ho minimizzato, non ho sottovalutato il significato morale, politico, istituzionale della questione che veniva clamorosamente alla luce riguardante il finanziamento irregolare ed illegale ai partiti ed alle attività politiche ed anche il vasto intreccio degenerativo che ad esso si collegava o poteva, anche a nostra insaputa, essersi collegato. Come si ricorderà ne parlai proprio di fronte a voi seguendo una traccia che stamane mi consentirete di riprendere”.

“Circa dieci mesi or sono prendendo la parola di fronte alla Camera dissi con franchezza ciò che un ex Presidente della Repubblica definì poi come l’apertura di quella “grande confessione” verso la quale avrebbe dovuto e dovrebbe aprirsi, con tutta la sincerità necessaria, tutto o gran parte almeno del mondo politico. I giudici che mi accusano l’hanno considerata invece come una “confessione extragiudiziale” elevandola subito e senz’altro a prova di primo grado contro di me. Quella per la verità era ed è rimasta la sola prova di quell’accusa. Sempre che una dichiarazione una analisi ed una riflessione fatte di fronte al Parlamento possano essere considerate alla stregua di una prova penale “.

(….) “Mi spiace che tutto questo sia stato, allora, sottovalutato. Tante verità negate o sottaciute sono venute una dopo l’altra a galla e tante ne verranno, ne possono e ne dovranno venire ancora. E mentre molti si considerano tuttora al riparo dietro una regola di reticenza e di menzogna, non si è posto mano a nessun rimedio ragionevole e costruttivo. Questo deve valere anche per i Partiti che se debbono continuare ad esistere come elementi attivi della democrazia italiana ed europea sia pure in un diverso ruolo ed in diverse configurazioni, debbono essere posti di fronte a nuove regole impegnative ed utili a rinnovare e a far rifiorire la loro essenza associativa e democratica.
Si è invece fatto strada con la forza di una valanga un processo di criminalizzazione dei partiti e della classe politica. Un processo spesso generalizzato ed indiscriminato che ha investito in particolare la classe politica ed i partiti di governo anche se, per la parte che ha cominciato ad emergere, non ha risparmiato altri come era e come sarà prima o poi inevitabile”.

Allora Craxi pose sé stesso e l’intera classe politica dominante al di sopra dello Stato di diritto in quanto la sua pubblica “confessione” non aveva valenza penale ma esclusivamente politica quindi soggetta ad un giudizio politico che solo il Parlamento era legittimato ad esprimere.  Tali comportamenti dovevano essere sottratti persino al giudizio della collettività infatti lamentava il processo di criminalizzazione dei partiti e della classe politica senza considerare che ormai questa da decenni si era distaccata dalla realtà e dai problemi reali del Paese. Inoltre la classe dominante aveva convissuto passivamente con le pesantissime interferenze degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei nella vita del Paese fino al punto di rendersi complice passiva di delitti politici eccellenti e stragi a danno di inermi cittadini occultando mandanti ed esecutori.

(…..) “Mi chiedo come e quando tutto questo si concili con la verità, che rapporto abbia con la verità storica, con gli avvenimenti e le fasi diverse e travagliate che abbiamo attraversato e nelle quali molti di noi hanno avuto responsabilità politiche di governo di primo piano. Davvero siamo stati protagonisti, testimoni o complici di un dominio criminale? Davvero la politica e le maggioranze politiche si sono imposte ai cittadini attraverso l’attuazione ed il sostegno di disegni criminosi? Davvero gli anni ottanta di cui soprattutto si parla, senza risparmiare i precedenti, sono stati gli anni bui della regressione, della repressione, della malavita politica che scrivono e cantano in prima fila tanti reduci dell’eversione, delle rivoluzioni mancate, delle rotture traumatiche che sono state contrastate ed impedite? Questa non è altro che una lettura falsa, rovesciata mistificata della realtà e della storia. Chi ha condotto per anni una opposizione democratica ha da far valere in ben altro modo tutte le sue ragioni.

Sono gli anni in cui viene posto fine al capitolo dell’eversione militare, del terrorismo e delle sue code sanguinose. Sono anche gli anni di un nuovo prestigio internazionale, con l’Europa comunitaria che si amplia e si consolida e con l’Italia che entra a far parte del club economico ma anche politico delle maggiori Nazioni industrializzate del mondo occidentale. Tutti i cicli, come è naturale passano, entrano in contraddizione, si esauriscono, degenerano”.

Il miracolo economico era stato realizzato negli anni ’60 da Enrico Mattei che sfidando le “sette sorelle” e intessendo rapporti economici e commerciali poggianti su regole eque con alcuni Paesi produttori di petrolio aveva sviluppato un tessuto industriale estremamente competitivo che dava fastidio non solo all’imprenditoria statunitense ma anche e soprattutto agli alleati NATO. Si ipotizza che furono i francesi e i servizi nostrani ad eliminare Mattei con una carica di esplosivo piazzata nel carrello dell’aereo su cui viaggiava. Adriano Olivetti venne sabotato perché la sua genialità imprenditoriale offendeva profondamente gli interessi americani nel campo dello sviluppo del sistema informatico e del modello di successo di imprenditoria etica. A quell’espansione si produsse un graduale ed irreversibile declino tutt’ora in corso.

(….) “I finanziamenti illegali ai partiti ed alle attività politiche non sono stati tuttavia una invenzione e una creazione degli anni ottanta. Hanno radici, come si sa, ben più antiche e ben ripartite tra le forze che si contrapponevano, in lotta tra loro, e sovente senza esclusione di colpi. Così come nella vita della società italiana non è nata negli anni ottanta la corruzione nella pubblica amministrazione e nella vita pubblica. La vicenda dei finanziamenti alla politica, dei loro aspetti illegali, dei finanziamenti provenienti attraverso le vie più disparate dell’estero, della ricerca di risorse aggiuntive rispetto poi ad una legge sul finanziamento pubblico ipocrita e ipocritamente accettata e generalmente non rispettata, accompagna la storia della società politica italiana, dei suoi aspri conflitti, delle sue contraddizioni e delle sue ombre, dal dopoguerra sino ad oggi. Non c’è dubbio che un troppo prolungato esercizio del potere da parte delle più o meno medesime coalizioni di Partiti ha finito con il creare per loro un terreno più facilmente praticabile per abusi e distorsioni 

 Ma onestà e verità vorrebbero che in luogo di un processo falsato, forzato, ed esasperato, condotto prevalentemente in una direzione, si desse il via ad una ricostruzione per quanto possibile obiettiva ed appropriata di tutto l’insieme di ciò che è accaduto. Si tratta di una realtà che non si può dividere in due come una mela, tra buoni e cattivi, gli uni appena sfiorati dal sospetto, gli altri responsabili di ogni sorta di errori e nefandezze che si sono verificate”.

(…..) Il Parlamento avrebbe il dovere di farlo avendo esso stesso nella sua storia una montagna di dichiarazioni di bilanci di Partiti certamente falsi, di organi di controllo che non hanno controllato, di revisori che non hanno rivisto. Che tutto questo avvenisse senza l’insorgere di clamorose contestazioni e denunce e senza clamorosi conflitti, salvo casi sporadici ed aspetti particolari, significa che il sistema in funzione e le sue irregolarità non solo erano in principio riconosciute, ma erano consensualmente accettate e condivise, almeno dai più.

È d’altro canto un sistema cui hanno partecipato e concorso, in forme varie e diverse, tutti i maggiori gruppi industriali del paese, privati e pubblici. Gruppi e società importanti nel loro settore e nella economia nazionale e in molti casi presenti e influenti anche sui mercati internazionali, gruppi potenti in grado di influire e di condizionare i poteri della politica e dello Stato.

Di questi tutto si può dire salvo che siano state vittime di una prepotenza, di una imposizione, di un sistema vessatorio ed oppressivo di cui non vedevano l’ora di liberarsi. Si tratta di tutti i maggiori gruppi del paese, quelli che sono stati chiamati in causa e quelli che ancora possono esservi chiamati, anch’essi fornitori dello stato, tributari dello stato di sostegno di varia natura, tributari di appalti pubblici, esportatori, proprietari di catene giornalistiche, speculatori a vario titolo, se la verità, anche per loro, come c’è da augurarsi, finirà prima o poi per farsi strada.

Si tratta di condotte illegali del mondo imprenditoriale attuate con piena consapevolezza e responsabilità e con finalità di molteplice natura, di ordine economico aziendale commerciale ed anche di ordine pubblico a sostegno di un sistema, dei suoi diversi equilibri, della sua stabilità complessiva, ed anche a sostegno più diretto di singoli membri di un personale politico con il quale mantenere un rapporto più amichevole”. 

“Illegalità nel mondo politico, illegalità nel mondo imprenditoriale. Ad esse si sono venute aggiungendo illegalità nel mondo giudiziario. Una inchiesta giudiziaria è tanto più forte, accettata, rispettata, quanto più forte, rigoroso, lineare è il rispetto della legge ch’essa si impone, senza prevaricazioni, arbitri, forzature ed eccessi di sorta. Si è verificato purtroppo, e in più casi e ripetutamente tutto il contrario. Non c’è fine che possa giustificare il ricorso a mezzi illegali, a violazioni sistematiche, clamorose e persino esaltate della legge, dei diritti dei cittadini, dei diritti umani”.

“Non c’è consenso popolare, sostegno politico, campagna di stampa che possa giustificare un qualsiasi distacco dai principi garantiti dalla Costituzione e fissati dalla legge”.  

Belle... ma solo parole!    


continua...