Io sono Carlo Verdone - V

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L'UOMO CARLO VERDONE

Una volta indovinai la sua presenza in uno spot, anche se ero di spalle al televisore e Verdone non aveva ancora parlato. Siamo anime sorelle, gli piaccia o no. Gemelle sarebbe troppo, me ne rendo conto.

Partiva avvantaggiato. Il mio primo amore, o meglio la mia prima cotta, fu per un ragazzo romano. Situazione di inizio adolescenza, rigorosamente platonica.

Da allora, un po' per questo, vuoi per la passione cinematografica che ci portava spesso davanti a set capitolini, trattenni una passione per la capitale, che si smorzò per due motivi sostanzialmente, a parte lo scemare della improbabile cotta:  l'atmosfera ministeriale che impregnava il mio lavoro, e mi portò a inquadrarla come ostile; e, più allegramente, il brain storming di Corrado Guzzanti che imita Venditti ne " L'Ottavo nano". Che liberazione! E va bene, Roma bella, Roma mia, Roma caput mundi, ma che due...

Inoltre, negli anni e nella storia, Roma si era mostrata spesso in una veste inquietante. Dalla piccola città sul Tevere del Belli, dove lui narrava di un morto ammazzato al giorno (descritta magnificamente e ironicamente ne "Il Marchese del Grillo), la Roma delle risse e dei coltelli, alle periferie pasoliniane, intriganti nelle opere dello scrittore e regista, ma terribili nella realtà, alla nuova delinquenza organizzata che faceva tutt'uno di Roma e  Banda della Magliana e degli intrighi e vizi sotto "er cuppolone", vedi vicenda Manuela Orlandi, alla fine eravamo sconfortati dall'immagine della nostra capitale; e  anche se personalmente non la vedevamo come "Roma ladrona", alla fine anche questo slogan ha fatto breccia in molti.

Bilanciava tutto Carlo, però, riuscendo  a farmela rivedere sotto un'altra luce, crepuscolare, sfrontata, crudele come in "Ladri di Biciclette", ma sempre di appeal.

Chi sei, dunque, o Carlo?

Qualcuno mi ha riferito che non è amabile, dopo averlo visto a una manifestazione in Liguria. Forse è la solita storia dell'attore comico, che la gente vorrebbe mattacchione a tutte l'ore. Egli stesso ci racconta di quando lo fermavano per strada per fargli ripetere all'infinito lo sketch con la sora Lella "E allungaje 'e gambe, aristendije 'e gambe, aritiraje 'e gambe, aricoprije 'e gambe ".

Vorrei poi vedere come si comporterebbe ognuno di noi, per difendersi dagli oneri della celebrità. Alcuni vanno accettati, ma non puoi fare il clown tutto il tempo o vivere in un castello con ponte levatoio, come praticamente accadeva ad Alberto Sordi.

Pertanto ho sostanzialmente ignorato tale valutazione negativa su Carlo, anche se pare che qualcosa di vero ci sia e che molti suoi colleghi siano di gran lunga più disponibili. Quindi, tranquillo Carlo, non ti fermerei mai per strada, e ti capisco. Hai messo dei paletti, ma sono certa che non faresti mai come Paolo Villaggio, Gianni Morandi o, per chi se lo ricorda, Alberto Lionello, i quali, in tempi diversi ovviamente, a un mio fuggevole sguardo di mero riconoscimento, mi fulminarono.

Un onere che di certo il nostro non accetta, è che si indaghi sulla sua vita sentimentale, di cui non si è mai saputo quasi nulla. Sposato, due figli, separato da tempo, ma mai divorziato, i rotocalchi sono riusciti solo a scrivere qualche allusione su lui e Claudia Gerini, al tempo del loro sodalizio professionale, anche perché venivano fotografati in giro insieme: ma i due hanno sempre parlato di semplice amicizia. Sta di fatto che i rotocalchi e la stampa in genere, rispettano la sua privacy, come non fanno praticamente con nessun altro artista del suo calibro. Non escono fotografie, nemmeno col teleobiettivo, fuggevoli immagini, con chicchessia. Carlo è etereo, inafferrabile, complimenti.

In questo ci ricorda giusto Alberto Sordi, di cui agli esordi veniva considerato l'erede ( ma alla lontana, mi pare).

Entriamo dunque nel "mood" dell'autobiografia di Carlo, "La casa sopra i portici", uscita nel 2012.

Il titolo, da solo, già ci porta tristezza, riferendosi evidentemente alla casa di famiglia dell'autore. Da Mangialibri.com, Simeone Ballini: "Siamo a Roma, in un cupo pomeriggio di aprile. Un uomo elegante si trascina malinconico per via Lungotevere dei Vallati. Si ferma a contemplare il numero due, un imponente palazzo umbertino per metà rosso vinaccia e, dopo un po' di esitazione, decide di salire al terzo piano. Quell'uomo è Carlo Verdone, e quella è la casa che la sua famiglia aveva in affitto dal Vaticano dal millenovecentotrenta. Lui è lì perché ha un appuntamento con l'addetto del vicariato: è giunto il momento di restituire le chiavi. Prima di farlo però, prima di abbandonare definitivamente quel luogo che lo ha visto nascere e crescere, decide di fotografarlo tutto..." 

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