Esteri

Avrei bisogno di… Cerco un centro di gravità permanente…

Così cantava Battiato, e così invoca sottovoce il mondo intero.

Appelli, moniti, manifestazioni, preghiere e scongiuri non bastano e non servono più, tanto meno risoluzioni e buone intenzioni…

Il mondo ha perso la bussola, è disorientato perché non ha più riferimenti, punti fermi da cui partire o a cui ricorrere, non ha più certezze in grado di permettergli di prevenire o affrontare emergenze. I decenni di guerra fredda e del mondo diviso in due blocchi non evocano bei ricordi né suscitano belle sensazioni; ma quella divisione netta e distinta restituiva un equilibrio, seppur sempre precario, e una stabilità, seppur sempre fragile, che comunque permettevano di orientarsi. Sapevi chi era il tuo nemico: da lui ti difendevi preventivamente, con lui negoziavi e patteggiavi, a lui potevi attribuire ogni tua mancanza senza possibilità di smentita, a lui potevi addossare tutte le colpe peggiori; oggi non sai più da chi guardarti le spalle, chi possa essere un reale interlocutore, chi sia o possa essere alleato affidabile e chi infingardo, con chi sottoscrivere accordi e chi mettere all’indice…

Oggi manca un centro di gravità permanente, nel bene e nel male, e a questo contribuisce in gran parte l’ONU, l’organismo internazionale per definizione super partes che da quasi ottant’anni si prefigge di: Mantenere la pace e la sicurezza internazionale - Sviluppare tra le Nazioni relazioni amichevoli - Promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali - Promuovere il disarmo - Promuovere il rispetto per il diritto internazionale.

A guardarsi attorno con occhi disincantati, si direbbero tutti obiettivi tristemente disattesi; mai nulla di concreto se non inutili risoluzioni, come quella del 22 febbraio scorso sulla guerra in Ucraina sulla scontata “necessità di raggiungere, il prima possibile, una pace completa, giusta e duratura in linea con la Carta delle Nazioni Unite”; sedute e sedute, tra assenze e astensioni, per partorire un auspicio, prima ancora che una speranza. Un po’ poco per un apparato che, con le sue decine di enti e agenzie, ci costa annualmente circa 15 miliardi di dollari; il suo ruolo è di fatto puramente simbolico, basato su principi nobili quanto retorici, la cui azione si concretizza in vuoti gesti pleonastici.

Un mondo fa la diplomazia si sarebbe messa all’opera per scongiurare, prevenire o bloccare sul nascere, mentre oggi abbiamo delegato di fatto l’unica flebile speranza di mediazione a Xi Jinping e Erdogan, i rappresentanti di due dei Paesi meno democratici al mondo, dove ancora esistono la pena di morte (Cina) e la censura (Turchia), rinnegando malinconicamente qualsiasi ambizione diplomatica; una Chiesa fa riusciva ad incidere politicamente su ogni crisi, quella di Papa Francesco si pone obiettivi ambiziosi, ma non sembra riscuotere sufficiente credito né possedere la necessaria autorevolezza per ottenere risultati, almeno a breve termine: evidentemente la sinodalità non basta a portare tregue o cessate il fuoco, figuriamoci la pace. E mi dispiace ammetterlo, ma forse non basta neanche la preghiera, perché Dio ha lasciato all’uomo il libero arbitrio, e l’uomo ha imparato ad abusarne…

Ancora ci meravigliamo degli orrori della guerra, come se la storia non ce li avesse già descritti dettagliatamente; eppure ormai dovremmo sapere che le guerre sono tutte uguali, che non esistono guerre buone e guerre cattive, che la guerra lascia solo morti, torture, fosse comuni e macerie, e fa emergere la natura più violenta dell’uomo sempre e ovunque, in nome di falsi pretesti e/o di deliranti ideologie, o più semplicemente per ragioni geopolitiche, ovvero puramente economiche. E quando la guerra diventa “Santa”, o “Jihad”, subentra la volontà di eliminare il nemico, la necessità perversa di sterminare, sradicare ed estirpare intere popolazioni; si passa dalla vendetta o dalla rappresaglia alla ferocia incontrollata, superando anche la pur limitata umana concezione di “male”. 

Senza false attenuanti, il mondo deve fare i conti con una religione, quella islamica, che non si è evoluta, che non è stata in grado di adeguarsi ai cambiamenti naturali, sociali e politici degli ultimi millenni, e che non ha permesso il progresso culturale dei suoi fedeli, purtroppo praticanti; e/o viceversa…

Dall’altra parte un Occidente che invece di proclamare e difendere radici e valori su cui dovrebbe fondarsi, decide di declassarli ad ingombranti zavorre culturali da superare, svalutandoli e svendendoli ad un cieco smisurato progressismo globale, consegnandosi ad una deriva etica e morale inevitabile quanto talvolta desiderata; un’Europa tutt’altro che unita e in altre faccende affaccendata, che condanna la guerra in Ucraina inviando paradossalmente armi per fermarla, o più semplicemente per tenerla lontana, e che ignora la tragedia in Nagorno Karabakh; e gli USA del malconcio Biden che decidono improvvisamente di interrompere l’esportazione di democrazia a stelle e strisce, ma che continuano ad alimentare ogni conflitto sulla faccia della Terra. 

E’ un mondo difficile, forse già oltre il punto di non ritorno; per poterne anche solo ipotizzare un altro servono interlocutori e mediatori accreditati e credibili che si assumano la responsabilità di individuare compromessi realisticamente realizzabili; servono uomini e popoli disponibili a cedere qualcosa, uomini e popoli disposti a riconoscersi reciprocamente, uomini e popoli pronti a fare un passo indietro per interrompere la spirale di violenza; per la pace, quella vera, semmai umanamente possibile, dovranno passare generazioni.

Mettere fine al caos ripristinando o immaginando un centro di gravità permanente, over and over again…

Autore Paolo Scafati
Categoria Esteri
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