Nella sentenza di primo grado pronunciata oggi dalla Corte d'Assise di Taranto, presieduta da Stefania d'Errico, in relazione al processo nel processo "Ambiente Svenduto", oltre alle pene inflitte agli imputati, è stata anche disposta la confisca degli impianti dell'area a caldo già sottoposti a sequestro il 26 luglio 2012.

Pertanto, inizia a farsi sempre più pressante il problema di che cosa fare con lo stabilimento di Taranto. La questione è sempre la stessa e riguarda la ricerca di una soluzione, che finora è stata rimandata, ad un problema che appare irrisolvibile: chiudere l'acciaieria a Taranto significa far morire economicamente una città perché gran parte del reddito di chi vi abita è generato dall'ex Ilva, farla lavorare così come sta lavorando adesso significa continuare a inquinare l'ambiente e far morire di cancro anche i bambini.

Sembra assurdo dirlo, ma in questo momento una città è destinata a morire... l'unica cosa da definire è come. Queste le dichiarazioni in proposito di istituzioni e sindacati:


Per il governo sulla vicenda si è espresso il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti:

“Rispettiamo la sentenza, manca la pronuncia del Consiglio di Stato per avere il polso della situazione. A quel punto sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all'acciaio in Italia”.


Una dichiarazione non certo decisiva, ma neppure da parte dei sindacati si hanno le idee chiare sul futuro di Taranto. Così Fiom-Cgil:

Come è noto, Fiom e Cgil si sono costituite come parte civile “a sostegno della ricerca di una verità giudiziaria sulle responsabilità di una gestione degli impianti che ha contrapposto le ragioni della salute e della sicurezza a quelle del lavoro e dello sviluppo sostenibile”, si legge in una nota di Francesca Re David, segretaria generale del meccanici della Cgil, e Gianni Venturi, responsabile siderurgia della categoria.“La sentenza, di cui conosceremo le motivazioni nei prossimi giorni, riconosce che diritti costituzionalmente tutelati come la salute e il lavoro, non possano essere piegati a logiche di puro profitto e chi li rappresenta, come da sempre fanno Fiom e Cgil, nella tutela collettiva ed individuale, sono agenti di una funzione a cui si arreca un ‘danno immediato e diretto', nel momento in cui si determina una violazione dolosa di quelle tutele”, spiegano i sindacalisti.Ovviamente per il sindacato è anche importante capire cosa succederà ora in questa fase così delicata per le acciaierie e i lavoratori. Per questo, aggiungono Re David e Venturi, “occorre evitare che la confisca degli impianti, sia pure non esecutiva nella sentenza di primo grado, non pregiudichi la facoltà d'uso degli stessi e consenta di arrivare ad una rapida conclusione nel processo di transizione degli assetti societari previsti dagli accordi tra Invitalia e ArcelorMittal”. Sarebbe, infatti, davvero “una beffa insopportabile se, dopo il danno, non diventasse possibile l'approdo ad una produzione ambientalmente sostenibile dell'acciaio nell'impianto di Taranto: condizione indispensabile per la sopravvivenza degli altri siti del gruppo e per le prospettive dell'intera industria manifatturiera italiana. Proprio ora che le risorse del Pnrr e del Jtf consentono di intravedere una risposta ai problemi che hanno portato alla comunque drammatica sentenza di oggi”. “Per queste ragioni è indispensabile che il Governo e il presidente del Consiglio rompano il silenzio e si assumano le responsabilità di dare una prospettiva certa alle produzioni e ai lavoratori dell'intero settore siderurgico”, termina la nota.


Ma anche da parte dell'Unione Sindacale di Base, anch'essa parte civile nel processo, non viene indicata una via che possa essere decisiva per uscire dall'impasse, sperando in una qualche idea che possa scaturire da Roma:

“La sentenza del Tribunale di Taranto sull'ex Ilva, con pesanti condanne soprattutto ai Riva e ai vertici dello stabilimento siderurgico, rappresenta un momento di straordinaria importanza perché condanna un metodo tutt'altro che virtuoso utilizzato da chi ha gestito in passato la più grande acciaieria d'Europa e dalla politica che non ha saputo imporsi.I giudici intervengono per colmare lacune della politica e riparare i danni fatti dalla stessa, che mai come in questa circostanza ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Da qui deve ripartire il governo, interpretando e leggendo la sentenza odierna soprattutto attraverso il grande bisogno di cambiamento della città di Taranto.Oggi non possiamo che prendere esempio dal passato per evitare di fare gli stessi errori che puntualmente ricadrebbero sulla pelle dei cittadini, dei lavoratori e delle relative famiglie. Il lavoro e l'impresa vanno intesi mettendo al primo posto la persona e la vita stessa.Per questo motivo il governo è chiamato a invertire immediatamente la rotta e a prendere finalmente in considerazione la piattaforma stilata dall'USB che va nella chiara direzione della riconversione economica del territorio attraverso un accordo di programma. Taranto vuole voltare pagina”.


Chi ha invece le idee chiare è il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, che in passato aveva sempre spinto per una riconversione degli impianti usando il gas, meno inquinante:

“La giustizia ha finalmente fatto il suo corso accertando che i cittadini di Taranto hanno dovuto subire danni gravissimi da parte della gestione Ilva facente capo alla famiglia Riva.I delitti commessi sono gravissimi e sono assimilabili a reati di omicidio e strage non a caso di competenza della Corte d'Assise al pari di quelli per i quali è intervenuta la pesantissima condanna.La sentenza è un punto di non ritorno che deve essere la guida per le decisioni che il Governo deve prendere con urgenza sul destino degli impianti.Gli impianti a ciclo integrato, che hanno determinato la morte di innumerevoli persone tra le quali tanti bambini, devono essere chiusi per sempre e con grande urgenza per evitare che i reati commessi siano portati ad ulteriori conseguenze e ripetuti dagli attuali esercenti la fabbrica.L'attività industriale attuale a ciclo integrato a caldo va immediatamente sospesa e si deve decidere il destino dell'impianto e dei lavoratori.La Regione Puglia, parte civile, ha richiesto ed ottenuto la condanna degli imputati e della società al risarcimento dei danni che saranno quantificati in separata sede ottenendo una provvisionale di 100mila euro. E pertanto ha titolo per iniziare una causa civile contro tutti coloro che hanno provocato il danno e contro coloro che eventualmente stanno continuando a cagionare danni ambientali e alla salute.Non ci arrenderemo mai alla sottovalutazione colpevole della tragica e delittuosa vicenda ex Ilva e agiremo su tutti i fronti che le normative italiane ed europee ci concedono.Sarà guerra senza quartiere a tutti coloro che in ogni sede hanno colpevolmente sottovalutato o agevolato i reati commessi.Per quanto riguarda il risarcimento che la Regione Puglia deve assicurare per fatti accaduti prima della attuale amministrazione, siamo pronti a far fronte alla richiesta risarcitoria ove essa sia confermata dalla sentenza definitiva.Siamo consapevoli però che la Regione Puglia dal 2005 in poi è stata l'unica istituzione ad aver concretamente agito per fermare quella scellerata gestione della fabbrica, almeno fino a quando non è stata estromessa per legge da ogni possibilità di intervento sui controlli ambientali, con leggi nazionali che hanno fatto eccezione alle regole in vigore per il resto d'Italia”.


I partiti, e soprattutto i relativi leader, hanno glissato sulla vicenda per evitare di aggiungere un ulteriore problema ai già tanti a cui non sono in grado di dare risposte... serie. Il Movimento 5 Stelle, unica eccezione, anche se la dichiarazione non è certo risolutiva:

“Siamo in attesa di leggere le motivazioni delle pesanti condanne di oggi relative all'ex Ilva, ma un cosa ormai è chiara: il sito di Taranto ha vissuto una stagione scellerata di speculazioni e di cinica e consapevole sciagura ambientale!In nome dei profitti, l'allora proprietà si è servita della connivenza della politica per perpetrare un vero e proprio disastro ai danni della salute dei lavoratori e dei cittadini.Quello che è successo oggi ci dice che è fondamentale insistere sulla strada intrapresa in questi tre anni, per arrivare in tempi rapidi alla totale riconversione del polo siderurgico.Grazie al governo Conte II, con l'ingresso di Invitalia nell'ex Ilva è partito un nuovo corso improntato su un forte presidio dello Stato. Un passaggio cruciale, al fine di evitare altri disastri e soprattutto per completare i lavori di adeguamento ambientale nell'acciaieria più grande d'Europa.È possibile produrre acciaio in maniera sostenibile: le nuove tecnologie lo consentono. L'area a caldo, oggi confiscata dai magistrati, va definitivamente superata. Non si può continuare a giocare con la salute delle persone. Nessun "utile" vale l'elevato numero di vite rovinate per decenni”.


Riassumendo, che cosa fare con l'acciaieria di Taranto, ancora, nessuno è in grado di dirlo.